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E i Savoia inventarono le “fake news” ed il fotoritocco

E i Savoia inventarono le “fake news” ed il fotoritocco

Che le bufale giornalistiche siano probabilmente la prima grande piaga affrontata dalla società virtuale del Terzo Millennio, non c’è dubbio. Ma le notizie false non sono state di certo inventate su Internet.

La Storia è ricchissima di esempi di notizie di fantasia diffuse pubblicamente per i più vari scopi: dallo spionaggio durante la guerra fredda, passando per condotte scorrette industriali, arrivando ai più famosi scopi politici. In quest’ultima attività, l’Italia fu pioniere.

L’anno era il 1868, l’Unità si era conclusa da pochi anni ed il Bel Paese affrontava già la sua prima grande frattura sul futuro del meridione: c’erano in parlamento numerosi politici napoletani che, credendo nella causa unitaria, genuinamente speravano di lottare per la propria città e chi, come Federico Menabrea o l’abruzzese Giuseppe Pica, vedevano il Sud Italia come un problema da risolvere con metodi drastici.
Proprio il famosissimo Menabrea, Presidente del Consiglio dal 1867 al 1869, si adoperò molto per realizzare una vera e propria “soluzione finale” nei confronti dei meridionali ribelli: sono ormai pubblici alcuni fra i carteggi intrattenuti fra il Capo del Governo e gli ambasciatori di Argentina, Brasile, Olanda ed Inghilterra per chiedere la concessione di lande desolate nelle quali deportare tutti i cittadini meridionali fastidiosi e destinati al domicilio coatto: furono chieste esplicitamente la Patagonia ed il Rio Negro. I progetti non furono mai realizzati perché tutti i paesi non diedero disponibilità e, nel 1869, finì la lunghissima carriera politica di Menabrea.

Nel frattempo, la storiografia filounitaria dei Savoia cominciava a tracciare tante fra le leggende che ancora oggi si raccontano come aneddoti simpatici sul passato regime napoletano. Potrebbero sembrare curiosi episodi del passato, ma in realtá si tratta di notizie che, oggi, sarebbero a tutti gli effetti le famose “fake news” tanto invise a Trump.
All’epoca non c’era Internet, il cosiddetto debunking (l’attività di chi smaschera le notizie false) era inimmaginabile ed una buona potenza mediatica poteva garantire la fortuna o la rovina di un personaggio pubblico. In tal caso, l’entourage della dinastia sabauda fu davvero geniale nel comprendere le potenzialità immense della creazione di bufale.

 

 

La regina nuda

 

Roma, che nel 1862 era ormai un relitto sporco e decadente dell’antica capitale imperiale, non era assolutamente nuova nell’ambito degli scandali sessuali. Durante il pontificato di Pio IX, uno dei papi più odiati della Storia, si diceva che nella Città Eterna ci fossero “tanti cardinali quanto prostitute“. I misfatti commessi dai rappresentanti dell’alto clero, però, erano prontamente taciuti in una densa coltre di silenzio, che caratterizzava tutte le vicende interne allo Stato della Chiesa.

Il Regno delle Due Sicilie era stato ormai annesso dai Savoia al neonato Stato Italiano da un solo anno e, nel frattempo, la famiglia reale di Napoli si era trasferita a Roma in esilio, nella speranza di poter riconquistare il regno perduto grazie ad aiuti internazionali, oltre a rendersi segreti finanziatori dell’attività rivoltosa dei Briganti. Si dice che sia stata anche partecipe nella cospirazione che portò alla morte di Umberto I e al tentativo di assassinio del re a Napoli, ma si tratta di voci che non possono essere provate. La certezza è che il carattere pugnace della ex-regina non trovò mai pace e, dal 1860, giurò odio eterno ai Savoia, nella speranza di poter ritrovare il suo regno.

Quello di Maria Sofia fu uno dei primi fotoritocchi della Storia e, quasi sicuramente, il primo utilizzo di una fotografia ai fini di propaganda politica: in tutte le corti d’Europa fu fatta girare la notizia di una fotografia che ritraeva la Regina Maria Sofia di Baviera, la moglie di Francesco II di Borbone, completamente nuda. Sembrava fosse sfuggita da un archivio privato.

Fu un vero terremoto sociale che colpì la donna nella sua sessualità in secoli in cui la materia più intima era proibita: uno scandalo senza precedenti che allontanò le simpatie verso i sovrani borbonici da parte di tutta la nobiltà: all’epoca dei fatti il sovrano aveva appena 25 anni, mentre Maria Sofia 20. Troppo giovani e troppo inesperti per la realtà internazionale nella quale furono catapultati.

Fu facile quindi raggiungere l’obiettivo dei Savoia, preoccupati per possibili alleanze o aiuti internazionali verso i due re spodestati. Allo stesso modo, come denunciò anche Giacinto de’ Sivo nel 1867, il neonato governo italiano aveva imbastito una fittissima rete di agitatori sociali a Roma al fine di creare un ambiente che avrebbe un giorno accolto positivamente l’ingresso dei bersaglieri nella Capitale.
Anche a Napoli erano sorti numerosi giornali, fra il 1860 ed il 1861, volti a sostenere la causa piemontese.

