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Caffarelli e la (s)fortuna dei castrati!

Caffarelli e la (s)fortuna dei castrati!

Camminando per via Carlo De Cesare, nel cuore del quartiere San Ferdinando, non si può fare a meno di imbattersi nel maestoso Palazzo Majorana. Un imponente edificio costruito nel lontano 1754, per volere di Gaetano Majorana, e realizzato da Ferdinando Sanfelice. L’ingresso è costituito da un grande portale in piperno, affiancato da due lesene, con un sontuoso arco a tutto sesto.

La nostra attenzione però, si sofferma su un dettaglio in particolare, un’iscrizione latina:

                                                     ‘’Amphyon Thebas, Ego Domum”

 

 

 

Un’espressione, intesa a significare che “se Anfione costruì Tebe solo con il suono della sua lira, io ho costruito questo palazzo con la mia voce”.

 

Gaetano Majorana, in arte “Caffarelli”, nel XVIII secolo fu, infatti, un cantante di fama internazionale, ricercato dai più illustri compositori del panorama mondiale.

 

Ciò che forse non tutti sanno, e che invece molti cronisti del suo tempo riportano, tra cui lo stesso Jerome Lalande, riguarda un episodio davvero singolare; qualche beffeggiatore infatti, avrebbe appeso un cartello con su scritto un commento a dir poco pungente:

                                                       “Ille cum, tu sine.”

Letteralmente: “Lui con, tu senza”; un’allusione poco elegante agli attributi maschili di Anfione, elemento mancante in Caffarelli. Ebbene sì, perché l’artista italiano che incantava il palcoscenico dei teatri più importanti di tutt’Europa e non solo, era stato castrato.

 

 

 

 

Una decisione forte, portata avanti dal musicista Caffaro, che per primo intuì le enormi disposizioni canore del giovane Gaetano. Caffaro portò con sé Majorana (Caffarelli), quando era ancora un bambino, a Norcia per la dolorosa operazione di castrazione, e poi, al ritorno, lo mandò a Napoli, dove affidò la sua formazione ai duri insegnamenti del maestro Nicola Porpora.

 

 

L’esordio avvenne nel 1724 a Roma al teatro Valle, ricoprendo il ruolo di una donna; il successo fu immediato, grazie alla bellezza della sua voce, alla tecnica perfetta e alla regolarità dei tratti del suo viso. In Italia cantò ovunque, a Napoli prima presso il Teatro San Bartolomeo, e poi al Teatro San Carlo. A Londra, tra gli anni’30 e 40, raggiunse l’apice della sua carriera che lo portò a Parigi nel 1750 presso la coorte di Luigi XV.

 

 

 

I Castrati, una lunga tradizione

Tra il 1700 e il 1800 la castrazione era una pratica diffusissima, soprattutto nel mondo della Musica. Secondo una stima, tra il 1720 e il 1750 si contavano all’incirca 4000 ragazzini evirati all’anno, giovani provenienti soprattutto da famiglie povere, costrette a vendere i propri figli a istituzioni ecclesiastiche o a maestri di canto, nella speranza di fare fortuna. Gli orfanotrofi di Roma Napoli, a questo proposito, erano considerati le principali fucine di castrazione. Queste figure erano considerate delle divinità, tanto che se in un’opera non figurava almeno un castrato conosciuto in un ruolo da protagonista, lo spettacolo era destinato a fallire. Una volta operati, i ragazzi erano accolti nelle scuole di canto, e sottoposti a lezioni rigidissime, incentrate su regole ferree; ore e ore di pratica canora, allenamenti per i trilli e per i passaggi virtuosistici. Una pratica accompagnata dalla teoria: dettati musicali e lezioni di letteratura. Con questo duro regime, il debutto poteva avvenire anche all’età di quindici-sedici anni.

 

La fortuna non baciava tutti

Naturalmente non tutti erano in grado di raggiungere fama e successo. Anzi.  Il processo di castrazione era molto pericolo, oltre che doloroso. Spesso si assisteva alla morte prematura della giovane vittima, per una dose letale di oppio o piuttosto per un’eccessiva pressione sull’arteria del collo per addormentare il paziente.  Accadeva anche che, chi superava l’intervento, poi ne uscisse con una voce troppo sottile, ritrovandosi perciò a cantare nei cori di basiliche e cattedrali.

Le condizioni igieniche con cui si sostenevano gli interventi erano inesistenti, con strumenti rudimentali e improvvisati; la Chiesa reputava l’evirazione un reato a tutti gli effetti, perciò spesso si procedeva in clandestinità sia nelle botteghe di campagna che negli ospedali con falsi pretesti medici. Non si usava alcuna anestesia, nel migliore dei casi ci si serviva dell’oppio, o si comprimeva la carotide fino a stordire il paziente. L’operazione prevedeva o l’asportazione completa dei testicoli con un’incisione, oppure si rompeva il muscolo sospensore del testicolo, causando una sorta di atrofizzazione dei testicoli.

 

Riguardo alle conseguenze fisiche, l’orchiectomia privava della facoltà di procreare, la massa muscolare diveniva più simile a quella femminile, vi era totale assenza di barba e peluria maschile, gli arti divenivano spesso più lunghi del normale, e si era soggetti ad un invecchiamento precoce.

 

Le origini della castrazione

Secondo diverse fonti, la figura dei castrati, chiamati anche “eunuchi”, comparve per la prima volta nel IV secolo a Costantinopoli, dove consolidarono la propria posizione per più di ottocento anni. Nel 1204 in seguito all’assedio da parte dei Crociati, si registrò di colpo una sparizione, per poi ricomparire a Roma quattrocento anni dopo.  Nel 1589, infatti, Papa Sisto V, dovendo riorganizzare il coro della Basilica di San Pietro, si servì proprio dei castrati. In questo modo si andava a sopperire anche alla mancanza di voci femminili, visto che vigeva il divieto per le donne di esibirsi nel canto sacro. Nel 1607 anche il mondo della Musica cominciò a servirsi di questi personaggi, i quali si esibirono per la prima volta nell’Orfeo di Monteverdi, fino a diventare nel 1680 figure imprescindibili sul palco, grazie soprattutto ai successi riscossi da famosi castrati quali Ferri, Caffarelli, Farinelli, Senesino.

 

La castrazione diventa reato

 

 

 

Bisognerà aspettare gli anni ’70 del XVIII per vedere porre fine a questa cruenta quanto pericolosa tradizione. Fu solo allora che lo Stato italiano dichiarò illegale questa pratica, e nel 1878, poi, il Papa proibì definitivamente l’utilizzo degli evirati nei cori ecclesiastici.

 

L’ultimo cantante eunuco giunto al successo fu Alessandro Moreschi, soprannominato “l’Angelo di Roma”; entrò nel Coro della Cappella Sistina nel 1883, prima che avvenisse l’estromissione ufficiale degli evirati, nel 1902. Il suo successo perdurò fino al 1900, quando poi cominciò un declino vertiginoso, fino a morire solo e dimenticato da tutti.

 

 

 

 

 

Di: Andrea Andolfi

Author: Andrea Andolfi

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