Le lettere del Capitano e la sua sirena

Ecco come venivano ritrovate le lettere

Ecco le 5 lettere del Capitano

7 Febbraio 1716

I miei uomini diranno che il mare mi ha reso folle o che ho bevuto troppo, quindi riserverò unicamente a questa carta ciò che mi è accaduto. Giuro sulla mia nave, giuro sulla mia testa, giuro su Dio onnipotente: ho visto una sirena. L’ho vista!
Sono sul ponte della Hawk quando accade. Navighiamo lungo la rotta da Nevis verso Saint Martin guidati dalle prime luci del giorno. Ci sono molte rocce ma una, la più grande, è stata scelta da quella creatura per il suo riposo.
Quando ero piccolo mio padre era solito raccontarmi storie e leggende; tra queste ascoltavo con grande piacere la storia di Lì Ban. La mia mente infantile pensava alla sirena come una giovane donna con la coda di pesce e la voce angelica… da oggi smetto di immaginarla. Uno sguardo, anche estremamente distratto, trova facilmente la differenza tra ella e una donna comune. Ha i capelli lunghi al punto che non ne vedo la fine, folti, le coprono il viso ed in parte il corpo. Si accorge di essere osservata da me e mi mostra il suo viso. I suoi occhi brillano come gemme e suscitano in me l’idea del prezioso e del selvaggio insieme. I suoi occhi potrebbero impreziosire qualsiasi cosa cosi come suscitare gli istinti più nascosti e respinti dagli uomini timorosi di viverli; non saprei come descriverli se non dicendo che i suoi occhi sono d’avorio. Le sue labbra, rosse come il sangue, sono strumento infallibile per invitare al bacio. Non ha la coda di pesce ma entrambe le gambe rese forti dal nuoto, lisce ed illuminate, come il resto del corpo, dalla luce solare sulla sua pelle bagnata. Non aveva abiti infatti, solo quei lunghi capelli che le coprivano il seno e il sesso: neppure il vento che soffia in queste vele e muove queste travi, ha saputo spogliarla negandomi, cosi, la possibilità di vederla nella sua completa bellezza e costringendomi, bastardo, a congetturare quel corpo. Fossi stato più vicino l’avrei sfiorata, l’avrei toccata e presa! Dopo quell’istante che per me è durato un intero giorno, si tuffa e scompare. Escluso me nessuno l’ha vista.
Possa il Quartiermastro tagliarmi la gola stanotte mentre dormo o possa una rara malattia colpirmi la mano con cui scrivo se, ciò che scrivo, è falso. I miei occhi hanno visto una creatura stupenda riposarsi su una roccia. Possa Dio farmi roccia cosi da poterla incontrare, possa Dio farmi roccia cosi da poter sentire il suo corpo, possa Dio farmi roccia perché le rocce non provano Amore, non provano passione, non provano desiderio e non provano timore di innamorarsi di ciò che fugge per non tornare.

 

 

