Ode di odio a Napoli

 

 


Scappava
, lontano.

Come se non ci fossero alternative.
Come se il vento lo trascinasse in tutte le direzioni e in nessuna. Come se non avesse una meta ma sentisse la necessità di cercarne una.
Era sempre così, scappava e più scappava più desiderava aggrapparsi alle cose estranee che gli risultassero più familiari.
Come se avesse bisogno di circondarsi di tutto quello che odiava così tanto, di tutto quello da cui rifuggiva.

E stringeva i denti e si disperava intorno a quei grandi alberi che gli ricordavano il suo amato pino, quello che gli faceva ripercorrere via Orazio più e più volte, instancabile, solo per ammirarne il Vesuvio da dietro.
Non sopportava che lo avessero abbattuto.
Non riusciva a inserire nei suoi ricordi quel triste evento.

Lentamente ripercorreva la sua infanzia, le parate, gli spintoni, le pallonate giù alla Sanitá, con la nonna che lo chiamava dalla finestrella per andare a cena.
Sporco, sudato, spesso sanguinante. Un sudore che sapeva di felicitá.
Non come quella giacca e quella cravatta che portava ora. Un’inquietudine che neanche fiumi di ammorbidente avrebbero nascosto.

Rileggeva le sue carte, sulla scrivania fredda del suo ufficio, con la nebbia alla finestra. E non poteva fare a meno di ricordare il sole forte che penetrava sui banchi, quando in preda all’ansia ripeteva l’ottativo prima dell’interrogazione di greco. Quante ne aveva passate al Genovesi, e il solo pensiero lo infastidiva.

Eppure, i sapori della sua città. Quelli non li aveva mai odiati.
Impacchettava sempre un po’ di Napoli prima di partire.
Alla ferrovia, comprava quelle sfogliatelle che reprimevano l’istinto di rinnegare le sue origini, l’istinto di cancellare Napoli.

Non poteva. Ci aveva provato a farla fuori, a impedire che gli ritornasse alla mente, che gli risuonasse come quelle canzoni che orecchiava a Via San Sebastiano dopo la scuola e gli risuonavano tutto il giorno nella mente.
Non riusciva a farlo, non sapeva scappare veramente.
Tentava, senza successo.
Anzi più tentava, più cercava di dimenticare, più i ricordi risalivano alla memoria più vividi, più luminosi.
Voleva fare fuori un pezzo della sua vita, come se il sangue che scorre nelle vene si potesse tutto a un tratto cambiare.

Sei troppo bella Napoli, per poterti dimenticare, troppo cara per poter veramente scappare.

Lidia Vitale

Author: Lidia Vitale

Di formazione classica, studio Architettura all'università di Napoli Federico II. Sono innamorata di tutte quelle cose che riescono a lasciare un segno: le pietre, le parole, i luoghi, i momenti, i sapori, le figure, lo stesso e il diverso.

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