Il dottor Agrillo, l’affettuoso medico di Fuorigrotta

La nuova strada intitolata dal Comune

Ogni ammalato di Fuorigrotta vorrebbe ricevere ancora oggi una carezza dal dottor Vitale Agrillo.
Il rumore del suo malandato Maggiolino bianco che parcheggiava sotto le case dei malati era già promessa di guarigione. Ad ogni ora del giorno e della notte era facile avvistare un vecchietto dai tratti un po’ smunti e con in testa un basco un po’ sbilenco mentre si aggirava per le traverse di Via Leopardi: camminava frettolosamente cercando di battere il tempo per raggiungere la casa del prossimo paziente. La sua parcella era misera: 500 lire per ogni visita, che in euro sarebbero appena 25 centesimi (ma negli anni ’70 valevano poco meno di una decina di euro).

Nacque nel 1909 proprio a Fuorigrotta e visse tutta la sua infanzia fra le poche baracche dell’antico villaggio che sorgeva dalle parti di Via Cumana, giocando a nascondino nella foresta che sorgeva al posto della Mostra d’Oltremare e fuggendo nella Grotta di Virgilio.
Diventato ormai giovane, decise di iscriversi all’università di Medicina e Chirurgia, che concluse con il massimo dei voti ad appena 25 anni. Ma i tempi erano sempre più cupi e, presto, si avvicinarono i venti di guerra, che lo portarono prima in Marina e poi sui campi di battaglia della II Guerra Mondiale.

Agrillo, che aveva un carattere molto mite e gentile, sognava di lavorare in un ospedale napoletano e invece si ritrovò addosso una divisa da militare che operò prima su una nave della Marina, poi fu buttato in un avamposto del nord Africa, fra Rommel, Balbo e Montgomery.

Agrillo Marina MIlitare
Agrillo con la divisa della Marina Militare

In un pomeriggio dell’aprile del 1941, mentre era chinato sull’ennesima gamba ridotta a brandelli da una bomba, sentì alle spalle la canna di un mitragliatore: le truppe inglesi lo avevano catturato.
Dopo anni passati a lottare con la morte, adesso era proprio il giovane Agrillo a sentire il suo cuore tremare, con la consapevolezza che, se fosse stato sparato, nessuno sarebbe arrivato a salvarlo. Legato e circondato da militari britannici, fu caricato su un camion trasferito in una prigione.

Recuperò subito il senno e durante il trasferimento, mentre si trovava ammassato con altri prigionieri nel cassone di un furgoncino sballottato dalle strade disastrate, si prese cura dei feriti medicandoli con ogni mezzo di fortuna. Dimostrò una bravura medica e una capacità di rincuorare i pazienti che catturarono l’attenzione dei militari inglesi, i quali decisero di portarlo in un ospedale per i prigionieri di guerra. Così, un po’ come cent’anni prima Palasciano aiutava i feriti sui campi di battaglia di Messina, il giovane medico napoletano cercava di salvare vite in quella macelleria umana che erano i campi di battaglia (e di prigionia) africani: fino all’armistizio strappò alla morte centinaia di uomini agonizzanti che lo invocavano quasi come un santo.

Proprio in quei giorni decise di fare un voto: se fosse tornato vivo, si sarebbe occupato dei poveri senza alcun interesse economico.

La guerra finì. L’Italia era ridotta in macerie e, dopo dieci anni di fame, orrori e mani insanguinate, Agrillo tornò nella sua Fuorigrotta conservando negli occhi ancora i ricordi del massacro della guerra.

L’esperienza di Moscati, morto giovanissimo, insegna che il tempo tradisce i buoni. E così Agrillo decise di non perdere un istante e tenne fede al suo voto: stabilì il suo compenso in 500 lire per singola visita, e spesso visitava intere famiglie che pagavano una singola parcella.
Si racconta che addirittura un giorno stabilì un appuntamento con un palazzo intero. Il dottore, senza scomporsi, si presentò di buon mattino, prese una sedia, si sedette davanti alla porta di un appartamento e trasformò la casa di uno dei pazienti in uno studio improvvisato, con tutti i condomini in fila per la visita. La sua parcella complessiva fu di 1000 lire e una cena in compagnia dei pazienti.

Le sue stesse mani, che pochi anni prima erano annegate nel sangue delle ferite di guerra, negli anni ’60 si trovarono poi a curare i corpi giovani e intatti delle nuove generazioni. Forte della sua esperienza, gli bastava uno sguardo per intuire la malattia del paziente e trovare una cura adatta, che consigliava con voce calda e rassicurante. I bambini, poi, li salutava sempre con una carezza e un sorriso.

Vitale Agrillo anziano
Agrillo ormai in età avanzata

Fuorigrotta, però, era un quartiere povero e il dottor Agrillo ne era perfettamente consapevole: proprio come Moscati, decise di pagare di tasca propria i medicinali alle persone che non potevano permettersi le cure. Allo stesso modo, ai pazienti più indigenti diceva che preferiva essere pagato con “una buona tazzina di caffè e se ne andava via senza chiedere un soldo.

Continuò a esercitare la sua professione fino all’ultimo giorno della sua vita, quando il corpo, ormai quasi novantenne, non riuscì più ad accompagnarlo nelle sue intense giornate di lavoro. Ancora oggi ci sono persone che lo invocano durante le malattie e giurano di averlo visto in sogno, un po’ come se Fuorigrotta avesse trovato il suo Giusepppe Moscati personale.

Dopo 24 anni dalla sua morte, il Comune ha dato il suo nome alla strada alle spalle del suo primo studio a via Caio Duilio: via Cumana adesso si chiama “via Vitale Agrillo“.

Il suo nome suona strano vicino a strade intitolate a uomini leggendari come Cesare Augusto e Giacomo Leopardi: Agrillo non fu mai un accademico straordinario, l’autore di miracoli o il detentore di qualche primato. Era un dottore di quartiere sopravvissuto alla guerra che, con i modi dolci di un nonno, ha insegnato che, nella vita, la vera impresa straordinaria è far del bene al prossimo.

-Federico Quagliuolo

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