Il primo Ospedale Psichiatrico d’Italia sorse ad Aversa.

Il primo Ospedale Psichiatrico d’Italia.

La città di Napoli ha sempre avuto un rapporto viscerale con la follia. Siamo un popolo passionale, esuberante ed estremo, insensibili ai limiti fisici e alle barriere, risoluti ed irriverenti, rivoluzionari.

La follia, che bella parola, veste un ruolo importante, salvifico, ci mostra una via per disertare e fuggire da una realtà opprimente e distruttiva, o così la pensava Pirandello, nel suo Decadentismo più profondo, perché rifiutando il mondo, siamo in grado di ritrovare noi stessi. Ma poiché la Storia è viva, e nei suoi respiri si possono osservare gli intrecci dei pensieri dei Grandi, alla fioritura di un movimento letterario così prorompente non poté che susseguirsi l’analisi scientifica e sistematica di Freud sulla Psicanalisi, che portò successivamente alla nascita di una nuova Scienza e ad una nuova visione dei pazienti.

 

Ex Manicomio di Aversa

 

A Napoli, i pazzi erano sempre stati ricoverati in uno speciale distretto dell’Ospedale degli Incurabili, quest’ultimo infatti, aveva offerto nei secoli assistenza e sostegno, ma durante il periodo napoleonico la grande massa di poveri ed infelici aumentò a dismisura, costringendo il Regno di Napoli a trovare un’altra soluzione. Di particolare importanza fu la fondazione della Reale Casa de’ Matti in Aversa, il primo Ospedale Psichiatrico d’Italia nel 1813.
Il Manicomio di Aversa sorse nell’antico Convento della Maddalena dei Frati minori osservanti, scelto in tempi passati per greve cura dei lebbrosi. Nonostante gli edifici e gli abitacoli fossero insufficienti e molto spesso non idonei, fu proprio in questi luoghi che si abolì la violenza e la repressione, finanziando ricerche e trattamenti che potessero sanare le patologie del cervello, riconosciute per la prima volta come vere e proprie malattie che potevano essere curate, senza sofferenze e torture.

 

Indispensabile fu l’opera di Biagio Gioacchino Miraglia, prima medico, gomito a gomito con il personale e i malati, e poi direttore nel 1860:
Egli soppresse quasi immediatamente gli strumenti di coercizione, sostenendo che il lavoro e l’attività, intellettuale e fisica, potessero salvare i pazienti dall’oblio, i folli furono spesso impegnati nell’agricoltura e nei giochi, osservando come il divertimento facesse del bene sia all’anima che alla psiche, ma soprattutto egli cercò di limitare i mezzi di oppressione, come l’uso del tristemente celebre “bagno di sorpresa“.

I malati venivano invitati ad attività di gruppo e di ricreazione, per un coinvolgimento personale ed emotivo, partecipando a canti, recite e passeggiate. Un punto di luce e prestigio, tanto che il re Ferdinando IV vi portava i nobili in visita.

Agli inizi del ‘900, il successivamente denominato Reale Morotrofio di Aversa, fu adibito ad una vera e propria struttura ospedaliera, con sale di accettazione, stanze per gli infermi e zone comuni, ma nel 1944 il complesso fu scelto come punto di raccolta profughi di guerra, perdendo quello che era stato da sempre il primato della città di Aversa nel campo della Psichiatria. Con la Legge 724/94 infine, la Regione Campania dispose la definitiva chiusura dei manicomi e oggi dell’antico Ospedale non rimane più nulla, se non dolore, degrado e abbandono.

-Arianna Giannetti

Author: Arianna Giannetti

Diplomata al liceo classico Adolfo Pansini, studentessa di Ingegneria Biomedica all'università di Napoli Federico II. Amo leggere e la scrittura è sempre stata una delle mie passioni più intime e forti. E' un onore per me, poter far scoprire a tutti coloro che ne avranno voglia, aspetti e sfumature nuove o preziosamente antiche, di questa incredibile città.

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