Cronache da Storie di Napoli: una Storia Cilentana, parte II

Se vi siete persi la prima parte, cliccate qui!

 

I nostri occhi erano affascinati, trepidanti, emozionati. Archeologi improvvisati alle prese con un vero reperto storico. Forse di scarso valore. Forse misero. Ma pur sempre un reperto.

-Che cosa facciamo, Alex? – chiese mio cugino.

-Direi di portarlo a casa tua, magari ricaviamo qualche notizia dalle ziette!

tramonto su Montecorice

Si era fatto buio ormai, e le strade che congiungevano le nostre case, relativamente vicine, essenzialmente erano due: una passava in mezzo agli ulivi, al buio, per i terrazzamenti su per la collina vicino la boscaglia, mentre l’altra, sicura e illuminata, ma decisamente più lunga e meno panoramica, passava per l’interno del paese. Se da piccoli avevamo imparato qualcosa dalle favole, era che la strada più sicura e lunga portava sì a destinazione, ma senza appagamento avventuriero, fisico e mentale, e che le favole forse non sarebbero mai nate se tutti i protagonisti avessero ascoltato il loro istinto di sopravvivenza.

La luna su Acciaroli

Ci avventurammo sopra la collina, al buio, illuminati dalla luna e dal riflesso del mare. Il mare, il mare, il mare… beati coloro nati nelle città in cui non c’è. Perché il mare ti cambia, ti forma, ti plasma e ti maledice. Ti dona la libertà, e quando sei costretto a non vederlo più, ti richiama ogni giorno nella tua testa, come una sirena, facendoti impazzire. Riscendemmo per i boschi, intravedendo le luci del paese e della casa, forti di riuscire ad arrivare a destinazione sani e salvi nonostante il buio ed i rumori che in lontananza nella selva si facevano ogni istante sempre più forti, rivelando la presenza di qualche creatura di stazza ben più grossa di quella di un gatto o di una volpe. Eravamo a pochi metri dalla casa, in pieno centro abitato, quando improvvisamente una folata di vento smosse le fronde degli alberi di un orticello alla nostra destra.

Io ero lì, vicino al muretto, quando un respiro affannoso e pesante iniziò a riscaldarmi la spalla. Poi un grugnito straziante, e fu lì che mi girai e lo vidi: un imponente cinghiale sovrastava sul muro dell’orto.

-CORRI! – gridai a mio cugino, il quale senza voltarsi e senza chiedersi il perché iniziò una corsa degna di Bolt (non quello di quest’anno però, quello dei bei tempi!). Apparvero improvvisamente ad inseguirci cani di ogni razza da sopra, sotto, a destra e a manca, pastori tedeschi, maremmani, il cane di Heidi e pure Zanna Bianca un altro po’, lasciando libera la fuga all’ ungulato ritenendo noi forse prede più succulente. Le scale, una staccionata, corremmo, saltammo, scavalcammo, arrivati finalmente nell’ area protetta del cortile. Quando ci girammo, i cani non c’erano più.

-E questo chi è?

-Come zia, credevamo che essendo tu del paese…

Mai sentito in vita mia. Vedete un po’ a Napoli se riuscite a ricavarne qualche informazione!

Andammo al piano di sotto, dove le valigie e i vestiti erano ormai tutti pronti per il ritorno a Napoli, e ci sedemmo sul viale a rimirare il cielo e le stelle, contemplando quell’ ultima notte estiva d’inizio settembre certi di una cosa: che l’estate seguente ci saremmo ritrovati lì, come ogni anno, a sperderci nelle campagne alla ricerca di ignoti percorsi e naturalistici tesori.

 

Alex Amoresano

Author: Alex Amoresano

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