Ciccio Cappuccio, il camorrista che fu re di Napoli

 

Esattamente 125 anni fa Piazza San Ferdinando fu sommersa da una immensa folla di napoletani in una scena che sembrava una immensa sceneggiata di Merola: donne che si strappavano i capelli, uomini in un sommesso silenzio. Era morto Ciccio Cappuccio, il “Re di Napoli“.

 

Il suo nome potrebbe essere quello di un personaggio della Disney anche se, a ben vedere, fu il capo più carismatico e potente della Camorra, tanto da diventare nell’immaginario popolare  “il guappo”, “l’uomo d’onore” per antonomasia.

Già il suo soprannome era tutto un programma: nella Pignasecca era chiamato “’o signurino”, per descrivere i suoi modi raffinati ed il portamento da gentleman, che assai spiccava nei bassifondi napoletani. Dai camorristi era invece chiamato “l’immortale” in quanto, fra i vari poteri leggendari attribuiti alla sua figura, vi fu anche l’immortalità.

 

Le origini di Don Ciccio erano umilissime: figlio di un tale Antonio, era il rampollo di una famiglia criminale che si trovava nell’Imbrecciata, all’altezza dell’Arenaccia. La zona dell’Imbrecciata era famosa per essere uno dei luoghi più malfamati di Napoli: era infatti piena di taverne frequentate dai peggiori ceffi della città, di case chiuse e di case da gioco. Godeva di una fama così cattiva che per un breve periodo la strada principale dell’Imbrecciata fu isolata da un cancello e nelle ore notturne chiusa, proprio come il peggior ghetto cittadino.
Questo fu l’ambiente in cui crebbe Francesco Cappuccio nella metà del 1800: la sua carriera nella Camorra fu rapidissima e l’inizio della scalata al potere risale alla sua prima carcerazione quando, da solo, si trovò dinanzi a venti camorristi. Lui era un picciotto di sgarro, praticamente una nullità, un ragazzino affiliato alla Camorra.

In carcere la Camorra esercitava il suo potere maggiore, imponendo ai carcerati un “tributo d’ingresso”, chiamato “il tributo dell’uoglio” perché si riferisce all’obbligatorio versamento di un soldo o due per l’acquisto dell’olio delle lampade votive per la Madonna del Carmine, l’Addolorata, Sant’Anna o San Vincenzo della Sanità, che sono i santi della Camorra.
Di lì, poi, ogni attività in carcere è strettamente controllata e “tassata” dalla Camorra: ogni ribellione è punita spesso con la morte o con pestaggi ferocissimi da parte

Non esistono fotografie o disegni che raffigurano il suo volto. L’unica immagine è questa litografia che lo rappresenta giovanissimo

di squadracce inviate nottetempo dal provvisorio capo della Camorra in carcere.

Cappuccio si ribellò sbottando: “la camorra sono io!” e, di lì, picchiò selvaggiamente tutti i suoi aggressori: si ricordano dodici teste sfasciate e sette braccia rotte.
Dopo questo episodio, la sua fama crebbe a dismisura: un giovane ragazzino aveva distrutto
Furono infatti proprio i camorristi sopravvissuti alla rissa che, dopo essere usciti dall’infermeria, si recarono da Ciccio Cappuccio per chiedergli formalmente di “onorare dell’opera e della persona sua l’Onorata Società”. La violenza è per i camorristi sinonimo di coraggio e rispetto e la rissa del giovane Cappuccio era degna di immensa ammirazione.

 

Uscito dal carcere, Cappuccio era ormai un camorrista temuto ed ammirato da tutti.

La certezza è che il suo potere era illimitato nelle questioni cittadine: controllava tangenti ed aste pubbliche, decideva questioni di pubblico interesse e dirimeva controversie fra cittadini privati e camorristi. Da giovane faceva largo uso della violenza, mentre in tarda età bastava uno sguardo, un gesto o una parola per mettere fine a qualunque disputa.

Si racconta che anche le autorità statali si rivolgessero a lui, come il questore Ermanno Sangiorgi che chiese a Cappuccio di recuperare l’orologio d’oro tempestato di diamanti della moglie del ministro degli Interni, Giovanni Nicotera. In men che non si dica fu riconsegnato il maltolto alla legittima proprietaria.

