L’arte dei guantai napoletani nel cuore della Sanità

Che Napoli sia eccellenza assoluta nel vestiario è un fatto noto ed indiscutibile: fra cravatte raffinatissime, i tessuti delicatissimi di San Leucio e le storiche camicerie napoletane, spesso però non si pone la giusta attenzione verso l’arte napoletana nella produzione dei guanti.
Eppure Napoli è chiamata ancora oggi “capitale dei guanti“.

Questa storia comincia nel ventre della città, precisamente nell’unico quartiere sopravvissuto a secoli di demolizioni, risanamento e speculazioni: la Sanità.
È infatti proprio questa innata resilienza del rione ad aver permesso la conservazione di una tradizione artigianale che in città dura da circa due secoli e fiorisce proprio in quel periodo in cui fu fortissima la spinta della dinastia dei Borbone nell’incentivare la produzione artigianale locale, che si specializzò in produzioni che resero Napoli capitale della moda e dell’eleganza nel vestiario.

Le prime botteghe dei guantai aprirono in una strada che, non a caso, ancora oggi si chiama “Via dei Guantai Nuovi” e si trova alle spalle di Via Medina: l’arte della guanteria nasce infatti già nei tempi del vicereame, ma è con la corte di Ferdinando che trovò, assieme alla seta, il suo momento di maggiore gloria, trovando la sua “casa” nella Sanità.

L’attività dei guantai sarà anche una delle poche professioni a non subire gravi danni occupazionali dopo l’Unità d’Italia, tant’è vero che, fino al 1930, si attestava la presenza di ben 25.000 artigiani specializzati nella realizzazione di guanti.

Proprio in questa età dell’oro del guanto napoletano si attesta la nascita della più antica fabbrica di guanti ancora in attività a Napoli, la Omega, che gentilmente ci ha invitato nella loro sede per raccontarne la storia: l’anno era il 1923 e Gennaro Squillace fondò la sua attività che oggi vede in Alberto, classe 1991, il prossimo erede.

Fu però il secondo dopoguerra a segnare il tracollo dell’artigianato napoletano, con diversi fattori economici e sociali che, concorrenti, stroncarono una possibile rinascita dell’industria artigianale. Una su tutte: la forte sconvenienza nel proseguire piccole attività, con l’assenza di grandi realtà industriali napoletane. Pochi anni dopo, poi, sarebbe arrivata l’invasione asiatica del mercato, che avrebbe reso definitivamente impossibile sostenere una qualunque forma di concorrenza su quantità e prezzi.

Distendendosi fra le grotte dello Scudillo ed i mercati dei Cristallini, non è però difficile scovare ancora gli ultimi eredi di questa secolare natura industriosa della Sanità: bisogna aguzzare lo sguardo e provare a gettare l’occhio curioso dietro le tende dei minuscoli balconcini degli antichissimi palazzi del quartiere: non di rado appariranno ombre di signori chini su un tavolo, ultimi testardi propugnatori di una antica tradizione napoletana che, senza il loro merito, sarebbe già morta nei cesti dell’ipermercato.

Gli ultimi superstiti, raccolte le memorie di gioventù, hanno però deciso di reinventare la produzione napoletana come esempio di altissima moda, riscoprendo quei dettami che proprio i Borbone vollero imprimere all’arte del vestiario a Napoli: lusso, raffinatezza, fantasia e perizia nel creare prodotti invidiabili.

La produzione di guanti, ad oggi, si concentra su numeri contenuti e qualità massima, non essendo automatizzato alcun passaggio della produzione. Non è quindi un caso che Vuitton e Dior siano clienti proprio della guanteria napoletana.

La nostra visita nella fabbrica Omega comincia con un pacato rumore meccanico, ritmato e continuato, proveniente da vecchissime macchine Singer che, da chissà quanti anni, accolgono gli avventori sulla soglia della porta di un appartamento in palazzo storico di Via Stella alla Sanità.

Quando fummo invitati e ci fu detto che si trattava di una fabbrica, la nostra immaginazione virò infatti su figure di giganteschi colossi di cemento dall’odore nauseabondo, tipico delle concerie. Nulla di più sbagliato.

Le operazioni che coinvolgono la concia, la colorazione e la tratta delle pelli sono infatti svolte in un’altra sede ai piedi del Vesuvio, sempre sotto la rigidissima supervisione della famiglia Squillace. A Via Stella, invece, sono svolte solo le operazioni di cucitura e taglio. Una piccolissima parte dei 25 passaggi che sono portati a termine coinvolgendo diversi artigiani sparsi nelle proprie case in giro per la Sanità, alla faccia della concentrazione industriale ed in onore della tradizione ortodossa della guanteria napoletana.

Superata la sorpresa, siamo stati accolti dal padrone di casa, Alberto Squillace, come amici, con un caffè ed una visita nei vari locali di questo luogo che -racconta- è una vera e propria meta da visitare per gruppi organizzati di turisti americani, svizzeri e francesi.

