O’ cane scugnizzo: il mastino napoletano

 

O’cane scugnizzo,

il mastino napoletano: ovvero il monumento vivente.

In questo singolare articolo, il mastino napoletano è visto come bene  culturale vivente che, quanto tale, dovrebbe essere tutelato, salvaguardato e  valorizzato. Tra storia,cultura e leggenda, un ritratto inedito del cane da  presa per eccellenza.

C’era una volta…. cosi cominciano tutte le favole, una storia imperniata su vari accadimenti   che finiscono sempre nel migliore dei modi con la frase”e vissero tutti felici e contenti”.

Questa che sto per raccontarvi non è una fiaba, ma una bella storia di un bambino e di un cane particolare, bambino che poi, diventato grande, non ha mai smesso di amare e venerare quel cane particolare. Questo cane a cui il bambino era affezionato, non era un cane suo compagno di giochi, loro non correvano insieme sui prati. Il bambino era preso ed estasiato solo dalla visione di questa razza che attraverso i secoli si è definitivamente insediata nell’ area vesuviana che gli antichi definivano Campania Felix. Il cane da presa napoletano per eccellenza: il mastino napoletano. Cane ed essere umano. Due facce della stessa medaglia evolutiva, i loro sensi si completano: l’uomo eccelle per la vista, il cane per l’olfatto. Le loro storie si appartengono: il viaggio compiuto insieme, i millenni di avventure compiute insieme capaci di renderli compagni con un rapporto speciale. Nelle immagini proposte dalla cultura popolare e dalla cronaca emergono numerosi stereotipi che trasformano il cane, come il grande attore Fregoli, faceva a teatro, in assassino, eroe,figlio, giullare, lottatore clandestino, compagno di giochi,attore, paggetto o damina di compagnia o più semplicemente, purtroppo, capro espiatorio delle nostre nevrosi. Il cane è il punto esatto, il limite massimo fra la razza umana e quella animale. Il cane è ai vertici della classifica per le sue riconosciute caratteristiche quali fedeltà, intelligenza molto sviluppata, massima devozione.

E queste doti i molossidi, ma soprattutto il mastino napoletano, le ha amplificate come il suo corpo.

Ma torniamo al cane da presa partenopeo che ha vissuto nell’area vesuviana fino a giungere nei paesi più a sud dell’Italia. Viveva in campagna considerata dai cittadini come luogo malsano,paludoso, fucina di infezioni e malattie: un proverbio cittadino cosi recita “lontano da città,lontano da salute”. L’ambientamento del mastino in queste zone cosi impervie e aspre, spiega i caratteri fisiognomici e la sua configurazione morfologica con riferimenti storici e se vogliamo preistorici: di fatti le paludi, le zone insalubri, sono sempre state luoghi di apparizioni di uomini selvatici, di creature mostruose e prodigiose. Si tratta quindi di una rappresentazione mitologica di tutto ciò che era avvertito come lontano e verso cui l’uomo nutriva altissimo rispetto.

Per questo motivo  possiamo affermare che il mastino napoletano è e deve essere per noi oggi considerato un bene materiale, un bene immateriale in ogni caso un bene culturale. Materiale perché essendo un essere vivente è fatto di carne e ossa, immateriale, in quanto vista la sua provenienza e la sua origine incerta, la sua identità si basa sulla tradizione orale, ma soprattutto è un bene culturale, un vero monumento vivente, credo sia l’unico esempio, e quest’affermazione potrebbe sembrare una provocazione ma fino un certo punto, di bene culturale vivente grazie alla sua essenza preistorica, la sua tipicità storica e la sua arcaica presenza.

Come una bellezza naturale, come un’emergenza storico architettonica, non credo che in natura possa esistere una creatura che per la sua quintessenza dalla preistoria sia quinta fino a noi, pertanto potrebbe e dovrebbe essere tutelato, salvaguardato e valorizzato come un bene culturale.

Proprio parlando di bene culturale nella mente il rapporto fra cane e arte viene spontaneo. Non faremo l’elenco delle innumerevoli opere d’arte sparse in tutti i musei del mondo, che anno come soggetto un cane. L’esempio lampante di quello che ho affermato si sintetizza proprio in terra di lavoro alla Reggia Caserta dove i cani molossi,in particolare il mastino sono raffigurati in gruppi scultorei di alto pregio.

