La carta di Amalfi

Breve storia della carta

Siamo in Cina, è il 105 d.C. e un ufficiale della corte imperiale, un tale Ts’ai Lun, descrive per la prima volta la tecnica di produzione di uno dei materiali più usati al mondo: la carta. I più antichi fogli di carta a noi conosciuti risalgono però ad un periodo ancora più antico. Sempre in Cina infatti ne sono stati ritrovati a centinaia in tombe di funzionari imperiali risalenti al II secolo a.C. Se già all’epoca questi fogli venissero usati come materiale di scrittura non è ben chiaro, è probabile che servissero per creare un bene di maggiore necessità: i vestiti.

Nel V secolo d.C. grazie ai rapporti commerciali con la Cina la carta arrivò in America centrale (circa 500 anni prima che in Europa!): sappiamo ad esempio che i Maya ne facevano largo uso.  Piano piano questo strano e utile materiale si diffuse per il mondo, ma le tecniche di produzione restarono a lungo un mistero per molti popoli. Gli Arabi ne vennero a conoscenza soltanto nel 751 d.C. e per una fortunata occasione: dopo la presa di Samarcanda fecero per caso prigionieri alcuni cartai cinesi che furono costretti a rivelare la loro arte. La tecnica così svelata venne diffusa nei possedimenti arabi in Europa (Spagna e Sicilia) e da lì nel resto del continente. Siamo intorno all’anno Mille.

La carta in Italia

Arriviamo finalmente in Italia. La prima cartiera italiana per tradizione sarebbe stata fondata a Bologna da un certo Polese da Fabriano. Costui però pare essere un personaggio più che altro leggendario. La prima a conoscere i segreti della carta sembrerebbe essere stata invece la città di Amalfi. E non c’è da stupirsi! Amalfi, repubblica marinara, svolgeva un ruolo da protagonista nei traffici del Mediterraneo ed era impegnata in stretti contatti commerciali con l’intera Asia.

La produzione di carta iniziò così ad Amalfi già tra il XII e il XIII secolo nella famosa Valle dei Mulini (bellissima tra l’altro per il panorama naturale, perfetta per suggestive escursioni). La carta qui prodotta era comunemente chiamata “charta bambagina”, forse da latino bambax, cotone. Infatti i materiali da cui la produzione partiva erano semplicissimi stracci di cotone, a differenza della carta asiatica, composta principalmente attraverso il trattamento del legno. Il prodotto fu da subito molto richiesto, tanto da diventare fondamentale per l’economia locale. Da questo momento gli stracci saranno utilizzati come materiale di base per la produzione della carta in tutta Europa per almeno altri cinquecento anni. Praticamente fin quando il tessitore sassone Friedrich Gottlob Keller inventerà un nuovo e più economico processo di preparazione partendo, come all’inizio, dal legno.

La charta bambagina

La produzione di carta d’Amalfi è ancorai oggi particolare e prestigiosa e resiste nonostante abbia dovuto affrontare varie difficoltà. L’imperatore Federico II ne aveva addirittura vietato l’utilizzo per gli atti notarili (preferiva infatti la pergamena, capace di durare più a lungo rispetto alla carta). Alla fine del XVIII secolo si annoveravano almeno dodici cartiere amalfitane attive. In questi anni però si assistette al passaggio dalla lavorazione a mano a quella meccanizzata che necessitava cospicui investimenti, spesso impossibili per le famiglie di cartai. Per risolvere la crisi intervenne il governo borbonico con una politica protezionistica. Tanto si fece che nel 1861 il numero di cartiere addirittura triplicò. Nel 1954 però una violenta alluvione distrusse gran parte delle cartiere che da allora non sono mai state ricostruite.

Oggi sono attive soltanto tre storiche famiglie di cartai. In particolare la famiglia Milano, dopo essere stata costretta ad interrompere la produzione nel 1969, ha riconvertito la propria cartiera nel caratteristico Museo della carta, aperto dal 1971 e assolutamente da visitare!

 

Claudia Grillo

 

Author: Claudia Grillo

Studentessa di lettere classiche alla Federico II. Mi hanno sempre colpita le parole del nostro Massimo Troisi nel film "Il Postino": - Mi sono innamorato! - Non è grave, c'è rimedio - No, no, che rimedio, io voglio stare malato! Ecco, la penso proprio così, bisognerebbe innamorarsi ogni giorno di quello che si vive, delle piccole cose, delle persone, dell'arte.. e come non innamorarsi di Napoli?

Share This Post On