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Genovesi e la prima cattedra di Economia al mondo

Per spiegare come sia nata la prima cattedra di Economia nel mondo a Napoli grazie ad Antonio Genovesi, bisogna raccontare la storia di questo illuminista napoletano e precursore del pensiero moderno.

Antonio Genovesi (il cognome era Genovese e solo dopo fu cambiato in Genovesi) nacque il primo novembre del 1713 a Castiglione, in provincia di Salerno, in quello che era il Principato Citra, da una famiglia dalle umilissimi origini. Genovesi è considerato uno dei padri dell’Illuminismo napoletano: Napoli e Milano erano due capitali dell’Illuminismo, due città che producevano idee rivoluzionarie senza il bisogno di confrontarsi con i preparatissimi francesi ed inglesi. Genovesi nacque nel periodo florido di Carlo III, un contesto storico dove l’istruzione era però a disposizione soltanto degli aristocratici e del clero.

Nella piccola Castiglione l’animo di Genovesi era sofferente ed i genitori, per assecondarne la propensione e l’entusiasmo per gli studi, lo avviarono alla vita ecclesiastica. Qui il giovane Genovesi potè spraticarsi soprattutto con le materie umanistiche, visto che questo “passava in convento”.

Ebbe notevoli successi in maniera rapida. Nel 1737 divenne docente di retorica presso il seminario di Salerno; l’anno successivo venne ordinato sacerdote e, grazie a 600 ducati ricevuti in eredità da uno zio, si trasferì a Napoli. Studiò e lavorò presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e conobbe Gianbattista Vico, di cui fu allievo, e nel 1741 ottenne la cattedra in Metafisica ma a causa di ripetute denunce per i suoi scritti (Elementa Metaphysicae pubblicato nel 1743) gli fu assegnata quella in Etica. Ma durante questi anni l’inquietudine di Genovesi non fece altro che aumentare.

Il pensiero di Antonio Genovesi era semplice: era necessario promuovere in ogni modo la cultura e la civiltà per  favorire il benessere e l’aumento dei consumi, perché tutti i progressi andavano di pari passo con l’autonomia della ragione e con l’affermazione della libertà. Concetti estremamente moderni visto che si parla di più di due secoli fa. Lo stato ideale doveva essere una monarchia assolutistica e illuminata e libera da ogni vincolo religioso.  Genovesi era convinto che bisognava diffondere la cultura anche (e soprattutto) nei ceti più bassi affinché potesse realizzarsi l’ordine e l’economia dapprima nelle famiglie, e poi nella civiltà in generale. A tal scopo esortava gli intellettuali ad approfondire “la cultura delle cose”, evitando di perdersi in vane speculazioni metafisiche, che non potevano risolvere i problemi concreti della società.

Carlo III aiutò a concretizzare il pensiero di Genovesi. Il re partecipò attivamente all’allontanamento dei gesuiti e in questo periodo crebbe in lui Genovesi un senso di ribellione nei confronti dei duri dettami della Chiesa. Fu uno dei primi ad affermare con convinzione che la Chiesa è infallibile solo in materia di fede, un concetto davvero rivoluzionario per l’epoca. Antonio Genovesi vide nell’istruzione popolare un fattore determinante di progresso civile. Una considerazione scontata, si direbbe oggi. Non lo era nel ‘700, dove la cultura era appannaggio esclusivo dell’aristocrazia e del clero.

Nel 1754 ottenne la prima cattedra in Economia (Meccanica e Commercio) al mondo grazie ai fondi privati dal toscano Bartolomeo Intieri, amministratore dei beni dei Corsini e del Medici. Le sue lezioni riscossero molto successo tra i giovani, grazie ai temi inusuali che venivano trattati. La fusione tra filosofia e teologia, economia e vita civile, si delineava nell’opera “Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, ponendosi a mezza strada fra le posizioni di Broggia e Doria e quelle fisiocratiche di Verri; Genovesi era vicino alle idee mercantiliste di Vincent de Gournay. Genovesi in questo scritto sembra che guardi ai giorni d’oggi: infatti auspica l’introduzione di una cattedra in Agraria grazie alla quale i giovani potranno avvicinarsi al mondo della terra in maniera economica e sostenibile.

Il mitico professor Genovesi morì a Napoli il 22 settembre 1769. Si sa che fu sepolto a cura del suo amico Raimondo di Sangro, Principe di San Severo, nella chiesa del monastero di Sant’Eramo Nuovo (o Sant’Eusebio). Ma non ebbe un sepolcro individuabile: fu semplicemente deposto nella cripta. In seguito a delle ristrutturazioni della chiesa nei primi anni trenta del Novecento, tutte le ossa della cripta, fra cui anche quelle di Genovesi. furono trasferite nella chiesa di Sant’Eframo Vecchio.

 

Disegno di Emanuel D. Picciano

Author: Francesco Li Volti

Giornalista con la passione per la storia e per la legalità, sono per metà siciliano, per un quarto spagnolo e per un altro quarto tanzaniano. Sogno una Napoli priva di parcheggiatori abusivi, di saccenti e di youtubers. Non uso social, possiamo parlare tranquillamente da vicino se ti va di scambiare due chiacchiere. O se vuoi sentire il mio pensiero, puoi leggermi.

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