Ciccio Cappuccio fu anche un uomo politico: si impose come capo dei camorristi grazie alle sue gesta “guappesche” sempre più efferate e cruente che destarono grande ammirazione fra i criminali e fra i popolani. Il suo governo, oltre ad essere fra i più longevi della storia della Camorra, fu anche fra i più tranquilli.
Fu proprio la personalità esuberante di Cappuccio che rese la Camorra addirittura simpatica: fra semplici simpatizzanti e nuovi camorristi, a Napoli lo status di “guappo” e “camorrista” era diventato ormai sinonimo di successo, rispetto, potere e riscatto sociale. Tutto ciò che il popolo più basso, poverissimo e vessato, non avrebbe mai ottenuto in una vita onesta.

Ecco che allora Cappuccio, un po’ narciso ed un po’ politico, cominciò ad ingraziarsi i napoletani organizzando vere e proprie feste popolari in tutti i quartieri della città, regalando giochi ai bambini ed organizzando interi carri carichi di cose da mangiare alle feste cittadine. Era un vero e proprio “padrino” di tutti i quartieri poveri della città, guadagnandosi l’amore dei suoi sudditi con un terribile cocktail di festa, farina e forca.

Bastò questo per trasformarlo in una figura leggendaria, attorno alla quale si raccontavano aneddoti epici, che andavano da veri e propri miracoli fino a fatti realmente accaduti!

Si racconta, ad esempio, che un professore tedesco di pianoforte, poverissimo, abitasse ai Quartieri Spagnoli: gli fu rubato il pianoforte e lui, disperato, non sapeva dove poter recuperare di nuovo l’oggetto con cui riusciva a racimolare i pochissimi soldi con cui viveva a stento.
Gli fu quindi consigliato da un cocchiere di rivolgersi a Ciccio Cappuccio, il camorrista che, da uomo di gran cuore, avrebbe senz’altro aiutato il povero professore.
Così fu: il maestro si recò in un caffè frequentato da Cappuccio e, umilmente, gli chiese di recuperare il suo pianoforte.
Lui si commosse e si attivò in prima persona per rintracciare i ladri. Fu presto fatto: si presentò in una taverna in cui il gruppo di ladri stava festeggiando il colpo grosso e, dopo essere stato accolto come un re, disse con tono perentorio: “domani, a mezzogiorno, fatemi il favore di riportare in casa del maestro il pianoforte che avete rubato.”

La mattina dopo fu riposizionato il pianoforte nella stessa posizione in cui si trovava prima del furto e, la sera, il maestro esplose di gioia.

Commosso e profondamente grato, corse il giorno dopo da Ciccio Cappuccio e gli porse in segno di ringraziamento l’ultima cosa preziosa che conservava, un vecchio orologio d’oro.

Il camorrista sganciò un ceffone fortissimo e urlò: “ti sei scordato che io sono Ciccio Cappuccio? Credevi che ti avessi fatto rendere il pianoforte per essere ricompensato?

(tratto da “La Camorra”, di Ernesto Serao)

Episodio reale passato alla storia fu quello dello sciopero dei cocchieri del 1893: fu la parola di Cappuccio a far tornare immediatamente ed ordinatamente a lavoro tutti gli scioperanti.

 

Le sue gesta erano quelle del “guappo” per eccellenza, ma non bisogna pensare ad un binomio: non necessariamente i guappi erano anche camorristi. Cappuccio rappresentò il prototipo perfetto del camorrista-guappo.

Morì nel 1892 ed il suo funerale è ricordato come un evento storico al quale parteciparono migliaia di persone riversate in Piazza San Ferdinando da ogni quartiere di Napoli.
Il suo funerale fu così grandioso che fu documentato sul Mattino con dovizia di particolari, ma degna di grande attenzione fu l’isteria quasi religiosa che colse il popolo dopo la sua morte: molti raccontano che, il giorno dopo la sua morte, si vendessero in città boccette con il suo sangue e persino le sue ossa, probabilmente prelevate dai becchini e vendute a cifre strabilianti.