Luigi Vanvitelli, figli del pittore olandese Gaspare Van Wittel, cognome italianizzato anzi napoletanizzato in Vanvitiello, validissimo architetto,progettò per i Borbone la maestosa Reggia di Caserta e il suo splendido parco, un Palazzo Reale che non ha eguali nella storia dell’architettura. Nella dichiarazione dei disegni della nuova cita di Caserta nel  presentare ai reali il i suo progetto l’architetto Luigi Vanvitelli cosi scrive “amene e fertili campagne quasi per tutta la deliziosa Italia si incontrano ma rara e forse i niuna si puote paragonar con quella che ebbe per eccellenza il nome di Campania e il cognome di felice perché  da buona parte degli antichi scrittori fu per le pianure tutte dichiarata felicissima. E finalmente la prima destinazione di cosi piacevole sito per uso di deliziose magnificenze debbesi al finissimo accorgimento di Carlo sapientissimo re e di Maria Amalia magnanima regina i quali hanno stabilito quivi una deliziosa reggia nella pianura che si stende vastissima onde per singolare benignità fui chiamato da Roma a Napoli ad udire le alte idee delle Loro maestà e procurare di esprimere negli incisi disegni, dei quali è ottenuta clementissima approvazione , si determino di non indugiar punto a mettere mano all’opera”.

La Reggia Caserta è dichiarato sito Unesco e la motivazione per qui è inserita negli elenchi dei monumenti, delle emergenze architettoniche più importanti del mondo e che essa rappresenta il più alto e illuminato momento della dinastia dei Borbone e che l’invenzione vanvitelliana della galleria cannocchiale che attraversa il palazzo, distribuendo con il vestibolo centrale le diagonali dei quattro cortili, arrivando fino su dove vi è la grande cascata che raccoglie l’acqua nella fontana di Diana e Atteone, ne fanno un esempio di rara bellezza. Il fondo al parco troneggia la grande cascata, obelisco liquido, da qui un’enorme molo d’acqua precipitata in un bacino adorno del celebre gruppo scultoreo di Diana e Atteone ( opera di P. Persico, T. Solari e A.Brunelli).

Da una parte, Diana, circondata da ninfe incredule, sta per immergersi nelle acque; dall’altra, Atteone, che aveva osato guardare Diana nella sua nudità, è già in parte trasformano in cervo e intorno a lui i suoi mastini, che già non lo riconoscono, si agitano per cacciare e poi sbranare il cervo. I due gruppi sono posti, all’interno del bacino su due isolette formate con scogli: a destra Diana, con le sue otto ninfe che manifestano sorpresa, spavento, dolore, per quanto avviene sotto i loro occhi, la pronuncia della condanna; a sinistra Atteone-cervo, assalito da i suoi dieci molossi che gli si aventano contro abbaiando.

Più in particolare la composizione fu ideata da Paolo Persico, il quale scopri la statua della dea e quattro ninfe; Atteone e le altre ninfe sono varianti di Angelo Brunelli; i cani riconoscibili come mastini classici napoletani sono nove, opera di Tommaso Solari.

I Borbone non furono i soli che elevarono, il mastino napoletano, a più di un semplice cane. Dalla notte dei tempi questo cane, antico almeno quanto l’uomo, è arrivato fino a noi, un cane fra i più prestigiosi in quanto razza vanto delle cinofilia italiana. Vi sono innumerevoli teorie sulle sue origini. Fiumi di parole, con una ausilio di concrete testimonianze artistiche, sono state scritti sulla sua origine. Si potrebbe parlare di cane del popolo dei Molossi, parlare di cani dell’Epiro, di molossi britannici dei quali Giulio Cesare nelle sue campagne si innamorò tanto che ne portò dall’Inghilterra esemplari fino a Roma e chissà quante altre teorie potremo affermare quando come e dove nasce il mastino napoletano. Una cosa è certa: esso è legato strettamente al popolo partenopeo di qui ancora oggi ne è parte integrante e accomunato, connesso alla sua storia. Quella del mastino napoletano nel panorama delle razze della sua categoria, si può definire come razza”diversa” soprattutto perché l’uomo ne salvò la sua estinzione, il suo massacro, i Massari, i pastori delle aree vesuviane lo allevarono, lo tennero con loro, certamente perché  gli era utile ma anche perché senza neanche sapere cosa il univa loro vollero con loro,tutto questo fino a che i grandi cultori i poi allevatori lo fecero rinascere. Molti scrittori esperti della materia lo hanno definito il cane che visse due volte, il cane che nacque e rinacque, questo solo grazie all’amore di una razza affine affetta da una malattia appunto denominata” mastite”. Una volta incontrato lo curò e se oggi possiamo parlare ancora di lui lo dobbiamo solo a questa razza, l’unica razza che nel panorama della cinofilia è definita come razza a due zampe,”il mastinaro”.

