“Il Nero di Napoli” che incantava il Mondo intero!

Via San Biagio dei Librai è senz’ombra di dubbio uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi della città. Un locus amoenus di rara bellezza, un susseguirsi di antichi palazzi custodi di un passato secolare,  un luogo incantato da sempre impregnato di Arte e Cultura. E lasciandosi trasportare dal fascino di queste vie, che un tempo costituivano il Decumano inferiore,  si giunge presso la Chiesa di San Filippo e Giacomo, teatro di una storia incredibile, rimasta per lungo tempo all’oscuro del popolo napoletano e non solo.

 

Tutto ebbe inizio nel lontano 1477, quando, sotto il Regno degli Aragonesi, un gruppo di mercanti, tessitori e tintori fondò la Corporazione della Seta, conosciuta anche come “Consolato dell’Arte della Seta”, perché retta da tre consoli: due mercanti, uno nato nel Regno di Napoli e uno straniero, e un tessitore nato a Napoli. Chiunque poteva liberamente entrare a far parte della Corporazione registrando il proprio nome sul libro dell’Arte della Seta, atto con il quale erano garantivano innumerevoli privilegi: l’abolizione dei dazi doganali, l’impunità dei crimini commessi prima e dopo l’iscrizione, il poter essere giudicati da un Tribunale Speciale dell’Arte della Seta…

L’attività serica fu di grandissimo rilievo economico dal ‘500 fino all’800, quando poi la rivoluzione industriale tolse il primato alla città. Gli anni d’oro si registrarono a cavallo tra il 1580 e il 1630, periodo durante il quale Napoli si impose come grande città produttiva della seta, un settore trainante nel quale era coinvolto in maniera quasi totale non solo il popolo napoletano, ma quello di un intero Regno. Le sete partenopee, grazie ai galeoni spagnoli, erano in grado di raggiungere persino le lontane Americhe, dalle quali poi in cambio giungevano nuove sostanze coloranti ancora non utilizzate nel Regno Aragonese: la cocciniglia, la terra gialla, l’indaco… sostanze con le quali poi i tintori napoletani creavano incredibili sfumature: oltre 100 diverse tinte di celeste, oltre 80 tipologie di rosa, il nero, inoltre, per la sua brillantezza e lucentezza era conosciuto come “il Nero di Napoli”, nel quale tintori da tutto il mondo giungevano per immergervi le proprie stoffe.

In realtà il primo insediamento della Corporazione nella città di Napoli, databile intorno al 1581-82, non fu nell’attuale via San Biagio dei Librai, ma in Piazza Mercato, dove furono costruiti una piccola cappella, già dedicata ai Santi Filippo e Giacomo, e un conservatorio, nel quale erano ospitate tutte le fanciulle, dai 5 ai 14 anni, orfane o figlie di artigiani poveri e malati inscritti al libro della Corporazione, alle quali non solo era garantita piena assistenza, ma si cercava di preservare l’onore di queste ultime con l’insegnamento di un mestiere e un aiuto economico per il maritaggio pari a 50 ducati.

Nel 1590, poi, accresciuto notevolmente il numero di ragazze bisognose di cure, oltre 200, e volendo ingrandire sempre di più i propri affari, fu necessario per i membri della Corporazione  trovare una sistemazione più degna, tanto da indurli all’acquisto del Palazzo del principe di Caserta Aquaviva, per la realizzazione di un conservatorio più grande, posto alle spalle del Palazzo del duca Spinelli Castrovillari. Successivamente, nel 1601, forti del successo raggiunto negli anni, i maestri della Seta decisero di acquistare anche il Palazzo del duca, ed erigere cosi la Chiesa grande, inaugurata nel 1641 e dedicata ai Santi Filippo e Giacomo, protettori dei setaioli e dei mali contro la pelle.