Edoardo Minichini, autore teatrale di numerose operette popolari, gli dedicò un’opera teatrale chiamata “Ciccio Cappuccio”, mentre Ferdinando Russo gli dedicò una poesia:

 

«Canzone ‘e Ciccio Cappuccio»

9 dicembre 1892

 

«Da ‘o Mercatiello a ‘o Bbùvero,

da Porto a lu Pennino

è corza ‘a voce subbeto:

«È mmuorto ‘o Signurino! »

Ciccio Cappuccio, ‘o princepo

d’ ‘e guappe ammartenate,

ha nchiuse ll’uocchie d’ ‘aquela,

e sule nce ha lassate!

 

Scugnizze, cape–puopole,

picciotte e contaiuole,

chiagnite a ttante ‘e lacreme!

‘Ite perdute ‘o Sole!

Currite, belli femmene,

sciugliteve ‘e capille,

purtateve all’asequie

‘e figlie piccirille!

 

Chi ve po’ cchiù difendere?

Senz’isso che ffacite?

A chi jate a ricorrere

Si quacche tuorto avite?

Isso, sul’issso, ea àbbele

A fa scuntà sti storte…

Mo’ che po’ cchiù resistere?

Ciccio Cappuccio è mmuorte!

Russo, nquartato, giovane,

pareva justo urlando

quann’ ‘o verive scennere

mmiezo San Ferdinando!

V’allicurdate ‘o sciopero?

Pare successo ajere!

Sull’isso dette ll’ordene,

e ascetteno ‘e cucchiere!

 

E quanno dint’ ‘e carcere

P’ ‘o fatto d’ ‘e turniste

Isso avette che ddìcere

Cu ‘e guappe calavrise!

–Tirate mano!  Armateve!

Tenite core mpietto?

E n’abbattette dudece,

cu ‘e tavole d’ ‘o lieto!

 

Currite! Mo’ s’ ‘o portano!

Menatele ‘e cunfiette!

Sceppateve! Stracciateve

‘e core ‘a dinto ‘e piette!

Uommene nun n nasceno,

comm’a Cappuccio, ancora!

Ll’aute sò buone a schiovere,

isso vucava fora!

 

Va! Jateve a fa muonece,

guappe quante nne site!

Cu Ciccio è muorto ‘o ggenio

d’ ‘e palatine ardite!

Picciuotte e cape-puopolo,

scugnizze e cuntaiuole,

chiagnite a tanto ‘e lacreme,

ite perduto ‘o Sole!»

-Ferdinando Russo

 

La storia di Ciccio Cappuccio segnò un ulteriore passo nell’evoluzione della Camorra: non era più una “massoneria del popolo” e nemmeno una setta segreta o una risposta rabbiosa alle umiliazioni del proletariato da parte dei regnanti e tantomeno un potere militare ed economico al soldo ieri del Re, domani di Garibaldi.

Con Cappuccio la via Camorra si trasformò nella ricetta del successo e del potere, il capintesta divenne il modello da emulare e sognare per un popolo che, abbandonato in un apartheid sociale fra Napoli ricca e Napoli povera, trovava nella Camorra l’unica forma di successo e riscatto.

Ultimo episodio fu quello della sua tomba, che lui stesso, in vita, diceva più volte che sarebbe stata più bella di quella di un re: ottenne un piccolo spazio sotto la chiesa di San Ferdinando nell’omonima piazza (oggi Piazza Trieste e Trento) in cui, si racconta, sia stato realizzato un altare d’oro per commemorarlo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale non si sa che fine abbia fatto questo altare.

 

 

-Federico Quagliuolo

Author: Federico Quagliuolo

Ex studente del Liceo Sannazaro, ora studio Giurisprudenza all'Università Federico II. Amo i gatti, la fotografia, la Vespa e il Napoli. Finalista nel 2011 e 2012 per il premio nazionale di giornalismo Alboscuole, ho poi lavorato per diversi giornali, fra cui Il Denaro e l'Inchiesta Napoli, oltre ad aver diretto il magazine della facoltà di Giurisprudenza. Innamorato delle storie e delle leggende antiche, sono convinto che raccontarle sia un atto d'amore verso la nostra città. Il mio sogno è poter diventare un giorno un bravo scrittore: mi ispirano infatti le Vite di Guccini, la fotografia di Luciano de Crescenzo ed i racconti di Ferdinando Russo.

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