Ncopp’ ‘e Ccianche

Una poesia di Salvatore Di Giacomo

Tratto da”Poesie”, 1907- Sezione “Vuci luntane”

In questa breve poesia, il grande poeta dialettale Salvatore Di Giacomo rappresenta un’immagine caratteristica dei vicoli napoletani di inizio secolo: il macellaio(in questo caso una bella chianchera) e il suo fidato cane ‘e presa…

Ncopp’ ‘e Cchianche, ‘int’a na chianca

Aggio visto a ha chianchera,

cu nu  crespo ‘e seta ianca,

cu ciert’uocchie ‘e seta nera,

e, da tanno, sto passanno

solamente p’ ‘a guardà,

ncopp’ ‘e Cchianche ‘a Carità.

E passanno stammatina

Aggio visto c’ ‘o guarzone,

sott’ ‘a porta, ‘e pume ottone

scerava c’ ‘o limone,

e ‘a chianchera steva stesa

mmocc’ ‘a porta, e accarezzava…

nm malora ‘e cane ‘e presa!

Per coraggio o per mancanza di alternative esseri viventi si trovano ad abitare e ad affondare le proprie origini in posti scomodi e molto rischiosi, esempio lampante di questo sono i napoletani i quali hanno, nel corso dei secoli, metabolizzato il fatto di vivere sotto un grandissimo forno. Questo fa scaturire  tutto ciò che si riferisce alla sfera della napoletanità, un popolo tellurico. Ed è proprio per questo che a Napoli è stata inventata la tarantella, un ballo che esorcizza  la paura del fuoco, difatti la tarantella si balla in riva al mare, il popolo napoletano ha paura e di questo ci rendiamo conto da come guarda il mare, una striscia di spiaggia lo divide dalla montagna in perenne probabile eruzione, e poi il mare, la salvezza anche quando è in burrasca sta sempre il a poterlo salvare dal fuoco, dall’incendio del cielo e del suolo.

È cosi come ha forgiato i napoletani, la montagna ha forgiato il suo gigante, “o’ gigante da montagna” , o’ cane e presa.

Non starò qui ad aggiungere altre teorie sull’origine del nostro mastino napoletano, con questo intervento, da amante della razza e da architetto, vorrei solo parlare di come un cane può essere la rappresentazione vivente della morfologia, del mondo di essere di un interno popolo

Cosi scriveva Felice Cesarino, archeologo e studioso della razza “il mastino napoletano razza arcaica e  pura, il mastino che ha solcato indenne i millenni, e dalla brume della preistoria è approdato in piena era moderna dopo aver rubato al sole di Napoli il calore necessario ed alla lava del Vesuvio, il suo colore. Oggi il nostro eroe ci narra un storia antica e quasi una fiaba”. Queste parole sintetizzano in modo esaustivo l’origine e l’essenza di questo animale.

Mastino napoletano, appunto detto napoletani “ o’ cane e presa” è un tipo di molosso che da molti anni è presente nella penisola italiana e si presenta come un cane fisicamente grosso e goffo, portato nella ghiottoneria, abbaia poco ed ha espressione andatura curiosa. Si presenta con una faccia piena di rughe e un muso con un naso schiacciato, insomma una fisionomia assai caricata.

Ma torniamo da dove eravamo partiti, dalla fiaba. Ho incontrato il mastino da presa napoletano non sui banchi di suola o nelle aule della facoltà di architettura, ma da bambino. Avevo sette o otto anni i miei ricordi non sono offuscati, semmai appannati dal mio astigmatismo, né il voci.  Tutto è ancora chiaro nella mia memoria, tutto è presente nei miei pensieri. Ero affacciato sulla loggia dove abitavo mio nonno il quel di Acerra (terra di lavoro), e come tutti palazzi di pregio, ma rimaneggiati dal tempo, aveva al piano terreno quelle che erano state botteghe, grandi sale voltate a  crociera e chiuse da grande portoni di legno, e che erano diventate stalle. Proprio da uno di questi portoni, che si apri scricchiolando, sentii latrati di cani potenti e con tono gutturale, quindi uscirono uno dopo l’altra, capre e pecore di varie taglie e colore. Il ricordo dei quell’immagine mi riporta alla scena del film Ulisse, quando l’eroe greco esce dall’antro di Polifemo attaccato sotto la pancia della capra più grande. la cosa che più mi attrasse fu vedere uscire al lati degli armenti due grossi cani color grigio scuro antracite che , con i reflessi dei raggi del sole del primo mattino, creavano un effetto ottico per qui il manto diventava blu cangiante.

