Tommaso Campanella: l’illusione della giustizia scontata nelle celle del Maschio Angioino

«Giovane con barba nera, vestito di abiti civili, con cappello nero, casacca nera, calzoni di cuoio e mantello di lana». Una descrizione semplice, insignificante, quella fatta per il riconoscimento dell’accusato Tommaso Campanella, il 23 Novembre 1599, a Napoli, nelle celle del Maschio Angioino. Tommaso Campanella aveva però ben poco di semplice, ben poco di normale. Frate domenicano, di origini calabresi, si era formato in un periodo di grandi rivolgimenti storici e culturali: da un lato gli spunti del contemporaneo ragionamento filosofico ed il propulsivo progresso scientifico, dall’altro la presenza opprimente della Chiesa controriformata; nel mezzo, suggestioni squisitamente popolari, superstizioni e tensioni profetiche. Tutto questo ben condito da un carattere poco incline al silenzio ed alla sottomissione, intollerante verso soprusi ed incoerenze, sinceramente convinto di poter riformare il mondo.

La storia di Tommaso Campanella, tra filosofia e fanatismo

Campanella iniziò a farsi conoscere percorrendo la strada del ragionamento teorico e della Filosofia.  Scrisse le sue idee. Pubblicò la sua prima opera importante, “Philosophia sensibus demostrata”, proprio a Napoli, nel 1589. Ma ecco arrivare i primi dissensi, le prime repressioni, le prime accuse di eresia. Tra innumerevoli processi, fughe e torture, dopo il tira e molla dell’Inquisizione e una abiura, Campanella fu rinchiuso nelle carceri del Santo Uffizio a Roma (dove era ospite un’altra voce poco gradita alla Santa Chiesa, quella di Giordano Bruno). Rilasciato, fu costretto a tornarsene in Calabria, dove, si credeva, non avrebbe potuto fare troppi danni.  Invece, proprio quei luoghi che lo avevano visto crescere gli fecero balenare nella mente una nuova idea: perché non tentare un’altra strada? Perché non iniziare lui stesso la rivoluzione che aveva ideato? Non riusciva a sopportare la depravazione, la corruzione del clero e dei nobili a discapito dei poveri contadini, della gente comune. Inoltre, eventi naturali e astronomici, inondazioni, comete e coincidenze di pianeti, lo convinsero che era arrivato il momento giusto per agire. Si mise in testa che bisognava cacciare gli Spagnoli e costruire un nuovo mondo, un mondo fondato sulla giustizia sociale, sull’equilibrio in nome di Dio, sulla pace universale. Era il 1599 e molti uomini gli credettero.

Il carcere e la grande furbizia

Maschio Angioino, foto di Federico Quagliuolo

Quasi prima che fosse iniziato però, il tentativo rivoluzionario sfumò in un nulla di fatto: i rivoltosi subirono la dura repressione delle autorità, Campanella venne incarcerato, ancora una volta. Arriviamo così al periodo di prigionia a Napoli, nelle celle del Maschio Angioino. Il filosofo era un eretico. Voleva un po’ di giustizia. Era quindi un pericolo per l’ordine sociale. Doveva essere condannato a morte. Ma fu la sua furbizia a vincere. Che sia stata una straordinaria lucidità in un momento così estremo o semplice spirito di sopravvivenza, il filosofo fece credere a tutti di essere pazzo, ben sapendo che un pazzo, anche se eretico, non poteva ricevere la pena capitale. Per testarne la pazzia o fargli confessare la menzogna, lo sottoposero ad ore di disumana tortura. Alle domande che gli furono poste rispose con canzoncine, invocazioni, parole e frasi senza senso. Dopo pochi mesi venne interrogato anche un funzionario della Corte, un tale Giacomo Ferrao, il quale aveva accompagnato Campanella dal suo carceriere dopo la tortura. Gli fu chiesto se il prigioniero avesse dichiarato qualcosa nel frangente di tempo in cui erano stati insieme. L’uomo rispose: “La verità è che (…) fra Tommaso Campanella mi disse da sé le formate o simili parole: – Che si pensavano che io era coglione, che voleva parlare? – e a queste parole non ci fu nessuna persona presente, che l’avesse intese”. Essendo il fatto avvenuto senza altri testimoni, non si poté far altro che chiuderla lì. Il funzionario dovette promettere di non rivelare mai a nessuno le parole che aveva ascoltato, pena la scomunica!

Gli ultimi anni

Intanto Campanella era riuscito a scansarsi la pena di morte. Restò chiuso nel Maschio Angioino per quasi 30 anni, ma non si diede mai per vinto, non restò mai in silenzio. Continuò a scrivere, producendo proprio nelle celle napoletane le sue opere più celebri; tra tutte “La città del Sole”, scritta nel 1602 e pubblicata solo nel 1623 nella laica Francoforte. Il filosofo immaginava uno Stato ideale, una repubblica universale, pacifica e perfettamente regolata in base alle leggi naturali. Con uno scritto intervenne addirittura nella difesa di Galileo Galilei, processato e costretto all’abiura per aver visto la Terra girare intorno al Sole. Riottenne la libertà solo nel 1639. Intanto però in Calabria era scoppiata una nuova cospirazione, portata avanti proprio da un suo seguace. Il filosofo fu costretto così a fuggire dall’Italia pericolosa e bigotta. Andò in Francia, dove visse il resto dei suoi giorni protetto addirittura dal re Luigi XIII e dal cardinale Richelieu.

 

 

 

 

Claudia Grillo

Author: Claudia Grillo

Studentessa di lettere classiche alla Federico II.
Mi hanno sempre colpita le parole del nostro Massimo Troisi nel film “Il Postino”:
– Mi sono innamorato!
– Non è grave, c’è rimedio
– No, no, che rimedio, io voglio stare malato!
Ecco, la penso proprio così, bisognerebbe innamorarsi ogni giorno di quello che si vive, delle piccole cose, delle persone, dell’arte..
e come non innamorarsi di Napoli?

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