10 Febbraio 1716

La ricerca della mia sirena mi impegna costantemente. Penso a lei quando mi sveglio e continuo a rivolgerle i miei pensieri finché non mi prende la stanchezza. Impegna me ma non la mia ciurma, la quale brama ricchezza. Ho scelto io come condurre la mia vita e come potrà finire: o morirò tra i miei tesori o con una corda al collo. Ad un paradiso che nessuno ha visto ho preferito soddisfare i miei desideri libero dalle leggi degli uomini e dalle leggi divine; che importa, dunque, se confesso qui uno dei miei crimini? Nelle città tutti parlano di me e mi attribuiscono delitti che neppure ho commesso. Seppure tacessi non cambierei il mio destino. Vediamo vele quadre con bandiera spagnola. Quella nave ci avvista ma non cambia rotta né velocità: il tempo che necessita lo scontro è troppo prezioso. Issiamo la bandiera nera e caliamo i velacci. Mentre ci avviciniamo la Antevida, così si chiamava il brigantino spagnolo, rallenta e ci mostra il fianco. La Hawk subisce la prima bordata: alcuni di noi vengono feriti gravemente. I nostri cannoni di prua, invece, danneggiano il primo albero nemico. Di quei fiacchi spagnoli perdono la vita in molti durante il nostro arrembaggio, altri si arrendono senza neppure combattere. Decido di incontrare il capitano sconfitto mentre la Antevida viene rapinata ed i suoi uomini incatenati sul ponte. Dice di chiamarsi Armando Vidal Soler e la sua ciurma è da giorni impegnata nella ricerca di una creatura a cui ha dato nome Desideria: la mia sirena. Dice di averla vista nei pressi di Isla Mona, in una grotta, e di averci anche parlato. Lei gli ha dato un compito ma lui ha fallito, per questo la cerca con l’unico intento di rapirla giacché non può averla in altro modo. Lo spagnolo l’aveva vista, le aveva dato un nome, le aveva parlato e l’ha delusa. Nell’animo di ogni uomo si nasconde una belva ereditata dalla sua natura più antica: la mia mi uscì dal petto in quel momento e mi fece a brandelli. L’ho sentita fuggirmi dal cuore e percorrermi la schiena fino alla nuca, divorandomi i pensieri. La mia ragione fu neutralizzata ed i miei tormenti guidarono le mie azioni. Ho torturato quell’uomo ma non ha voluto dirmi cosa gli avesse chiesto la sirena, neppure dopo avergli cavato entrambi gli occhi. Ho legato anche lui con gli altri prigionieri e sono salito sulla mia nave. Ho ascoltato urlare e pregare almeno trenta uomini mentre la Antevida veniva affondata dalla Hawk: riprendemmo il mare quando ogni dannata voce fu messa a tacere dalle acque. Siamo diretti verso Isla Mona e lì l’aspetterò. Voglio che mi parli e mi dia la possibilità di conquistare la sua fiducia.

 

 

14 Febbraio 1716

Finalmente Isla Mona. Prima di partire per questa impresa ho preso in prestito da San Juan un ragazzino. È bruno, magro e sicuramente troppo giovane per provare impulsi. I miei uomini lo hanno preso nella folla, nascosto in un barile e caricato sulla Hawk come si usa fare per il tabacco. Avrei volentieri preso una fanciulla se solo questi ratti che m’accompagnano non fossero convinti che porta sventura una donna a bordo. Ritrovandosi sul ponte con stranieri armati ha provato un forte terrore così l’ho portato nella mia cabina e gli ho parlato. Il suo nome è Enrique ed il suo compito è cercare la sirena con me. Quando gli ho parlato della mia sirena ha mostrato forte interesse: la sua immaginazione ha preso il sopravvento così che immaginare il suo incontro con una creatura fantastica ha allontanato il pensiero dei familiari lontani. In quel momento sono diventato per lui un amico, un fratello maggiore: sicuramente anche suo fratello gli avrebbe sparato se avesse portato al fallimento un compito così delicato. La sirena appare di notte. Ho girato intorno quest’isola con la mia nave ed ho trovato più di una grotta ma fortunatamente poco distanti tra loro. Prima che diventasse buio ho esplorato tutte quelle caverne con Enrique mentre, la notte, ho ordinato alla ciurma di restare nella stiva e di uscire solo a sole levato; io ed Enrique invece, svegli, la cercavamo. Il ragazzo è molto stanco e provato ma gli ricordo che la nostra missione è più importante dei bisogni umani e perciò deve essere forte. Ogni tanto crolla. Stanotte ciò che sognavo è divenuto realtà. Enrique vede con i suoi occhi stanchi qualcosa nella grotta di maggiori dimensioni: si merita di tornare a casa. Calo una barca e muovo verso di essa sperando con tutto il cuore di trovare colei che disperatamente cerco al suo interno. Sento un canto dolce e questo aumenta la forza nelle mie remate. Lei è su una roccia come ricordo d’averla vista la prima volta: stessi atteggiamenti, stesse emozioni. Chiede il mio nome ed io glielo dico. Afferma di sorprendersi del fatto che un uomo giovane come me già possegga una nave e la fiducia di avidi diavoli. Vuole mettere alla prova il mio coraggio e mi da quel compito che nessuno ha portato a termine: sulla spiaggia di Cape San Antonio, nei pressi di L’Avana, una creatura marina è tenuta prigioniera dalla flotta spagnola e lei vuole che io la liberi. Non so quale strano essere sia tenuto così nascosto ed ingabbiato ma so che se lo libererò, la mia sirena si fiderà di me e salirà sulla mia nave. Allo strano essere prometto libertà; alla flotta che mi ostacola, solo fiamme.

