Il quadro dell’anima dannata alla Sanità

Il quadro dell'anima dannata alla Sanità. Il legame tra la vita e la morte a Napoli ha sempre avuto forme complicate. Ed anche quando un evento non accade in questa città trova il modo di arrivarci, come se solo qui certe cose avessero senso.

Il quadro dell’anima dannata alla Sanità.

anima dannata

Il legame tra la vita e la morte a Napoli ha sempre avuto forme complicate. Ed anche quando un evento non accade in questa città trova il modo di arrivarci, come se solo qui certe cose avessero senso.

Nella sagrestia della Chiesa di Santa Maria dei Vergini, nel cuore della Sanità, sono custoditi un inginocchiatoio e una rappresentazione del Cristo. Oggetti piuttosto comuni per un luogo sacro, se non fosse per i segni di bruciatura che riportano entrambi.

Ovviamente la presenza di tali segni è stata spiegata da mille e più storie. Tutte presentano protagonisti differenti: mercanti, cavalieri, sacerdoti. Ma la base sembra essere la stessa. Si tratta infatti di una classica storia d’amore e di tradimento finita male: c’era una donna che al seguito di una malattia morì, ma la sua anima, colma di peccati, non trovò mai pace. Il suo amante, che fra i tanti peccati rappresentava quello più grave, pregò per lei ogni giorno ed ogni notte, ripetendo il suo nome continuamente. Al che l’anima della povera donna decise di mostrarsi all’innamorato spiegandogli con toni tutt’altro che calmi che il suo destino era segnato e che mai avrebbe trovato l’eterno riposo.

Ma poiché molte volte gli uomini non ascoltano, la donna fu costretta a compiere un gesto estremo: per fargli capire quanto fosse dolorosa la sua pena prese il posto di preghiera del giovane amante e pose le mani sul dipinto del Cristo. L’anima bruciava e con essa tutto ciò che toccava.

La combustione generò un fumo talmente denso che l’uomo si sentì male. Non si seppe mai se questa vicenda fu realmente accaduta, ma cosa straordinaria fu che i manufatti che nel 1712 giunsero nelle mani di padre Giuseppe Scaramelli, superiore della Casa della Missione di Firenze, pochi anni dopo arrivarono a Napoli. Nel 1726 le impronte di fuoco impressionarono l’avvocato Alfonso Maria de’ Liguori che scosso profondamente decise di abbracciare la vita ecclesiastica, diventando poi santo.

L’avvocato ci vide bene: quegli oggetti scuotono interiormente l’anima e solo in un posto come Napoli vengono accolti a pieno, poiché solo qui le anime trovano l’eterno riposo.

 

Foto di Luca Praderio

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