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“3103”: Tommaso Primo racconta il suo viaggio nel futuro

” Chi vuole venire a parlare con Tommaso Primo?” Beh, come potevo dire di no!

Molto bene, appuntamento a Marechiaro.

E Marechiaro sia.

 

Siamo in tre, prendiamo il C31 dal Vomero, arriviamo alla fermata di via Manzoni, scendiamo la stradina di Marechiaro accompagnati dal sole splendente, forse anche un po’ troppo, di un pomeriggio di Settembre.

Accaldati e con un po’ di affanno, vediamo un ragazzo in pantaloncini di tuta e occhiali da sole che da lontano, sorridendo, ci fa segno. Siete voi?”– ci chiede – Siamo noi!”

Ci presentiamo e, incamminandoci verso il mare, iniziamo a chiacchierare. Quello che mi colpisce subito di Tommaso Primo è il suo modo semplicissimo di parlare con le persone. Ci siamo appena conosciuti e subito inizia a scherzare e a parlare del più e del meno con una familiarità particolare, con una confidenza diretta e cortese, quasi come se ci fossimo già incontrati altre volte (Ci offre addirittura un passaggio in macchina per il ritorno!) È poi ancora più simpatico vederlo salutare chi lungo la strada gli rivolge un sorridente “Ciao Tommà”, o un “We Tommà, come stai?” L’atmosfera è quella dei piccoli paesini dove ci si conosce tutti, ci si vede ogni giorno, si vive insieme insomma.

E lui per tutti ha una parola particolare, una battuta affettuosa.

 

Intanto ci sediamo su un muretto. Affacciati su un mare azzurrissimo, con i bimbi che si tuffano dagli scogli e con l’immancabile compagnia di un Vesuvio violaceo, iniziamo con le domande.

 

Il nuovo album si intitola “3103”, come nasce l’idea e cosa rappresenta questo viaggio per Tommaso Primo?

“È un viaggio nel futuro e nello spazio che l’umanità compirà, diciamo così, in un futuro immaginario, dalla Terra al pianeta Kepler. In realtà la missione dell’umanità è quella. Stanno capendo come andare via da qui perché tra 5 miliardi il Sole non ci sarà più e per continuare a vivere dovremo andare su altri posti. Probabilmente questa fuga arrivare un po’ prima per come stiamo trattando il nostro pianeta no? è un posto quasi invivibile. E nasce da questa cosa, da questa riflessione. Nel senso di immaginare il futuro e immaginare quali saranno i punti salienti del viaggio.”

 

 

3103” rappresenta il terzo album di Tommaso Primo, dopo i grandi successi ottenuti con “Posillipo interno 3” e “Fate sirene e samurai”.

“Un album non per tutti” come egli stesso tiene a precisare, ricco di esperimenti, animato da mille culture musicali differenti, dal tropicalismo, al funky passando per il rap rrmb, dove ogni suono è sempre diverso dall’altro: un album per questi motivi impossibile da catalogare in un unico genere musicale.

“In molti mi dicono “ma che hai fatt bell’e ‘ buon, pecchè nun c’hai fatt n’ata pappice e’ a noce, nun c’hai fatt nata Gioia” volevo dimostrare che potevo dire la mia e l’ho fatto sempre divertendomi.”

Molteplici sono le tematiche affrontate da Tommaso, in primis quella ambientale, il disastro ambientale provocato dall’Uomo che ha reso la Terra un luogo invivibile,  come racconta prima in “Cassiopea”:

“n’anema pezzente, termonucleare, dove s’hanno aizate l’acque po’ d’ ’o mare
Luce ‘e sole artificiale, scarfa chesti ‘pprete”

e poi ancora in Hola Madre Natura:

“T’avimme luvato ‘o sangue
Scavando troppo in profondità
E ‘a neve nunn’ è ‘cchiù ianca
Pecchè l’acqua ‘cchiù nun ce sta”

 

La fuga verso altri pianeti è inevitabile, il viaggio imminente; una visione che trova conferme nel brano Kabul:

“Adesso sembra quasi un miraggio
Ma inizierà un lungo e ardito viaggio
“New house!”
Ricerca intergalattica
Quello che presto succederà
Ma arrivarci con studio e tattica
è quello che a noi poi servirà”

 

 

Il rinnovamento qui è a 360 gradi, coinvolge anche gli aspetti più tecnici, come l’entrata dell’elettronica vecchio stile, a discapito dell’acustica; il napoletano, lingua sempre prediletta da Tommaso, ora lascia maggiore spazio ad un italiano nazionale.

Di una cosa però Tommaso è certo:”è un qualcosa che potrà piacere e non piacere. Però rappresenta me, hai capito? Già riuscire a trovare una identità è tanto per un artista”.

 

 

 

 

Di cosa ha bisogno la musica?