 

25 Febbraio 1716

Il buon Benjamin Hornigold mi doveva un favore. Grazie alla sua fama la Hawk è divenuta ammiraglia di una flotta composta da sette navi: uno sloop, due corvette, tre fregate ed un galeone strappato agli inglesi lungo la rotta. L’avamposto era composto da una singola e bassa struttura in muratura e legno, difesa da una singola torre con cinque cannoni da 24 libbre e quattro vascelli. Ero sicuro di poter vincere lo scontro rapidamente ma il capitano dello sloop, un certo Edward Teach, ha convinto tutti gli altri ad aspettare la notte. Ho dovuto soffrire l’attesa per colpa di un codardo che farebbe meglio a cambiare vita! I migliori venti uomini, come ombre, nuotano verso i vascelli, salgono a bordo, uccidono sentinelle e sabotano cannoni, La Hawk dà inizio alla battaglia, quella vera. Le navi più veloci speronano i vascelli e supportano i sopravissuti che ancora combattevano; i velieri pesanti bersagliano la torre sgretolandola in pochi attimi. Un colpo di cannone colpisce la struttura, così ordino di scaricare i cannoni e scendere sulla spiaggia. Il nostro vantaggio numerico ci permette di sopraffare i difensori Entro nella struttura e sfondo tute le porte finché non lo trovo: un cavallo celeste con una lunga catena al posto della sella. La sua cella era stata costruita sulla sabbia: un angolo di essa venne scavato artificialmente ed anche la sua fune di ferro era tanto lunga da permettergli di immergersi. Fisso la creatura per qualche istante poi entra un pirata di nome Kamde: egli guarda il cavallo e fugge via terrorizzato gridando il nome “Alastyn”. Il cavallo ricambia il mio sguardo e poi avviene la trasformazione. Parte del suo corpo resta equino, le sue orecchi anche, ma il restante ed il volto diventano i miei: i miei occhi diventano i suoi, la mia cicatrice sull’occhio gli appartiene, il taglio sul mio volto lo sfigura, mi ruba la voce. Non si chiama Alastyn ma minaccia di caricarmi e portarmi negli abissi. Preferisco morire in fondo ai mari che rinunciare. Lo libero ma lui non mantiene la sua parola: corre verso acque e fugge immergendosi. Sicuramente l’avrà già raggiunta. Se può assumere forma maschile è possibile che siano amanti. Giuro che se li trovo insieme sposto tutti i cannoni della Hawk su di un fianco e li polverizzo insieme alla loro maledetta grotta. Non ho mai temuto i pesantissimi galeoni, come mai ho temuto le tempeste, le onde anomale, i mostri che infestano questi mari e la Morte che gioca a dadi. Mi chiedo allora come possa il mio cuore, temprato al coraggio, temere di non trovarla al mio ritorno. Forse è solo l’orgoglio di capitano che non vuole essere raggirato da una donna pesce. Mi chiedo come possa il mio cuore avere panico al pensiero di non vederla salire a bordo della mia nave. Magari è solo l’idea di spaventarla o di non aver fatto abbastanza. Mi chiedo come possa essere terrorizzato alla considerazione che realmente non potrà mai amarmi e non potrò rivederla mai più. Se davvero la mia sirena non fosse mia? Se davvero ho liberato il suo Amore? Se davvero non fosse lei il mio Amore? Dov’è il mio Amore? Ho una nave ma non posso navigare con chi amo. Ho tesori e rubini ma nessun tesoro impreziosisce il mio spirito. Ho tanti uomini disposti a seguirmi e morire per me, ma io ho nessuno per cui morirei. Dio mio! Questa è la mia punizione? La mia punizione per aver scelto una vita frenetica, di lussi e peccati, è vivere in solitudine, depauperato d’affetti e senza speranza? Dimmi “si” e mi sparo subito. Perché adesso? Perche non mi hai mostrato d’avere un cuore adatto ad amare prima che uccidessi il primo uomo? Dicono i preti che il pentimento può salvare l’anima. Non mi interessa se la mia anima brucerà o siederà sulle nuvole: mi interessa se il mio Amore verrà ricambiato in questa vita, per qualche anno, un giorno, un istante. Se fossi nato con le pinne sicuramente mi avrebbe amato. Dio, ti prego, se non potrò amarla, nascondila ai miei occhi, allontanala dai miei pensieri; restituiscimi la mia vita maledetta e giudicami quando il mio corpo riceverà l’ennesima ferità: quella fatale. Sento il cuore vibrare come vibrano le vele; sento il mio petto pronto ad esplodere come cento cannoni; sento la mia testa confusa dai pensieri come lo scafo è assordato dall’infrangersi delle onde; sento il mio respiro rallentare come un veliero in bonaccia; sento il fasciame della nave come se fosse il mio corpo.
La Hawk non ha mai perso uno scontro. Ci siamo sempre lanciati contri i nemici e tutti riposano con le pance piene d’acqua salata. Non so se vinceremo anche questa volta, amica mia. Sciogliamo insieme le vele e prendiamo il vento verso Isla Mona. Comunque andrà a finire è stato il mio primo Amore, il mio vero Amore, il mio unico Amore.

