Carnevale: quando il mondo è alla rovescia e la moglie di Pulcinella fa l’uomo

 

Il Carnevale è ancora oggi una stratificazione di suggestioni. Al contempo un atto oppositorio e un atto liberatorio sia dal punto di vista collettivo che dal punto di vista individuale. La forza del Carnevale si rivela in tre aspetti ben distinti: l’aspetto festivo che coinvolge la massa in un periodo provvisorio e metastorico, l’aspetto di ribellione di un gruppo sottomesso contro la condizione sociale di un gruppo dominante e, infine, l’aspetto rituale che rimanda agli arcaici rituali agricoli del raccolto e dell’eliminazione del male. Nella sua cornice contraddittoria, in fondo a tutto, il Carnevale è un anche un rituale di rinascita. La maschera rappresenta da un lato la morte – dal momento che nei giorni di Carnevale ogni individuo è libero di esprimersi in modo differente rispetto alla sua quotidianità e quindi uccide l’io che incontra ogni giorno –  e dall’altra rappresenta la vita perché segna la rinascita o dà l’illusione di un’altra vita se è vero, com’è vero, che il Carnevale consente a chiunque di far rivivere la parte nascosta di sé ridando vita all’io che normalmente è morto.

Dalle nostre parti la personificazione stessa del Carnevale è rappresentata da Pulcinella. La sua storia si perde nella notte dei tempi e langue fra le più disparate leggende. Fatto sta che Pulcinella è una maschera tradizionale e liturgica della cultura popolare. Il grande camicione bianco lo fa somigliare a i tarantati della Puglia oppure ai fujenti della Madonna dell’Arco e il viso nero, raffigurazione della morte, fa incontrare la sua immagine con le antiche maschere mortuarie. Pulcinella è la nostra tradizione fra storia e folclore.

Le sue traversie famigliari sono l’oggetto di un antico pezzo di teatro cantato che s’intitola “La canzone di Zeza”. Questo pezzo si rappresentava (e in certe località campane ancora si rappresenta, come a Maddaloni, Pomigliano, Somma, Caserta o ad Avellino, Montemarano e Mercogliano, in Irpinia…) nelle domeniche precedenti la feste delle Ceneri, nel giovedì grasso e nell’ultimo lunedì e martedì di Carnevale. I protagonisti erano tutti uomini che facevano sia le parti maschili che quelle femminili coerentemente con il ribaltamento tipico del periodo.

La domanda sorge spontanea: chi è Zeza? Cosa c’entra con Pulcinella? Ebbene Zeza, ovvero Lucrezia, è la moglie di Pulcinella. Il pezzo di teatro si avvale di quattro personaggi: Pulcinella e Zeza, come ho già detto, Vincenzella (o Tolla nella tradizione scritta), la loro figliola, e Don Nicola Pacchesicco, giovane calabrese pretendente alla mano di Vincenzella. La vicenda narra di un Pulcinella padre che non vuole che sua figlia si sposi col giovane calabrese mentre sua moglie Zeza, matriarca dalla dubbia fama e dalla conclamata sfacciataggine, fa in modo che sua figlia incontri Don Nicola e scambi con lui promessa di matrimonio. Il povero Pulcinella cerca di difendere sua figlia dagli assalti del giovane (una chiara allegoria sessuale) e Don Nicola, stanco delle minacce di Pulcinella, si presenta armato di fucile e spara fra le gambe del suocero che non può far altro che acconsentire alle nozze.

Ecco i fatti.

Pulcinella conosce bene i difetti di Zeza, sa che sua moglie non è quella che si direbbe una santa. Mentre si accinge ad uscire di casa si raccomanda con la consorte di sorvegliare la figlia per evitare che possa imparare quello che non deve imparare:

“Zeza vire ca io mo jesco

statte attient’a sta figliola,

tu che sì mamma dalle bona scola.

Tienetella ‘nzerrata

nun la fà prattecare

ca chella ca nun se sape se pò ‘mparare,

 uè se pò ‘mparare”.

Zeza finge di assecondare il marito che di fatto conosce bene i tradimenti di sua moglie che è tanto abile ad ingannarlo con le chiacchiere quanto a mettergli le corna coi fatti:

“Nun ce penzare a chesto

marito bellu mio,

ca a ‘sta figlia me l’aggio ‘mparat’io.

I’ sempe le sto a dire

‘na femmena ‘nnorata

è cchiù de ‘nu tesoro assai stemmata

…soro assai stemmata”.

Zeza non ha nessun interesse a tutelare l’onorabilità di sua figlia che vede come una sua proiezione più giovane e più ricca di possibilità laddove lei ha dovuto accontentarsi di un Pulcinella. E così Zeza invoglia la figlia a conoscere il mondo, per non dire che la invoglia a trovarsi un marito, anzi spera che prima di un marito la giovane si apra a molte nuove esperienze:

“Sì pazzo si te cride
c’aggio ‘a tenè ‘nzerrata
chella povera figlia sfurtunata!
La voglio fà scialare
cu ciento nnammurate
cu prievete, signure e cu li surdate
pure cu ‘e surdate!”

Pulcinella sa bene che sua moglie non è la migliore delle mogli e sa di essere cornuto, eccome se lo sa, ma si allontana lo stesso. Nel frattempo arriva Don Nicola, un giovane studente calabrese, apparentemente ricco, affascinante, che incarna la società urbana in contrasto col mondo agricolo della famiglia Pulcinella. Zeza è felice di piazzare sua figlia ad un signore e Vincenzella non nega di avere piacere per il giovane. Mentre i due amoreggiano torna Pulcinella che scopre la tresca e se la prende con la moglie definendola “zucculona ruffiana” (racconta, per inciso, di avere trovato spesso sotto al letto nuziale un amante salito dalla finestra). Zeza espone le sue ragioni e persiste nel proponimento di spalleggiare il matrimonio fra la figlia e il calabrese. Pulcinella cerca di difendere l’onore della sua Vincenzella ma Don Nicola gli spara fra le gambe:

“Arreto arreto t’ ‘o metto

 

‘stu piezzo ‘e cacafuoco!…
Cu Don Nicola haje fatto malu juoco”

Pulcinella chiede pietosamente misericordia per non rimetterci le penne e acconsente al matrimonio. La perfida Zeza ha vinto la sua sfida. La donna vince sull’uomo. L’uomo si comporta da donna. La smodatezza domina sulla virtù. Il contrasto di Carnevale è compiuto. Il mondo è alla rovescia.

La “Canzone di Zeza” rappresenta la figura di un anno: un padre ormai morente che accetta il matrimonio di sua figlia nella convinzione che possa donare continuità al ciclo naturale delle cose.

Alessandro Basso 

Author: Storie di Napoli

Venticinque ragazzi che, dal liceo e dall'università, sono partiti alla ricerca di ogni storia dimenticata, delle leggende popolari mai raccontate e del folklore napoletano. Dieci scrittori e quindici disegnatori uniti per raccontare attraverso l'arte l'anima di Napoli. Nati per essere indipendenti da ogni capo, finanziatore, partito o interesse economico: ci muove solo la passione. Conoscere le storie di Napoli significa infatti scoprire la vera anima della città: innamorati di Napoli con gli innamorati di Napoli!

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