A’ gatta scalza

 

Se ne stava seduta sugli scogli di Via Caracciolo; era notte fonda e non c’ era quasi nessuno per strada ma questo non le dispiaceva affatto, anzi, la sua solitudine era il suo rifugio. “Un rifugio forzato – pensò amaramente- Mi ci hanno buttata gli altri, come si butta un sacchetto dell’immondizia nel cassonetto. Meglio: che senso ha stare in compagnia se la gente fa schifo?”

Si coprì l’avambraccio con un gesto greve e strascicato e guardò quei segni che le solcavano la pelle bianca e che erano una parte tangibile del suo dolore, una parte piccolissima. Tra quelli, spiccava una scritta: “Suck”: “schifo” in inglese; “schifo” era quello che credeva di essere, o meglio, quello che le avevano fatto credere di essere. Gli altri la facevano sentire una straniera in questo mondo che dovrebbe essere la casa di tutti.

Tristemente pensava a tutte queste cose, finchè non fu distratta da un rumore; si voltò dalla parte da cui proveniva, abbassandosi istintivamente la manica del maglione per paura che qualcuno potesse scoprire il suo segreto, e vide che era un gatto più nero di quella notte senza stelle. Incantata, seguì con lo sguardo quella creatura con un qualcosa di magico che le si avvicinò, si sedette e la fissò negli occhi con le sue iridi color del ghiaccio. Restarono a fissarsi per un tempo che le parve interminabile. “Anche tu sei solo – disse tutto ad un tratto la ragazza- anche tu sei giudicato da tutti e isolato perché “porti sfiga”. Tutti ascoltano le dicerie dovute a questa stupida superstizione ma nessuno vede la tua bellezza, ciò che davvero sei”. Il gatto la guardò come a darle ragione. “Nessuno tranne me” sussurrò lei, sorridendo per la prima volta dopo tanto tempo.

Passò tutta la notte sugli scogli con il suo nuovo e unico amico; gli parlò della sua vita, di come la gente la facesse sentire strana, diversa, sola; gli raccontò dei suoi sogni, della sua passione per la scrittura, e di tutte quelle cose che non aveva mai detto a nessuno perché nessuno mai l’aveva voluta ascoltare. Fu da quella notte che impazzì. Da quel momento non ebbe altri interlocutori oltre al gatto, fissava perennemente il vuoto, un punto indefinito che nessuno mai riusciva a cogliere e, quando qualcuno provava a parlarle, l’unica cosa che rispondeva era: “Perché i gatti neri nessuno li vuole?”

Spesso la si vedeva passeggiare scalza su gli scogli, ovviamente seguita dal gatto  e per questo tra i suoi compaesani si era guadagnata il soprannome: “ A’ gatta scalza”.

Nessuno riusciva a capire cosa le fosse successo: il motivo per cui si fosse fatta quegli sfregi sulle braccia o perché fosse impazzita ma, soprattutto, nessuno riusciva a capire che era colpa loro. Erano stati loro a farla impazzire, erano stati loro a inciderle “suck” sulla pelle e a tagliarle gli avambracci.

E così passò tutta la sua breve vita a camminare scalza sugli scogli di via Caracciolo, a fissare il vuoto, a parlare con un gatto, a usare le forbici sul suo corpo e a chiedersi perché mai nessuno volesse i gatti neri.  Poi, un giorno, la videro sugli scogli da sola: il gatto era morto; quel giorno fu lo stesso in cui la videro gettarsi dagli scogli ma non si sentì nessun rumore d’impatto con l’acqua. Nessuno ha mai scoperto cosa sia successo ma, a volte, i pescatori giurano di averla vista con il gatto passeggiare  nel luogo dove si erano conosciuti per poi dissolversi entrambi nel nulla.

Author: Roberta De Masi

Studio al liceo classico Sannazaro. Amo la danza, la musica, i libri, i bambini e la moda. Ma la mia vera passione è quella di viaggiare per poter esplorare tutto quello che è esplorabile. In futuro, mi piacerebbe diventare medico.

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