Quel treno per Piscinola…

Dicono che la nostra vita sia come un viaggio, dove non è tanto la destinazione, quanto il tragitto stesso a contare. Ogni persona, ogni incontro, ogni evento, fausto o infausto che sia, contribuisce ad arricchire il nostro bagaglio, a renderci più coscienti di ciò che stiamo vivendo, permettendoci di ampliare la nostra visione delle cose.

È molto poetica come visione, affascinante… ma chi l’ha messa in giro non ha mai preso la linea 1.

Anche qui, qual dir si voglia, sono molte le storie che circolano. Si dice che un signore a Vanvitelli una volta avesse atteso così tanto il treno da aver visto la Morte fargli “ciao ciao” per ben sei volte dal finestrino della metro proveniente dalla direzione opposta. Si dice che un ragazzino fortunato a Colli Aminei, riuscito a salire sulla vettura nell’ora di punta, fosse ritornato a casa a Museo dopo ventitré anni vestito di biglietti scaduti, incapace di enunziare altre parole all’infuori di “Treno per Garibaldi – Train to Garibaldi”. Una volta addirittura, un vecchio professore di matematica mi raccontò di aver visto a Quattro Giornate l’insegna luminosa dei minuti di arrivo proporgli un limite da risolvere che dava come soluzione “più o meno infinito”.

Ma per quante strane storie possano circolare, nessuna, e vi dico nessuna, è come quella che mi vide per protagonista.

Era una fredda mattinata di aprile quando, stranamente e senza affanno, riuscii a prendere la metro a Garibaldi, direzione Piscinola, nell’ora di punta. Salii sul primo vagone, quello del conducente, e con mio sommo stupore notai che la metro era completamente vuota: vi era solo un uomo con un berretto in fondo allo scompartimento. Da lì iniziarono le mie teorie. “Sarà forse lui quella terribile figura mitologica di cui tanto parlano le leggende? Il bigliettaio?”. Forse me lo chiamai, forse no, fatto sta che si alzò e si mise a sedere proprio accanto a me.

-Scende alla prossima, signorina? – mi chiese.

Non capii il perché. Ero seduta, non rompevo il cazzo a nessuno perché nessuno c’era, e non ero nemmeno d’intralcio. Per educazione risposi.

-No, scendo a Chiaiano.

-Ne è sicura?

-Perché non dovrei?

Rise.

-Sa, a volte la gente non sa dove sta andando. O meglio, forse lo sa, ma confonde sempre la destinazione con la meta. Sono due cose distinte e separate, lo sa?

Sorrisi e annuii. Mi ero dimenticata dell’altra regola silente che vigeva nelle metro: “Se c’è un pazzo o un venditore ambulante in un qualsiasi vagone, stai pur certo che quel vagone è il tuo, ed egli si metterà accanto a te”.

“Stazione di Toledo – Toledo Station. Termine corsa del treno”

-Come?

-Mi sa che dobbiamo scendere.

-Ma è assurdo.

-Su, prenderà la prossima non si preoccupi.

Scendemmo, ed incazzata nera mi avviai verso le scale mobili diretto in superficie.

-Dove va? – mi chiese.

-A prendere un taxi magari.

-Aspetti, venga con me…

Non so perché, forse per il berretto, forse per il suo carisma, forse perché semplicemente mi sarei cacata il cazzo se mi avesse seguito, decisi di andare con lui. Rifacemmo la strada che avevamo appena percorso al contrario, riattraversando il quadro marino semovente della stazione e riscendendo le scale mobili: la metro era ancora lì.

-Salga.

Stavo per mandarlo a quel paese quando inaspettatamente il motore della metro si riaccese, pronto a partire.

-Salga.

Lo squillo delle porte, la chiusura, e noi eravamo di nuovo in viaggio in quel vuoto vagone senza passeggeri.

-Chi è lei?

-Il Fantasma dei biglietti scaduti.

-La prego, non mi dica che ce n’è uno anche dei biglietti appena convalidati ed uno dei biglietti ancora da convalidare perché non è giornata.

Rise. Quella storia faceva acqua da tutte le parti, e più di ogni altra cosa ero preoccupata del tempo che stavo perdendo.

“Stazione di Garibaldi – Garibaldi Station”

Era alquanto strana come cosa. Il treno aveva viaggiato nella direzione di marcia opposta a Garibaldi, eppure eravamo ritornati al capolinea. Guardai quell’uomo con sguardo interrogativo ma non feci in tempo a chiedere che cosa era accaduto che già era saltato fuori dal vagone. Ci ritrovammo fianco a fianco sulle scale mobili.

-Ognuno di noi inveisce, s’ incazza, s’infuria con la metro, sempre in ritardo, mai in perfetta efficienza e sempre affollata… ed ha ragione. Se uno dovesse sommare il tempo perso nell’attendere un mezzo nel corso di un anno qui a Napoli, si troverebbe un paio di giorni, o addirittura una settimana mancante.

-Infatti.

-E invece, ha mai pensato a quanto tempo perdiamo innanzi ad un computer, un cellulare e di quanto tempo priviamo gli altri?

Magicamente, eravamo nella stazione di Chiaiano. Ed io ero lì, davanti a me, con un cellulare in mano, seduta accanto a lui, il ragazzo del mio bacio mancato: solo ora me n’ero resa conto.

-Aspetta, ne ho diversi in repertorio…

Salvator Rosa. Scena identica, con i miei amici: ognuno di noi con un cellulare in mano.

-“Ognuno si isola sul cuor della terra trafitto da una free wifi zone, ed è subito sera”- ridacchiò il berrettaccio.

Campi Flegrei. La stessa scena, solo la compagnia era cambiata. Era mio nonno. Qualche mese prima di…

Iniziai a piangere.

-Sai, dicono che la nostra vita sia come un viaggio, dove non è tanto la destinazione ma quanto il tragitto stesso a contare. Ogni persona, ogni incontro, ogni evento, fausto o infausto che sia, contribuisce ad arricchire il nostro bagaglio, a renderci più coscienti di ciò che stiamo vivendo, permettendoci di ampliare la nostra visione delle cose. Perché impedirci di arricchirlo?

 

Si dice che una vecchia a Frullone, dopo aver preso il treno, si sia ritrovata di nuovo giovane a Rione Alto.

Si dice che un ragazzo a Medaglie d’Oro, dopo aver perso il treno, abbia finito tutti i libri esistenti sulla faccia della terra e sia uscito da quella metro più colto.

Si dice infine che una ragazza, dopo aver incontrato uno strano individuo con berretto, non perse mai occasione di sentire le voci, le storie e le dicerie che mormoravano gli sventurati viaggiatori in attesa del treno… e leggenda vuole che fu lei stessa a impedire al wifi di raggiungere l’interno di molte fermate della linea 1. Ma questa, questa è un’altra storia.

 

 

Alex Amoresano

Author: Alex Amoresano

Sono un ragazzo noioso, ex studente del Vittorio Emanuele II di Napoli, appassionato di fumetto, cinema, scrittura. Studio ingegneria dei materiali, sono diplomato in fumetto e colorazione alla scuola italiana di comix e non so ballare il tip tap. Segni caratteristici? Beh, quando il gioco si fa duro... io vorrei essere da un'altra parte!

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