Domenico Fontana e la scoperta delle rovine di Pompei

Lo svizzero Domenico Fontana, durante gli scavi per un acquedotto, incontrò delle rovine romane: aveva appena scoperto Pompei

Domenico Fontana Pompei-By Lisa90EM

Le montagne innevate e lontane della Svizzera sembra che abbiano davvero poco in comune con il le dolci rive del Mar Tirreno. 
Non è assolutamente vero. Anzi, nonostante il loro splendido isolamento fra le montagne, gli svizzeri ebbero sempre grande interesse nel mare e proprio a Napoli ci fu una delle più ricche e vive colonie svizzere d’Europa, sin dal Rinascimento: un sodalizio fra popoli che unì il fiuto per gli affari degli imprenditori alpini alla ricchezza del Sud Italia.
Se però i banchieri più potenti d’Italia, i fratelli Meuricoffre, affrontano l’oblio delle loro memorie con la silenziosa compostezza del popolo elvetico, lo stesso non accadde per Domenico Fontana.

 

Fontana nacque nella piccolissima Melide nel ‘500, un paesino di circa 500 abitanti nel Cantone Ticino, in tempi assai particolari: la Svizzera stava infatti affrontando la maggiore emigrazione di giovani nella sua Storia.

Senza alcun futuro se non quello di modesti agricoltori, infatti, gli alpini si specializzarono nell’arte militare e dell’artigianato fino a diventare i soldati ed artigiani più bravi e famosi d’Europa, in un flusso migratorio che portò i mercenari e lavoratori svizzeri in ogni paese del Vecchio Continente. In questo contesto Domenico Fontana fu uno svizzero assai atipico: amante della cultura e della Storia antica, sin da piccolo si diede agli studi dell’architettura e, come tanti suoi coetanei, a vent’anni partì verso l’Italia con il sogno di poter disegnare arte. Invece diventò architetto.

Dalle rive del lago Ceresio passò quindi prima su quelle del Tevere e, dopo essere stato cacciato dagli stessi papi che lo ingaggiarono, trovò accoglienza sul Golfo di Napoli come architetto del Re.

 

Proprio in quei tempi Muzio Tuttavilla, conte di Sarno, acquistò il feudo di Torre Annunziata per sfruttarne i terreni agricoli. Fu quindi ingaggiato proprio lo svizzero Domenico Fontana, ritenuto il massimo esperto di architettura, per costruire un acquedotto moderno che garantisse forniture d’acqua al nuovo feudoCon una stretta di mano ed una paga assai lauta si strinse l’accordo ed i lavori cominciarono.

 

Quando gli scavi cominciarono a toccare i terreni neri e cinerei dell’antica Pompei, però, cominciarono ad uscire dal terreno monete d’oro, lapidi ed iscrizioni in lingua latina su muri rossi che ospitavano mosaici e pavimenti di marmo perfettamente conservati: allo stesso Fontana furono notificati i ritrovamenti e, giunto fra gli scavi, cominciò a visionare di persona i reperti.
Decise quindi di calarsi in un pozzo e passeggiò, primo uomo dopo un millennio e mezzo, fra le strade morte di un quartiere di Pompei, con visioni che solo lui poté godere: visse per poche ore come un vero uomo della Roma antica.

Una lastra che ricorda l'evento situata in Via Nocera, a Pompei
Una lastra che ricorda l’evento situata in Via Nocera, a Pompei

Attraversò strade, visitò teatri, negozi, portici; vide marmi, stucchi e mosaici in condizioni pari a quelle che gli antichi pompeiani conobbero con i loro occhi: come in una impossibile macchina del tempo, quelle mura rosse gli fecero apparire in mente le immagini studiate nei vecchi e rosicchiati libri delle biblioteche romane in cui aveva appreso l’arte dell’architettura: ebbe quindi una intuizione.

Quelle iscrizioni, quelle mura, dovevano essere solo l’inizio di qualcosa di molto grande, immenso, troppo importante per essere distrutto come stava accadendo a tutte le rovine romane di Napoli proprio in quegli anni, devastate per far spazio ai magnifici palazzi nobiliari del centro storico.

Quella passeggiata sotterranea era solola punta di un iceberg che sarebbe stato scoperto ben 150 anni dopo dallo spagnolo Joaquin de Aucubierre, per conto di Re Carlo di Borbone.

Ma il mondo, la società, i potenti del 1600 non erano ancora pronti ad affrontare la magnificenza del popolo romano: Fontana decise quindi di sottrarre alla sua umana e breve vita la curiosità di scoprire cosa c’era sotto il terreno che stava cominciando ad esplorare, nella speranza che un giorno qualcuno avrebbe potuto apprezzare quelle pietre antiche, che, se portate alla luce, sarebbero state in fretta smantellate per costruire ornamenti e gioielli che avrebbero arricchito le case delle ricche famiglie napoletane.

 

Ordinò l’interruzione degli scavi e si recò di corsa a parlare personalmente con Don Tuttavilla, nella speranza di riuscire a convincerlo a non realizzare l’acquedotto, ma il nobile, non comprendendo le reali motivazioni di tale richiesta, credette che l’architetto fosse giunto lì solo per chiedere un aumento della paga: lo congedò dicendo di continuare il lavoro e di non importunarlo ulteriormente.

Fontana era assai scosso e lavorò giorni e notti intere per riuscire ad evitare l’ingrato ed orribile compito di dover devastare l’edificio romano che, in realtà, era solo una minuscola parte di una immensa città che viveva ancora sotto i suoi piedi: ci riuscì costruendo un acquedotto molto più complesso e grande, in modo da saltare le rovine e realizzare il minor numero di danni alla città antica. Fu estremamente criticato dal committente per l’apparentemente inutile spreco di soldi, ma Fontana non rivelò mai la ragione delle sue scelte apparentemente insensate.

 

 

E così, dalle Alpi della Svizzera al Monte Vesuvio, il giovane Domenico Fontana aveva appena salvato Pompei dalla fame di raffinati, viziati e nobili sciacalli seicenteschi, consegnandola con fiducia ad epoche nuove e mature. 
Il figlio dei maestri romani che non volle pugnalare alla schiena i suoi padri, il genio dell’arte che consegnò al futuro un antico dono con il solito dignitoso silenzio del popolo svizzero.

 

-Federico Quagliuolo

Il Magnifico disegno è di Lisa Mocciaro

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