 

Dopo una breve chiacchierata, però, ci ha mostrato la cosa che più ci ha impressionato: la sensazione di morbidezza del guanto, frutto di una lavorazione e di una scelta scientifica delle pelli lavorate.

Il vero artista, infatti, non è chi sa solo lavorare bene la materia che si trova fra le mani, ma chi conosce anche perfettamente il suo intero processo produttivo.

Un po’ come l’intagliatore del legno che, con in mano un ramoscello, saprà raccontare l’intera storia dell’albero, così Alberto, con in mano un piccolo brandello di pelle lavorata, ci ha raccontato la storia dell’agnello dal quale proveniva: “Vedi questa imperfezione? Si tratta di una cicatrice! Si dev’essere fatto male, non è artificiale”. “…E non noti quest’altra venatura sulla pelle? Quest’altro dev’essere stato ammalato!”.  

Tradizione napoletana vuole, infatti, che le pelli da lavorare siano personalmente scelte dall’artigiano che le maneggerà, un po’ come lo scultore sceglieva la sua pietra da realizzare.

Nonostante l’apparenza assai semplice e minimale del prodotto, la procedura per la realizzazione di un guanto richiede infatti ben venticinque fasi di produzione, di cui ben tre relative al solo taglio, svolto senza macchinari, con il solo ausilio di una antichissima forma di metallo ed enormi forbici. La misura del guanto segue poi uno standard detto “napoletano“, diverso da quello utilizzato universalmente nei negozi e leggermente più comodo nelle dimensioni.

Ogni fase, per giunta, richiede l’attentissimo occhio umano e l’abilità e la manualità nell’evitare che si mostrino imperfezioni sulla superficie esterna del guanto, perizia che può conoscere solo un esperto del mestiere, che ha sentito sotto i propri polpastrelli decine di anni di pelli conciate.
Proprio per questa ragione, ci raccontava Alberto, è difficilissima la ricerca di nuovi lavoratori specializzati che sostituiscano gli ormai anziani figli dell’epoca passata e che garantiscano lo stesso livello di qualità.

Come tutte le professioni a Napoli, infatti, anche quella dei guantai era una vera e propria casta di lavoratori su vari punti della scala produttiva, in questo caso caratteristica della Sanità. Gli incarichi determinavano anche un prestigio sociale della famiglia ed un bagaglio di sapienza che si trasmetteva dai genitori ai figli, che sin da bambini erano chiamati ad aiutare i parenti nella realizzazione di una determinata fase di lavorazione del guanto.

Ad ogni famiglia era infatti affidato un gradino della produzione, che veniva portato a termine con tecniche, manualità e segreti conservati e custoditi gelosamente dalle generazioni alle quali era affidato tale compito: templari a difesa di un graal familiare. Non bisogna infatti sottovalutare l’importanza del ruolo sociale rivestito dagli esponenti di queste famiglie di artigiani: in quartieri in cui la miseria era dilagante, essere particolarmente abili in un mestiere era garanzia di benessere economico in famiglia, privilegio tutt’altro che scontato fino a qualche decennio fa.

 

In questi 25 passaggi, uguali da ben due secoli, il futuro guanto fa quindi un ping pong che coinvolge l’intero quartiere, passando per mani, esperienze e tradizioni secolari che spariscono, invisibili, appena si accendono le belle luci di una vetrina di un negozio di moda di Parigi o di New York con in mostra tutti i guanti colorati.

Eppure, in posti, tempi e distanze che nemmeno la fantasia può pensare, chissà quante e quali mani sono e saranno inconsapevolmente protette dal cuore di Napoli!

 

 

Di seguito, oltre alle foto già mostrate, una piccola fotogallery della nostra esperienza, realizzata da me.

N.B. LE FOTO SONO COPERTE DA COPYRIGHT. OGNI UTILIZZO NON AUTORIZZATO SARÀ PERSEGUITO SECONDO LEGGE.

-Federico Quagliuolo

 

 

 

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Author: Federico Quagliuolo

Ex studente del Liceo Sannazaro, ora studio Giurisprudenza all'Università Federico II. Amo i gatti, la fotografia, la Vespa e il Napoli. Finalista nel 2011 e 2012 per il premio nazionale di giornalismo Alboscuole, ho poi lavorato per diversi giornali, fra cui Il Denaro e l'Inchiesta Napoli, oltre ad aver diretto il magazine della facoltà di Giurisprudenza. Innamorato delle storie e delle leggende antiche, sono convinto che raccontarle sia un atto d'amore verso la nostra città. Il mio sogno è poter diventare un giorno un bravo scrittore: mi ispirano infatti le Vite di Guccini, la fotografia di Luciano de Crescenzo ed i racconti di Ferdinando Russo.

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