La prima impressione che ebbi e che con la loro maestosità e la loro immane presenza fisica dovevano essere cattivi ma, vedono come ubbidivano al pastore e come effettuavano il loro lavoro di tenere a bada gli armenti che andavano nei campi per brucare l’erba fresca e ancora bagnata di rugiada del primo mattino, a poco a poco mi sembrarono sempre più buoni. Non so per quale motivo: dopo questa visione, mi dissi “ anch’io farò il pastore da grande cosi portò avere dei cani come questi”.

Corsi subito da mio nonno dicendogli che avevo visto cani grossissimi da sembrare dei leoni. Mio nonno di nome Zaccaria, mentre scendevamo giù mi disse che anche lui quando ancora viveva a Teano aveva avuto due bellissimi cani da presa. Arrivati giù mio nonno parlando al capraro disse “Don Nicola mio nipote vuole vedere i cani da vicino”. Il capraro chiamò “Masaniè Cummarè venite accà” con la  flemma di un vero napoletano. I cani si avvicinarono e a un suo cenno si posero ai suoi piedi sedendosi. Da seduti erano alti come me, due guance che scendevano oltrepassando il collo quasi ad arrivare al collare di cuoio, il quale era tempestato di chiodi che fuoriuscivano a mo’ di spuntoni. Ansimavano con un r    espiro umano sguardo intenso, intelligente senza paura. Il capraro  mi esortò ad accarezzare Masaniello e io facendomi coraggio riuscì pure a grattargli con le unghie la testa.

 

Ammocca  Lione

Antico canto di mastini e di briganti nel 1800

Testo: Pietro Damiano

Musica: Pietro Rainone

È la storia  dell’ omicidio di Carlo Rainone avvenuto sulle montagne di Carbonara di Nola in seguito all’uccisione del cane di Crescenzo, “Lione”, da parte della Guardia Nazionale.

Il cane custodito dalla sorella del Brigante, Giuseppa Paradiso, venne trovato dai militi dietro indicazione del Rainone , che pagò con la vita questa sua soffiata.

Teneva ‘ nu cane chiammato Lione

Era mastino, era Borbone

E si capitava e fa ‘na questione

‘Il devo ‘o cumanno: “Ammocca Lione!”.

Era ‘o padrone ‘e tutta ‘a montagna

Sulo cu ‘o nomme faceva paura

E si ‘o ‘ncuntrava qualche cumpagno

Steva tranquillo pure ‘int ‘o scuro.

Ammocca Liò, fa ‘nu maciello

Azzanna ‘o nemico e sbattelo ‘nterra

Si chillo te fuje addeventa n’auciello

Porta ‘a ‘mmasciata a chi è contro a stià terra.

Quanno m’ è muorto è stato nu lutto

Me l’hanno acciso p’ ‘e farme dispietto

Senza Lione come era brutto

I’ nun penzavo cha alla vendetta.

Vendetta cercata niun tarda a arrivà

E ancora ‘cchiù bella si è ‘nu parente

‘o trovo a ffà ‘o sfollo, me sente ‘e parlà

Se vota e me vede, mò fuje ‘o fetente.

Ammocca Liò, fa ‘nu maciello

Azzanna ‘o nemico e sbattelo ‘nterra

Si chillo te fuje addeventa  n’auciello

Porta ‘a ‘mmasciata a chi è contro a stà terra.

‘O sparo ‘na botta e ‘o manco p’ ‘e sbaglio

Preja a Madonna, è tutto surato

‘a siconda è precisa, ‘o stenne int ‘e foglie

Muore fetente e Lione è onorato.

Quanno era muorto sentevo ‘e  alluccà

‘a vendetta ‘e Lione facetta sfraciello

‘ncopp ‘a ddoje frasche p’ ‘o i atterrà

Nai voglia ‘e cantà nun vola l’auciello.

Ammocca Liò, fa ‘nu maciello

Azzanna ‘o nemico e sbattelo ‘nterra

Si chillo te fuje addeventa n’auciello

Porta ‘a ‘mmasciata a chi è contro a stà terra

 

Rimase indifferente fino a che il capraro felice due fischi e dicendo “guagliò jammucenne” con il gregge e con i due fieri suoi aiutanti andò verso i campi.

