Il Gigante di palazzo: la vera voce di Napoli

Il Gigante di palazzo, così soprannominato dai napoletani, fu per Napoli quello che Pasquino fu per Roma ed il Gobbo di Rialto per Venezia, ovvero il sito dove si apponevano le satire contro le autorità. I cittadini si piazzavano dietro la statua e iniziavano a raccontare fatterelli scherzosi, deridendo l'operato dei sovrani.

Oggi è semplicemente un busto collocato nel giardino del Museo Archeologico di Napoli, anonimo, quasi invisibile e precedentemente si trovava sullo scalone d’ingresso del Museo. Il Gigante di palazzo (questo era il nome che il popolo gli affibbiò, visto che fu rinvenuto nella Masseria del Gigante a Cuma) era titanico, enorme e tutti i napoletani lo conoscevano, diventando in poco tempo un simbolo della città. Oggi parliamo di Vesuvio, del sole, del mare, della pizza, ma questa statua fu un monumento di egual valore. Essa rappresentava l’irriverenza, lo spirito combattivo dei napoletani che, nonostante le difficoltà, hanno sempre trovato il coraggio di far sentire la propria voce.

Rinvenuta a Cuma, la statua risale al periodo compreso tra la fine del I secolo e gli inizi del II secolo d.C ed era collocata su un grande basamento in muratura, inserita in una cella centrale del Capitolium nel Foro di Cuma, costituendo quella che era il gruppo scultoreo della triade capitolina, di cui facevano bella scena le sculture di Giunone e Minerva, divinità molto venerate dall’Impero romano. Il Gigante rappresenta Giove barbuto e si crede che inizialmente avesse il braccio destro eretto a tenere lo scettro e quello sinistro abbassato e proteso in avanti.

La statua fu portata a Napoli nel 1668 per volere del viceré don Pedro Antonio d’Aragona e fu collocata nei pressi della “fontana del Gigante” (fontana dell’Immacolatella), vicino al Palazzo Vicereale nell’attuale Piazza del Plebiscito. Alla statua vennero aggiunte le braccia e le gambe integrate in parte in stucco riportante lo stemma a forma di aquila alla base della scultura, su cui era stato inciso un lungo elogio al viceré spagnolo. Per il sovrano il Gigante rappresentava la forza, la potenza militare, e il passato da rispettare. Da quel momento la strada verso Santa Lucia prese il nome di Salita del Gigante.

Il Gigante di palazzo, così soprannominato dai napoletani, fu per Napoli quello che Pasquino fu per Roma ed il Gobbo di Rialto per Venezia, ovvero il sito dove si apponevano le satire contro le autorità. I cittadini si piazzavano dietro la statua e iniziavano a raccontare fatterelli scherzosi, deridendo l’operato dei sovrani. Si dice che più di mille volte al giorno succedeva che qualcuno raccontasse storie irriverenti.

Chiaramente i reali non vedevano di buon occhio certi comportamenti e decisero di pagare un uomo come sorvegliante della statua del Gigante. Ma i napoletani anche allora non si fermarono.

Un giorno il viceré don Pedro Antonio de Aragón, rimosse la Fontana dei Quattro del Molo (originariamente sita presso la punta del molo grande (oggi scomparso e sostituito dalla stazione marittima), per riposizionarla nei giardini ornamentali della sua casa in Spagna. In quel caso la la statua parlante del Gigante osò commentare ironicamente il gesto del nobile spagnolo:

“Ah Gigante mariuolo, t’hai pigliat li Quattro de lo muolo! A mme? Io non songo stato: lo Vicerrè se l’ha arrobbato!”

Poi toccò al viceré austriaco, conte Alois Thomas Raimund di Harrach, che nel 1730, trovò affisse frasi denigratorie come queste:

“Neh che ffa ‘o conte d’Harraca? Magna, bbeve e ppò va caca”

“Vuie pensate a fa’ le tasse,
nuie pensammo a fa fracasse.
Ve magnasteve i fecatielli,
lo Rre se magna i casatielli”.

Frasi che indicavano, che il vicerè pensava solo a se stesso e ai propri bisogni senza curarsi del popolo.

Ma chi rese involontariamente celebre il Gigante fu Luis de la Cerda, duca di Medinaceli, che giunto come viceré nel 1695 pensò bene di estirpare il problema alla radice.

Promise 8.000 scudi d’oro a chi desse notizie sull’autore o gli autori dei fogli satirici; il giorno dopo sul gigante spuntarono nuove scritte: 80.000 scudi d’oro a chi portasse la testa del viceré al mercato.

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Per poi finire due secoli dopo, con Giuseppe Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone, che fu nominato dallo stesso Napoleone, Re di Napoli il 1806. Lo stesso Bonaparte, prima di lasciare il trono di Napoli a Gioacchino Murat nel 1808, non sopportando il sarcasmo napoletano che lo bersagliava continuamente, invece di porre una taglia sugli autori, se la prese direttamente col Gigante, ordinandone la rimozione.

Ma la mattina stessa della rimozione si potè leggere sul busto, il testamento del Gigante:

“Lascio la testa al Consiglio di Stato, le braccia ai Ministri, lo stomaco ai Ciambellani, le gambe ai Generali e tutto il resto a re Giuseppe.” 

Ovviamente tutti compresero quale altra “parte” era stata donata per gratitudine al Re…

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