Quando Ian Fleming portò James Bond a Napoli

Ian Fleming, il padre di James Bond, viaggiò nel 1960 a Napoli e le dedicò un capitolo del libro "Thrilling Cities", in cui parlò con toni catastrofici della città

Quando Ian Fleming portò James Bond a Napolibond-naples

Erano passati solo quindici anni dalla Guerra quando, nell’estate del 1960, giunse a Napoli un gentleman dall’aria raffinata, dallo sguardo curioso e dalle movenze eleganti ed altezzose dell’inglese che, con britannico snobismo, è in visita in un paese non anglofono.

Non si trattava di un turista qualunque, ma di Ian Fleming, l’autore della saga di James Bond, inviato del Sunday Times con una missione da portare a termine: in una missiva segretissima, infatti, il giornale inglese aveva dato l’incarico a Fleming di redigere una serie di articoli che raccontassero le città più avventurose e degne di un romanzo di spionaggio: fra le 13 prescelte ci fu anche Napoli.

Gli anni ’60 furono infatti il sogno del futuro, quella decisa e vigorosa voglia del popolo di distrarsi, di dimenticare gli orrori, gli stenti e la fame patita solo pochissimi anni prima: posate le armi, i kit di spionaggio ed i complotti internazionali da sventare, l’autore di James Bond decise quindi di visitare Napoli per dedicarle un capitolo di “Thrilling Cities“, un libro mai pubblicato in Italia fino al 2006, tutt’ora introvabile.

Gli inglesi e Napoli, nella centenaria storia di incontri fra i due popoli, ebbero storie di profondi odi e grandissimi amori e quello di Fleming con Napoli non fu affatto amore a prima vista: “Appena arrivi è come se la città si leccasse i baffi e dicesse “ecco che arriva la preda, con i giovani scugnizzi pronti ad intimidire, derubare e picchiare gli avventori un po’ come il teppista Fagin in Oliver Twist“. Anzi, a voler calcare la mano, tutta la gioventù napoletana è composta da ladruncoli, teppisti e ricettatori che, una volta derubati i turisti, vendono il maltolto nelle provincie napoletane in un mercato nero che “pare quello di Beirut e Tangeri“.

Ed è questo esordio che costruisce, in ogni rigo, una Napoli che pullula di male, una sorta di cancro che Fleming studia con un divertito, distaccato ed insofferente interesse nel raccontare ciò che è criminale.

 

La figura distorta, pericolosa e deviata di Napoli culmina con l’incontro con Lucky Luciano, uno dei più famosi ed iconici signori del crimine di tutti i tempi, che stava trascorrendo gli ultimi giorni della sua vita sul Golfo: era un personaggio molto amato dai napoletani per la sua generosità e, sempre a detta di Fleming, “l’unico capace di intrattenere discorsi civili in città“.

Fleming e Lucky Luciano
Ian Fleming e Lucky Luciano fotografati all’hotel Excelsior sul Lungomare

 

La figura di Luciano assume dei contorni quasi mistici, degni del miglior antagonista di Bond che, ritiratosi dai complessi progetti del male e scampato alle bombe, agli attentati e alle spie inglesi, decide di ritirarsi a vita privata in un attico di Via Tasso dal panorama paradisiaco.

Luciano rimane però sempre attento nei confronti del mondo criminale e, davanti ad un caffè sulla terrazza dell’Hotel Excelsior sul Lungomare, racconta a Fleming come immagina il mondo della droga del futuro, scagliandosi contro l’America: “gli americani gestiscono il problema della droga con la forza e fanno male. La droga costa molto ed è un affare criminale: chi vuol drogarsi deve per forza rubare o uccidere per ottenere i soldi per pagare la sua dose. Immaginiamo invece un mondo in cui si creano centri di distribuzione della droga gratuitamente: niente più omicidi, niente più rapine, niente più criminalità“.

L’incontro non può non chiudersi con la frase di tutti i supercattivi: “La Mafia non esiste, è nata solo per far raccontare storie avvincenti a voi giornalisti“.

Ed ecco i due volti della città: da un lato i vicoli, gli scugnizzi, i poveri, i criminali; dall’altro la ricchezza dei panorami magnifici e dei palazzi elegantissimi deturpati dai ragazzi con le auto truccate e le radio a tutto volume poggiate sulla spalla, nella speranza di “far colpo“. E così si realizza un paradosso: in una città di criminali, villani, cafoni e straccioni, l’unica persona stimabile e civile diventa il braccio destro di Al Capone.

“Innumerevoli autori e sociologi hanno scritto sulla violenta e selvaggia città di Napoli, in cui tutte le abitudini del ventesimo secolo, al di fuori del Jolly Hotel, sono state completamente dimenticate“. Ma nemmeno Capri se l’è passata bene: secondo Fleming “è il luogo perfetto per non fare assolutamente nulla, piena solo di signori ricchi e annoiati“.

Vale la pena riportare la conclusione di Fleming, che arriva dopo un’altra lunga sequela di pesantissime sentenze: “Un’ultima parola al visitatore di Napoli: non perdere tempo sul Vesuvio per nessuna ragione. Non c’è assolutamente nulla in cima, escludendo bolle di fango e sibili di vapore che esce dal cratere.

(…)

Ho provato ad analizzare lo squallido effetto che il Vesuvio ha avuto su di noi e credo che derivi dal fatto che la lava manca totalmente di quell’attributo chiamato “anima”, la qualità che caratterizza tutti i materiali terrestri, arrivando finanche al relativamente amichevole pezzo di carbone. (…)
Il fatto che Napoli sia largamente ricoperta con questo diabolico materiale e la città, inondata di tanto in tanto con fuoco e zolfo, è il principale ingresso per la malavita, spiega perché questa eccitante, gratificante ed energetica cittadina sia così vicina all’Inferno. D’altronde, si tratta senz’altro di una coincidenza il fatto che Al Capone sia originario di Afragola, esattamente a metà fra Napoli ed il Vesuvio
“.

– Federico Quagliuolo

Disegno di Alex Amoresano

 

 

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