Quei due cani avevano un’espressione facciale scura, che presentava delle linee cavate alternate a prominenze, conferendo i caratteri inconfondibili del molosso italico. In questa superficie sicura,con queste forme dolci e aspre al tempo stesso, la mimica facciale si aggrotta, ‘sollevandosi fino alla fronte amplissima, su cui si disegnano corrugamenti una geometria regolare separata da solchi, l’espressione attonita quasi sempre accompagnata da un senso da stupore con una fissità che vorrebbe guardandoti negli occhi, farti capire chi è.

Queste caratteristiche della cultura mediterranea sono simbolo di virilità a di pensiero, anche se  animalesco,intelligente. Ecco dunque rispetto e quasi timore reverenziale dei contadini, dei pastori,dei cacciatori che nella storia, nel tempo, hanno stretto questo rapporto biunivoco alla pari con il mastino napoletano.

Mi rivolgo ai lettori, con queste pagine non portò offrir loro il prestigio delle’arte e il fascino dello stile. Le ho scritte di getto pensando ai paesi alle terre della mia origine napoletana. Il lettore troverà in queste pagine la storia semplice ma profonda di un cane che ha sempre servito l’uomo nelle battaglie, nei cirhi ha sempre aiutato l’uomo nel suo lavoro, con onore e intelligenza.

Si addensano in lui un repetrorio di atteggiamenti e contrazioni disseminate in un popolo intero,il mastino napoletano le possiede, di rado un popolo cede la sua interiorità a un cane perché la custodisca. Così la sua faccia divenne, con i caratteri del luogo, il muso e l’espressione facciale del territorio sismico, mutevole nel profilo di un vulcano che rinnova nei secoli la sagoma assecondando gli sfoghi del cratere. Il suo viso è di una bella bruttezza che si riscatta con la forza della fedeltà e dell’allegria.

Dicevamo prima che il mastino napoletano è legato al popolo partenopeo, al suo folcklore, ma a questo punto nasce spontanea una domanda che è in relazione con le teorie che vogliono che il mastino napoletano abbia origine dai cani del Tibet. La domanda è questa: “Ma che ce’ faceva nu cane e’presa napulitano n’coppe o Tibet” e questo vale per i Perinei, la Britanna, l’Epiro, questo dilemma non si sciogliere mai. Ma una cosa è certa: il mastino è napoletano come il popolo cui appartiene e se veniva usato per vari scopi come combattente in battaglia, combattente nelle arene contro belve, guardiano degli edifici pubbliche di case o di ville patrizie,guardano di masserie, ausiliario nella caccia,addestrato per aggredire, in ogni caso, unico solo e fedele vero amico dell’uomo fu, è e sarà “sempre o’ cane presa napulitano”.

All’inizio del ventesimo secolo questa razza viene usata nell’entroterra lavarando come guardiano di poderi, quasi decimato durante due conflitti mondiali. Nel 1946 il grandissimo studioso, personaggio della cinofilia italiana, Piero Scanziani riscopre, è giusto usare questo verbo, l’antico molosso a Napoli. Così dichiarò Scanziani  dopo aver visto quel mastino napoletano “lo riconobbi all’istante. Era uno dei 100 che Paolo Emilio aveva riportato a Roma dal suo trionfo… era il molosso. Guaglione dall’alto dei suoi secoli, mi fissava imperturbabile con occhi non ostili e non gentili, sguardo che non dà e non chiede. Gualione divenne patriarca”. Da questo momento in poi Scanziani con enorme sacrificio, con la sua smisurata passione, riuscì a rigenerare la razza fino a che cominciarono ad apparire in varie esposizioni, mastini napoletani. Memorabile fu l’edizione svolta a Napoli nel 1946 quando otto mastini furono presentati. Vi fu qualche forte critica e uno scarso successo soprattutto per la poca omogeneità fra i vari tipi, ma quello fu il primo passo, importantissimo, per arrivare al mastino napoletano, una razza unica.

A Casaluce,una manifestazione importante, organizzata dall’unica rivista in assoluto che tratta argomentazioni sui cani da pressa dedicano una sezione al mastino napoletano. A Casaluce e la scelta ovviamente non è stata casuale: tutti i bull si sono incontrati e i molossi presente sarano stati sicuramente attratti dall’odore di quelle terre,dall’odore di quella Reggia così vicina che contiene copie artistiche dei loro avi.