 

 

7 Marzo 1716.

Ho remato da solo verso l’isola. La Hawk in mare mi ha sempre ispirato riparo e non poterla vedere, neppure in lontananza, mi faceva sentire smarrito. Ho atteso la notte impaziente ma quando è arrivata, confesso: ho avuto timore. Ho avuto timore delle conseguenze al fatto di trovarla in compagnia o di non trovarla affatto.  Solo nella paura si può essere coraggiosi e coraggiosamente volli incontrarla. Penetra un raggio di luna e rivela la mia sirena adagiata sulla sabbia interna alla grotta in cui dimora: mi accoglie il suo sorriso ed il suo sguardo compiaciuto tra centinaia di ossa. Quante colonie ci sono nelle Indie occidentali? In ognuna di esse almeno una donna ha conosciuto la mia intimità. Guardare quegli occhi e quella bocca hanno caricato il mio corpo di un’energia arcaica e nuova allo stesso tempo. Ho sentito un lieve vento accarezzarmi il volto e subito dopo un tornado vorticarmi nel petto. In quel momento il tuo sguardo, mia sirena, è cambiato per divenire serio e curioso; sono convinto che anche il mio sguardo fosse mutato: i miei occhi erano quelli della tempesta. Mi avvicino lentamente a te mentre la tua coda di pesce disegna cerchi in aria: la sfioro con una mano e subito comincia a divenire snelle gambe; ti spogli delle scaglie e scopri il corpo dai capelli, analogamente io comincio a spogliarmi delle armi e delle vesti. Mi adagio accanto a te e comincio dove tu termini. Le mie dita sfiorano le tue caviglie e salgono, lentamente, come un albatros sfiora le acque del mare, verso il bacino. Il mio sguardo è fisso contro il tuo: ora non servono gli occhi per immergersi. Con l’altra mano arrivo al tuo seno ed il mio palmo lo copre come una pesante nuvola: essa scende e nasconde un pericoloso vulcano che spengo senza indugio con le dita come s’usa per le candele.  Col pollice ridisegno le linee intorno alle tue labbra e sei pronta per il bacio. La mia bocca e la tua si avvicinano e si incastrano come l’arrembaggio di due velieri colmi d’Amore. Non amo solo il tuo sorriso, pertanto trovo ingiusto baciare solo quello e far ingelosire il resto. Il mio bacio si posa su tutto il tuo corpo come una pioggia avara delle sue gocce, al punto da lasciarne cadere una, poi un’altra, un’altra ancora, senza fretta, dal viso verso il basso, facendosi sempre più generosa. Mi guadagno un posto tra le tue gambe e lì resto: lì vortico nuovamente.
Volto il tuo corpo come il dotto volta una pagina già letta. Le mie dita affondano nei tuoi fianchi come dieci tartane con una falla nello scafo. La tua schiena si incurva e su di essa, convessa, scivola la mia bocca.  I nostri corpi così s’uniscono per la prima volta ed il mio piacere diventa il tuo. Spingi le mie spalle contro la sabbia e sali su di me stringendo le tue forti gambe contro il mio bacino. Sono un gladiatore caduto e tu la tigre nell’arena, la quale passa i suoi artigli sul mio petto e graffia fino all’addome. I tuoi capelli seguono in ritardo il moto del tuo corpo: le loro estremità si muovono nell’aria come filamenti di una bandiera incompleta. Sei troppo leggera per trattenermi ed i ruoli s’invertono. Si racconta che il canto delle sirene riempia il cuore degli uomini che lo ascoltano di dolcezza e poesia. Evidente è che il tuo non è un canto giacché mi ispiri irruenza e lussuria. Il tuo verso risuona nelle pareti della grotta: imbarazza gli angeli del paradiso, infervora i diavoli all’inferno.
Così consumammo il nostro desiderio violento.