 

Anche se di impianto seicentesco, ad oggi gli interni della Chiesa sono magnifici esempi dello splendore settecentesco napoletano. Le forme attuali, infatti, derivano dalle scelte architettoniche di Gennaro Papa, ma non solo; grandi artisti lavorarono nella metà del’700 al restauro della chiesa, voluto per tentare un rilancio dell’Arte della Seta che iniziava in quel tempo a vivere un pericoloso declino: Jacopo Cestaro fu autore degli affreschi della navata con l’assunzione della Vergine e le storie dei Santi Filippo e Giacomo,  celebri marmorari come  Trinchese e Francesco Pagano realizzarono le grandi balaustre, le acquasantiere e tanti altri pezzi di rilievo. Giuseppe Sanmartino realizzò le due statue di San Filippo e Giacomo poste lungo la facciata esterna, mentre un importante contributo per i lavori di riqualificazione del 1758 fu dato dal console Pietro Antonio Leo.

 

Sembra incredibile a dirsi, ma per lungo tempo l’incuria e il totale disinteresse si resero protagonisti di questo posto incantato. Oltre trent’anni caratterizzati da un’inarrestabile declino e profondo abbandono che, nonostante tutto, non hanno potuto cancellare la testimonianza di un bene intriso di Storia e allo stesso tempo di un’architettura dal grandissimo valore artistico.

Una testimonianza, oggi resa più viva che mai, grazie soprattutto al magistrale intervento di un gruppo di giovani ragazzi napoletani, innamorati dell’Arte e, ancor prima, della propria città.  “Respiriamo Arte”, questa la loro fondazione nata pochi anni fa, grazie alla quale, con attenti studi hanno recuperato questo passato tanto glorioso e riportato alla luce luoghi della Chiesa a lungo rimasti sepolti.

Basta percorrere il bellissimo pavimento in cotto maiolicato, opera di Giuseppe Massa, per giungere presso l’ultima cappella alla destra dell’altare maggiore dove si trova il primo ambiente riscoperto: l’antica cripta.                                                                                                                                                                                                                                                                                               Questo luogo costituiva una vera e propria area cimiteriale; la Corporazione, infatti, oltre a garantire i privilegi precedentemente indicati, assicurava anche una degna sepoltura per i membri più poveri. I corpi venivano inizialmente calati dall’alto, poi fatti scolare e infine le ossa erano seppellite in una delle quattro fosse comuni.

La zona più antica del conservatorio era la cappella, dove è presente un dipinto del ‘500 di Fabrizio Santafede raffigurante una dormitio Virginis, papa Gregorio Magno a sinistra, e San Girolamo a destra. In questo ambiente poi è possibile ancora osservare le grate che separavano le fanciulle dal resto dei fedeli.

L’antica sacrestia, altro luogo da poco riscoperto, invece, è massima testimonianza della tarsia lignea del ‘700 napoletano; fra tutti spicca il capolavoro dell’antico altare maggiore, realizzato nel 1712 da Marco Antonio Tibaldi, magistrale esempio di prospettiva tridimensionale settecentesca, nonché oggetto di numerose razzie a cominciare dal 1980, che lo hanno privato dei due angeli posti in origine ai lati e di numerose statue disposte intorno. Di notevole rilevanza sono anche il grande armadio centrale, che riprende la facciata, e il Trono ricoperto di seta e intagliato d’oro, sul quale è posto lo stemma della Corporazione: i tre filamenti di seta più pregiata del Regno, quello di Napoli, Amalfi e Abruzzo.

Per oltre tre secoli tintori, setaioli e mercanti resero Napoli un esempio di maestria e raffinatezza, virtù che portavano tutto il mondo a guardare quella città con occhi incantati e pieni di ammirazione. Un’Arte, quella della Seta, destinata a non tramontare mai. Oggi, come allora,  infatti, basta percorrere Vico Gelso lungo, Calata dei tintori, San Biagio dei taffettanari… per rivivere e riassaporare gli antichi odori e colori delle stoffe che resero Napoli capitale del mondo!

 

 

Di: Andrea Andolfi

Author: I lettori di Storie di Napoli

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