Stazioni dell’Arte: un salto all’Università

Circa sette anni fa, nel marzo 2011, attivava i suoi tornelli la stazione della linea 1 che porta il nome di Università.

Io sette anni fa ero ben lontana dal mondo di Piazza Bovio e Corso Umberto, di sessioni d’esame e giornate infinite di corsi.

Orbitavo nella zona di Vanvitelli, al primo anno di Liceo, al Sannazaro. Da un po’ di anni, però, i tornelli della stazione Università girano seguendo la spinta ora annoiata ora frettolosa del mio corpo almeno una volta al giorno.

La conosco bene, ci ho incontrato gente, ci ho passato alle volte – sarebbe sciocco non dirlo – fin troppo tempo, tra le sue scale mobili, la banchina e i vagoni ci ho studiato, ho letto pagine e pagine di libri diversi, sono rimasta, un po’ incantata un po’ allucinata dalle sue luci forti e dalla stanchezza, ad osservarne l’architettura; eppure mai sono andata oltre un pigro apprezzamento, quasi automatico.

Poi, noi di Storie di Napoli abbiamo deciso di dedicare il mese di Maggio a una serie di articoli-reportage sulle Stazioni dell’Arte; e mi sono decisa – assafàddio, come si dice da noi – ad informarmi.

La stazione è stata progettata da Alessandro Mendini, insieme alle stazioni di Materdei e Salvator Rosa, e da Karim Rashid.

Spulciando qua  e là, scopro presto che ha vinto, già nel 2011, il premio internazionale Emirates Leaf International Award di Londra.

Come sa bene chi la prende tutti giorni, le due scale d’accesso sono una dinnanzi al Palazzo della Borsa, l’altra sul marciapiede opposto (e quanto dura, quel semaforo ai pedoni per passare da un’entrata all’altra!).

 

Le scale d’ingresso sono affiancate da muri rivestiti di piastrelle, sulle quali sono scritte alcune parole del linguaggio informatico.
Correndo verso l’interno della metropolitana (profonda, a proposito, 30 metri al di sotto del livello della strada) le assorbo vorticose in un colpo d’occhio, presa dai loro colori, senza leggerne mai nessuna o forse riuscendone ad arraffare un paio. Entro. I colori sono tanti – due predominano, e non sono certo colori timidi: verde acido e fucsia.

 

 

Poco oltre i tornelli c’è una scultura, disegnata da Rashid. Si chiama Synapsi, accenna al reticolo neurale del cervello; sopra c’è un cartello che dovrebbe essere inutile – vietato sedersi sulla scultura. Sempre sul piano delle obliteratrici sono presenti due colonne nere, modellate come un profilo umano continuo.

Lungo le banchine, i muri sono rivestiti di pannelli realizzati con il sistema lenticolare H3D; l’effetto stereoscopico e tridimensionale attira lo sguardo anche dopo una giornata stancante – l’altra sera ho visto una bambina giocare con il proprio riflesso deformato e gli spicchi di luce per tutto il tempo d’attesa della metropolitana.

Tutta la discesa, in realtà, è verso un mondo di giochi ottici e luminosi. Su alcuni gradini d’accesso alle banchine sono raffigurati Dante e Beatrice, a colori vivi, un po’ troppo vivi, sopra le righe come tutta la stazione. Penso alle piastrelle d’ingresso, alle scritte network software portatile database.

In fondo, chi dice che la cultura umanistica non può comunicare coi linguaggi contemporanei è tutto sommato un cretino fuori dal tempo, che sia un dantista o un informatico. E chi dice che l’incontro non possa avvenire in una stazione fluo della metropolitana?

Beatrice Morra

 

 

Author: Beatrice Morra

Diplomata al Liceo classico Jacopo Sannazaro, oggi studio Lettere Moderne all'Università Federico II. Nel maggio 2014 ho pubblicato il mio primo romanzo con copie cartacee in tiratura limitata e disponibilità gratuita in ebook: il titolo è "Dalla mia cenere". Amo la letteratura, in particolare quella Sudamericana, il cantautorato italiano degli anni '70 e la storia dell'arte.

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