Ritornato sulla Hawk avverto un grande sconforto. Ti ho appena lasciata e già sento la tua mancanza. Vorrei non lasciarti. Vorrei fossi sempre lì ad aspettarmi. Vorrei non avessi quella bocca e vorrei non aver visto quegli scheletri di uomini caduti per essa. Adesso sei in mare, segui la mia nave e mi guardi mentre scrivo: ti vedo dalla mia cabina e ti sento dal mio cuore. Il mio battito è sempre più doloroso, come se i turbamenti nel mio petto, crescendo in numero e peso, lo stringessero. I miei uomini mi sconsigliano con le lacrime di seguirti. Vorrei tanto tuffarmi per riabbracciarti ma so che hanno ragione. Quanti uomini hai sedotto e portato in fondo al mare? Quanti sono morti dopo aver saggiato il tuo Amore? A quanti di loro hai dato questa possibilità? Nessuno di loro ti ha amato come ti amo io.
Il mio respiro freme e battono i miei denti: non seguirmi. Con questa nave e questi marinai ho sfidato la Natura, navigando contro burrasche e tifoni, cacciando giaguari e squali, sopravvivendo a ferite e malattie. Convinto di aver vinto quella sfida, la mia rivale impugna l’arma più pericolosa facendomi innamorare. Perché ho voluto cercarti? Perché ho assecondato il tuo volere? Dannazione! Nei tuoi occhi vedo gli occhi della rivincita. I miei uomini hanno ragione: vuoi solo trascinarmi nelle acque buie. Io ti ho donato tutto ciò che sono e tu vuoi uccidermi. Sento un forte dolore allo stomaco per ciò che sto per dirti: non sarà semplice ma ti dimenticherò.
Troverò la forza per sfuggirti. Troverò il modo di sottrarmi al tuo sortilegio. Vincerò anche questa sfida. Più coraggioso e leggero sento che ti sto già abbandonando, amica mia.
Christian

Author: Arianna Giannetti

Diplomata al liceo classico Adolfo Pansini, studentessa di Ingegneria Biomedica all'università di Napoli Federico II. Amo leggere e la scrittura è sempre stata una delle mie passioni più intime e forti. E' un onore per me, poter far scoprire a tutti coloro che ne avranno voglia, aspetti e sfumature nuove o preziosamente antiche, di questa incredibile città.

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