“Ci vuole musica di pensiero. Non ci sono gruppi come quando ero io più piccolonon  c’è più quell’antagonismo al potere che secondo me la musica dovrebbe fare e secondo me dovrebbe trattare dei temi differenti da quelli che si trattano oggi. Per ciò in un momento in cui la musica è consumo, perché oggi la musica è consumo, non si chiede nulla, non fa analisi su nulla,anche quando è buona musica, io ho cercato un attimino di dire fanculo i numeri e diciamo qualcosa.Viviamo in un tempo in cui la discografia è cambiata, è cambiata nel giro di pochi mesi. Neanche anni. Prima c‘era ancora il culto del disco, adesso c’è il culto del singolo ed un singolo dura, voglio esagerare, una settimana, capisci come è la cosa? Siamo nell’epoca della velocità. Ci stanno abituando alla velocità, come scrivo in “Kabul”. Il consumismo è iper-sfrenato

 

Come e quando ti sei affacciato al mondo della musica, come è nata la tua passione?

Ascoltavo tanta musica, poi a 13 anni ci fu un episodio, un suicidio di una ragazzina a scuola e io presi la chitarra e scrissi questa cosa. Strimpellavo. Ho la necessità di raccontare delle cose e di raccontarle alla gente, e credo che quello mi faccia riconoscere le persone come me, nel senso che sono persone che hanno la necessità di dire, di dire in quella forma, persone in cui c’è una scintilla.

 

Invece in “Alpha centauri 081” tu dici “lotta e scegli la libertà”, cosa rappresenta per te la libertà e quanto siamo veramente liberi alla fine?

“Poco. Parla di questione meridionale quella canzone. A noi fanno credere di essere liberi ma in realtà siamo schiavi“Cerca al verità” è riferito a Napoli perché anche Napoli è una città che non riesce a essere libera, anche per colpa di uno Stato assente. Sai quando Napoli cambierà? Quando diventerà un punto di arrivo e non un punto di partenza. Purtroppo non lo capiscono, non lo capiscono ancora. Ed è anche un po’ mortificata da una parte di popolo che manca proprio di educazione, da chi poi crea i presupposti per cui questa sub cultura avanzi, perché non si fa nulla per combatterla la sub cultura.”

 

Facendo un riferimento al brano “Superman napoletano” invece, chi può incarnare la figura del Superman oggi secondo Tommaso Primo e Napoli da cosa va salvata?

“Eh, questa è una bella domanda. Io penso che il superman napoletano sia oggi l’umanità. Vittorio Arrigone diceva “restiamo umani”. Noi cerchiamo sempre di scappare dall’Umanità, anche perche è difficile essere umani, eh. Significa essere imperfetti, accettare l’imperfezione, “Cassiopea” dice un po’ questo, quando dice “la pace è ‘a mamma de’ tutte ‘e cose, ‘o pate è ‘a guerra e chest’ coce” dice che purtroppo siamo imperfetti e faremo sempre delle grandissime stronzate, ma dobbiamo accettare la nostra umanità, non dico sempre giustificarla perché noi giustifichiamo anche troppo, ma accettarla  e cercare di superarsi, cercare di creare una coesistenza, soltanto uniti si riesce a uscire da queste situazioni. Oggi non c’è un superman. Penso che il superman dovrebbe essere tutto il popolo napoletano che decide di andare a teatro, di dire beh ci vengo allo stadio una volta a settimana ma non tutti i giorni della settimana, non fare morire l’arte, partorire anche dei concetti umani diversi.”

Ci fa capire che questo sia un problema molto più ampio e non solo napoletano.

“Si stanno instupidendo le masse e soprattutto non comprendono quello che succede.vedi, c’è una notizia su Corona e ne parlano tutti, c’è una notizia su un ragazzo che dice delle cose, cantautori, poeti, e non ne parla nessuno. Immagina se l’umanità fosse incentrata su quella cosa, come cambierebbe il tutto. Perché poi guarda, quando dai alla gente il bello, la gente lo percepisce.”

E’ come se fossimo un po’ disabituati.

 

 

 

 

 

Cosa diresti al Tommaso Primo di 10 anni fa?

Fa una smorfia.

“Me la faccio ogni giorno questa domanda. 10 anni fa avevo 18 anni, iniziavo a incidere, avevo fiducia in questa città e nella produzione di questa città. Quello che ho fatto lo devo alle forze mie, e soprattutto al pubblico che viene a cantare con me, dai bambini a vecchi, questa è una cosa stupenda. Pero mi rendo conto che siamo una riserva, una minoranza. Non so cosa direi al Tommaso Primo di 10 anni fa. Probabilmente se fossi andato a Milano avrei altri soldi, altri numeri, però poi penso che qui mi sento appartenere a una battaglia che… ecco, quando vedo ragazzi come voi che la capiscono mi sento meno solo, però ci sono ragazzi che non lo capiscono, non capiscono contro che cosa stiamo combattendo, un mostro incredibile, che poi è Godzilla probabilmente.”

Invece tra 5 anni come ti vedi?

“Eh”. Sospira Tommaso Primo. “Spero di vedermi qua, felice, però non so se mi vedo qua. Perché mi rendo conto poi che per fare quel salto bisogna… andare altrove”.

 

Un ultimo consiglio?

“Leggere tanta letteratura sud americana e guardare tanti cartoni animati giapponesi. Prendere spunto anche molto dalle atre culture. Siamo rimasti in pochi a conoscere queste cose. Poi però quando le facciamo conoscere agli altri se ne innamorano. Questo il punto, diffondere bellezza. Ecco agg’ fatt’ nu papiello, ‘n’ata vota, però questo era il consiglio. Diffondete bellezza.

 

 

 

 

Author: Andrea Andolfi

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