L’ex sovrana delle Due Sicilie, però, affrontò lo scandalo con sobrietà teutonica: decise di ritirarsi in Germania per partorire un figlio avuto con una guardia svizzera di cui si era perdutamente innamorata. Le voci di corridoio dicevano infatti che fosse profondamente insoddisfatta della relazione con Francesco II, che oltretutto era pure impotente. In realtà l’ex re di Napoli aveva una fimosi e, data la sua formazione culturale molto religiosa, pare non amasse l’attività erotica.

In Italia i gossip impazzavano, fomentati da altre fotografie erotiche, e le storie della vivace ex-sovrana tedesca, prima prostituta, poi brigantessa, poi ancora fedifraga, erano di grande imbarazzo anche per la sorella, l’Imperatrice Sissi di Austria.
La vicenda, che cominciava ad infastidire troppi personaggi potenti e rischiava di sollevare ipocriti dubbi sulle condotte morali della corte di Roma, costrinse il Papa Pio IX a nominare una squadra d’investigazione per scoprire gli autori di questa fotografia: fu presto intercettata una prostituta, tale Costanza Vaccari Diotallevi, che ammise di essere stata pagata 100 scudi per essere fotografata dal marito, ex militare che si era inventato fotografo per pagare i suoi numerosi debiti.

Per ulteriori approfondimenti, l’articolo di Italo Zannier, storico della fotografia, è molto interessante: http://www.brigantaggio.net/brigantaggio/storia/altre/Diotallevi.htm

 

 

“Facite Ammuina!”

Più famosa è invece la vicenda del regolamento della Marina borbonica, che ancora oggi si trova in qualche robivecchi e nelle mostre dell’usato, spesso spacciato per vero. All’epoca della sua produzione fu spacciato come “ritrovamento” di un antico regolamento borbonico del 1841.

Il testo recita così: “Art. 27 – FATE AMMUINA – All’ordine “Facite ammuina” tutti quelli che stanno a prua vanno a poppa e quelli che stanno a poppa vanno a prua; quelli che stanno a destra vanno a sinistra e quelli che stanno a sinistra vanno a destra; tutti quelli che stanno giù vanno su e tutti quelli che stanno sopra vanno giù, passando tutti per lo stesso buco. Chi non ha nulla da fare, vada di qua e di là. Da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno”.

C’è anche un aneddoto, raccontato da Gigi Di Fiore, che probabilmente lega questo regolamento ad un fatto realmente accaduto: Federico Cafiero, un ufficiale napoletano passato ai piemontesi, fu sorpreso a dormire sulla nave e, di lì, incarcerato per inoperosità. Al suo ritorno istruì l’equipaggio a “fare ammuina”, per dimostrare l’operosità dei suoi uomini ai controllori piemontesi. Non sono però presenti documenti che possano accertare la veridicità di questa storia.

La comunicazione con la quale Garibaldi dichiarò assimilata la Marina delle Due Sicilie a quella Italiana

Già di per sé la “disposizione di legge”dei Savoia è folle. In secondo luogo, la lingua napoletana non era utilizzata negli atti ufficiali, che erano strettamente redatti in Italiano. I personaggi anche sono inventati: i “Brocchitto” e “Bigiarelli” che hanno firmato le copie di questi falsi storici non sono mai esistiti, oltre al fatto che i loro cognomi non si trovano da nessuna parte nei censimenti del Sud Italia. Il documento, inoltre, pare sia nato intorno al 1880-1890, quindi almeno vent’anni dopo l’Unità.

L’atto diventa ancora più paradossale quando, all’indomani dell’Unità, la Marina Militare napoletana fu il primo corpo militare inglobato nelle neonate forze marine italiane dei Savoia, sorte che non toccò all’esercito regolare, ai quali fu offerto l’aut-aut di entrare a far parte delle reclute piemontesi o, in alternativa, essere perseguiti come ribelli e briganti.
Proprio il governo Savoia, infatti, dimostrò grandissima attenzione verso la potenza militare marina dei napoletani, che era fra le più avanzate al mondo a livello legale ed organizzativo: addirittura le divise napoletane, poiché più leggere e pratiche, furono adottate dai piemontesi. La differenza? Furono cuciti gli scudetti piemontesi sulle divise.

Nel 1860 fu infatti l’ammiraglio Carlo Persano, fedelissimo militare di scuola Savoia, a richiedere personalmente a Cavour di applicare regolamenti ed organizzazione napoletani alla nascente Marina Militare Italiana.

E la tradizione navale di Napoli, che vanta anche la prima scuola italiana di Marina nel 1735, si perde in un “Facite ammuina“.

 

-Federico Quagliuolo

 

Author: Federico Quagliuolo

Giornalista e fotografo, ex studente del Liceo Sannazaro e laureato ad ottobre 2017 in Giurisprudenza all'Università Federico II. Sono il fondatore del gruppo Storie di Napoli, che oggi conta più di 60.000 iscritti su Facebook, due libri pubblicati e svariati premi nazionali. Amo i gatti, la fotografia, la Vespa e il Napoli. Finalista nel 2011 e 2012 per il premio nazionale di giornalismo Alboscuole, ho poi lavorato per diversi giornali, fra cui Il Denaro e l'Inchiesta Napoli, oltre ad aver diretto il magazine della facoltà di Giurisprudenza. Innamorato delle storie e delle leggende antiche, sono convinto che raccontarle sia un atto d'amore verso la mia città. Il mio sogno è poter diventare un giorno un bravo scrittore: mi ispirano infatti le Vite di Guccini, la fotografia di Luciano de Crescenzo ed i racconti di Ferdinando Russo.

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