L’Officina dei papiri: quando “vecchio” e “nuovo” si incontrano

Talvolta succede che la forza del passato sia tale da riuscire a superare qualsiasi avversità, a sopravvivere numerosi secoli per portare ai posteri un messaggio: questo è proprio ciò che è avvenuto ai papiri di Ercolano.

Ecco com’è conservata la raccolta!

Un po’ come tutte le scoperte migliori il ritrovamento di quasi 2000 rotoli contenenti opere che si credevano irrimediabilmente perdute avvenne per caso; nel 1752, durante la costruzione di un pozzo, alcuni operai della famiglia dei Borbone portarono alla luce un patrimonio di inestimabile valore. Incastonati in un enorme cumulo di materiale piroclastico, nella Villa dei Pisoni, centinaia e centinaia di piccoli rotoli attendevano, da oltre millecinquecento anni, di tornare di nuovo alla luce.

Non so esattamente cosa mi aspettassi andando a visitare l’Officina dei Papiri, attualmente ospitata nella Biblioteca Nazionale di Palazzo Reale. Ingenuamente, pensavo che un papiro carbonizzato potesse assomigliare a della carta bruciata con un accendino, quella che si preparava da bambini durante una caccia al tesoro per simulare un antico manoscritto.

I papiri carbonizzati

Ebbene: non potevo sbagliare più di così. Mi sono sentita quindi molto spaesata nel trovarmi dinnanzi a quelli che apparentemente sembravano sassi di un colore nerissimo.

E probabilmente la mia stessa sensazione l’aveva avuta Camillo Paderni, direttore del Museo Ercolanese di Portici durante gli anni della scoperta della Villa. Trovandosi di fronte questi oggetti, senza comprendere cosa fossero, li maneggiò senza molta cura: fu solo dopo che uno di questi, cadendo e rompendosi, ebbe rivelato delle lettere greche al suo interno, che comprese l’enorme tesoro che aveva fra le mani.

A partire da quel momento iniziò a fare dei tentativi per srotolarli. Il più invasivo fu quello della scorzatura: con due incisioni divideva il rotolo in due semicilindri e dei disegnatori ricopiavano lo strato venuto alla luce prima che fosse raschiato ed irrimediabilmente distrutto per far posto a quello seguente. Facendo così l’unico strato che rimaneva era quello esterno, detto appunto “scorza”.

I papiri nel dettaglio

La ricerca di metodologie per srotolare i testi arrivò a coinvolgere persino il principe di Sansevero, il quale trattò con il mercurio tre o quattro rotoli di papiro, credendo che in questo modo i fogli potessero essere separati in maniera più semplice: ma in realtà ciò risultò del tutto inefficace e provocò la distruzione del materiale carbonizzato.

Il solo che riuscì a trovare un procedimento che non creasse danni ai rotoli fu l’abate Antonio Piaggio, un esperto restauratore della Biblioteca Vaticana. Dal 1753 fino agli inizi del XX secolo, i papiri erano svolti attraverso l’utilizzo di una macchina di invenzione del Piaggio.

L’unico esemplare di papiro rimasto nella sua interezza

Essi erano inizialmente ammorbiditi attraverso un trattamento con delle colle vegetali; in seguito venivano legati, grazie a dei fili di seta, agli anelli della macchina che li teneva in tensione così da permettere, attraverso un certosino lavoro con il bisturi, lo svolgimento.

La macchina del Piaggio

L’unico inconveniente era che, con questo metodo, era possibile srotolare solo papiri che avevano una forma cilidrica e regolare. Inoltre a causa della loro lunghezza, per motivi di praticità, furono tagliati e divisi in colonne nonostante la fervida opposizione dell’abate che avrebbe voluto conservarli tutti nella loro interezza. Oggi possediamo solo un esemplare che non è stato diviso, conservato con cura dalle bibliotecarie che devono proteggere la bacheca in cui è posto da ogni fonte di luce.

Dopo aver trovato un metodo per l’apertura dei “volumina”, gli intellettuali dell’Officina si dedicarono alla ricopiatura dei testi, alla loro interpretazione e alla creazione di edizioni che comprendevano, a fronte del testo originale in greco, una traduzione in latino.

Quando però, all’inizio del 1900, tutti i rotoli che potevano essere svolti

Il metodo di svolgimento dell’abate

con il metodo del Piaggio erano già stati interpretati, l’interesse verso la raccolta calò.

E fu il professor Marcello Gigante, a cui oggi l’officina è intitolata, un grecista e creatore della cattedra di Papirologia Ercolanese all’Università Federico II, a dare nuovo impulso a questo ambito di ricerca negli anni ’70 del secolo scorso.

Egli promosse collaborazioni con altri istituti e lanciò un guanto di sfida ai ricercatori: quello di provare a svolgere i papiri dalle forme irregolari.

Sorprendente è il progetto che ha messo insieme ricercatori dell’Officina e di un’università dello Utah, in America . Scannerizzare i testi era molto difficile sia per la fragilità del materiale carbonizzato sia a causa del colore scuro dei papiri. E per quest’ultimo motivo, anche provare a scattare delle foto risultava quindi impossibile .

Fotografie dei testi con e senza la tecnologia multispettrale

Eppure possediamo immagini del luogo più buio in assoluto: lo spazio! È stato quindi possibile, attraverso le tecniche di fotografia multispettrale utilizzate dalla NASA per immortalare il suolo dei pianeti, creare un archivio online consultabile dagli studiosi di tutto il mondo.

In più svolgere i papiri non cilindrici senza danneggiarli sembra quasi impossibile: allora perché non provare a “scavare” i segreti racchiusi al loro interno senza neanche tentare questa fase?

È l’idea da cui sono partiti gli studiosi dell’Officina che, utilizzando l’acceleratore di particelle della città di Grenoble, stanno provando a recuperare i testi ancora inediti attraverso le radiazioni a sincrotrone.

la biblioteca dell’officina

Per semplificare la spiegazione, è come se stessero eseguendo delle “TAC” ai papiri: si cerca di identificare la scrittura studiando la differenza di composizione chimica fra l’inchiostro e la carta, ma sono ancora in corso però delle ricerche per capire come mettere in ordine le parole che vengono via via trovate!

Una targa che intitola l’officina al professor Gigante

Siamo in un’epoca in cui le scelte universitarie sono dettate dalle esigenze del mercato lavorativo e non più dalla passione, e si tende quindi a puntare su facoltà scientifiche che sembrano molto più adeguate al progresso tecnologico degli ultimi decenni.

Ma chi dice che il “nuovo” non possa aiutare il “vecchio”?

-Foto e testo di Federica Russo

Author: Federica Russo

Sono una studentessa del liceo Sannazaro. Adoro il francese, i libri, i film e qualunque forma d'arte in generale. Il mio obiettivo è di girare il mondo non smettendo mai di cercare d'imparare cose nuove. E di mangiare tutti i tipi di cioccolata esistenti, ovviamente. Con tutte queste premesse era prevedibile che io e Storie di Napoli un giorno ci saremmo incontrati, no?

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