Quando Bach copiava “il nostro” Pergolesi

Giovanni Battista Pergolesi non era napoletano, ma nacque a Jesi. A Napoli studiò e si affermò come artista, tanto che Bach...

Giovanni Battista Pergolesi, un’artista rivoluzionario, innovatore e originale. Nato nel 1710 a Jesi, nelle Marche, era figlio dell’agronomo Francesco Draghi. Chiamato da tutti Pergolesi per via dell’origine del nonno, il quale era un calzolaio di Pergola, all’età di un anno fu subito cresimato a causa del suo stato di salute precario: era affetto da spina bifida, una malformazione del midollo spinale che lo costrinse ad avere una gamba più corta per tutta la vita. Ma Pergolesi era un guerriero e un vero amante della musica, tanto che a 15 anni soltanto fu ammesso, grazie al mecenate Marchese Cardolo Maria Pianetti, al Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo di Napoli. I suoi maestri furono Francesco DuranteLeonardo Vinci Gaetano Greco; i suoi compagni di studi Farinelli e Nicola Porpora.

Pergolesi sin da subito si fece notare per l’eleganza con il violino e nell’anno scolastico 1729-1730 compare come “capo-paranza”, cioè incaricato di guidare un piccolo gruppo di strumentisti (la “paranza”) alle manifestazioni cittadine (funerali, messe, feste pubbliche o private) che vedevano la partecipazione di numerosi giovani allievi dei Conservatori. Grazie al suo talento, fu esonerato dal pagamento delle rette del Conservatorio, in quanto era la punta di diamante. Era un’artista irrefrenabile: oratori, operine, cantate, musica sacra e strumentale, il Pergolesi si occupò di musica per tutta la durata della sua breve vita. A soli 23 anni, nel 1733, musicò l’opera seria “Il prigioniero superbo”, ma la vera fama gli pervenne con “La serva padrona”, opera buffa destinata non solo a eternare la musica del Pergolesi, ma a divenire filone musicale sullo scenario non solo napoletano. Napoli per lui fu una musa a cielo aperto, fu qui che la sua ispirazione raggiunse i massimi livelli. Con l’avvento di Carlo III, il giovane Pergolesi scappò a Roma, poiché vicino alla casa asburgica, rivale storica della casa dei Borbone. Fu in questo periodo che mise in scena altre sue opere e per questo motivo fu molto apprezzato dal Metastasio e da Stendhal.

Nel 1736 Pergolesi, oramai molto malato e ospite dei Cappuccini a Pozzuoli, scrisse il Salve Regina e lo Stabat Mater, due opere prodotte e riprodotte in tutta Europa. Quest’ultima fu anche oggetto di studio per Bach. L’operazione di Bach, che non solo mutò il titolo latino del capolavoro di Pergolesi, ribattezzato tristemente <<Motetto a due voci, 3 stomenti e continuo>>, ma perfino il testo di Jacopone da Todi, sostituendo alle strofe di struttura tristica della sequenza, una versione tedesca in rime del del notissimo <<Miserere>>, ovvero del poeticissimo Salmo di Davide, da tempo inserito nelle letture evangeliche per le celebrazioni pasquali di rito protestante. Resta comunque una domanda da porci:come il maestro della Turingia sia venuto in possesso della musica pergolesiana in oggetto.
Il musicologo Alberto Basso ci informa, che dal 1740 al 1745, lo Stabat venne eseguito in tutta Europa, in Austria, in Germania e più a nord in Scandinavia, sia nella versione originale, che trascritto per altre formazioni strumentali. La trascrizione bachiana risale con molta probabilità al periodo compreso tra il 1741 e il 1747.

Giovanni Battista Pergolesi morì di tubercolosi a 26 anni nel convento dei Cappuccini di Pozzuoli, nel 1736. Fu sepolto nella fossa comune della cattedrale di Pozzuoli. I suoi oggetti personali furono venduti per permettere il pagamento dei funerali. Dai 21 ai 26 anni Pergolesi produsse un’eredità musicale incredibile, che ha fatto sì che il suo nome fosse inciso tra i grandi della musica per sempre.

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