Un lavoro interessante ed estenuante quello realizzato da Roberta Albanesi e Moreno Buffa, ai quali chiudendo questo racconto voglio volgere un ringraziamento enorme per il lavoro che hanno e che stanno tuttora facendo. Pensa che il premio più bello per loro e la gratificazione più importante sia stato il numero 100 della rivista.

Potrei parlare ancora, ma vi segnalo che ho in preparazione altri due interventi: il mastino nel fumetto e il mastino nella letteratura e nell’arte. Due argomenti all’apparenza contrastanti, il primo frivolo e di intrattenimento, il secondo aulico e colto. Non è cosi. Gli artisti sono dei bambini anche quando da adulti dipingono un quadro, scolpiscono una statua o scrivono un’opera letteraria. L’animo è sempre quello di un bambino, il fumetto invece non è come si dice un mezzo visivo per farci diventare dei Piter Pan, il fumetto è la trasposizione di un adulto attraverso la mente di un bambino, c’è sentimento in Astarte di Pazienza come nel mastino con bambini di Francisco Goya.

Ora dobbiamo finire la la fiaba: quei due leoni grigi che il nonno Zaccaria mi fece toccare e vedere da

vicino tanto  da sentire il battito del loro cuore. Anche se mio nonno non è più in vita dal 1968, è continuato nel tempo il suo ricordo e mi ha lasciato dentro l’amore per il cane napoletano, l’amore per Pulcinella che fisiognomicamente lo ricorda, l’amore per Napoli. Una cosa è certa anche grazie ai cani da presa ci sono tanti amati dei molossi e dei mastini napoletani….e mò ce’ vo’… vissero tutti felici e contenti Masaniello, Guaglione, Pacchiana e Siento.

Vorrei chiudere questo racconto con accenni sulla fedeltà del cane dall’antichità. Il cane per eccellenza, il più fido amico dell’uomo, (ricordiamo l’episodio del cane Argo che riconosce Ulisse dopo tanti anni di lontananza), tutto questo avviene nel cane e non negli altri animali domestici. Dal cane l’uomo aspetta fedeltà, collaborazione e seguito di questo patto che si è instaurato e che si perde nella notte dei tempi.

Platone nella Repubblica indica le doti che dovrebbero avere e governanti: senno del cane, aggressività solo con nemici e benevolenza con gli amici.

Descrizione del mastino in dialetto napoletano

Questa è una versione folkloristica dello standard del mastino tramandata da antichi mastinari napoletani.

‘O cane ‘E presa

Ca presenza maiatica e strinto ‘e carne

Nun ha’ da essere nu miezo cane,

Cchiaù arauto che vascio

A ddà tenè o cumanno,

E sott’a mazza addeventà nu lione…

A capa tonna e nun ciuccenda

Musso né curto né arrugnato, ma justo

A capa cu’ e rappe ca scenneno a duje anne

Cuollo cuorto cu a pelle sotto

Corpo lungo e pietto cavallino

E’ scianche suttile e tunne

O’ naso luongo e froge

Uecchie tunne e piccerille:

Ponne essere castagne, cilestine e gialle

O’cchiù terribile tene l’uocchie argiente

E recchie ‘nzellate pe senti o cumanne

Nun ‘a da essere vascio,

Né annanze ne adderete;

Nun ‘a da essere cu’ ‘e cosce storte:

O’ piere taurino comme ‘e nu pastore,

Senza dete aperte e allungate.

Se trova a culore nire e cennerino;

Po’ essere mologne,

Mologne seprato nire

Mologne seprato nire comm’a nu turco,

E o cchiù verace, seprato niro.

O’pilo strinto, lucente e curto.

Camminata guappegna!

O’cane scugnizzo:

il mastino napoletano

  ovvero il monumento vivente.

 

Oreste Albarano Architetto

 

Author: Storie di Napoli

Venticinque ragazzi che, dal liceo e dall’università, sono partiti alla ricerca di ogni storia dimenticata, delle leggende popolari mai raccontate e del folklore napoletano.
Dieci scrittori e quindici disegnatori uniti per raccontare attraverso l’arte l’anima di Napoli. Nati per essere indipendenti da ogni capo, finanziatore, partito o interesse economico: ci muove solo la passione.
Conoscere le storie di Napoli significa infatti scoprire la vera anima della città: innamorati di Napoli con gli innamorati di Napoli!

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