Artemisia Gentileschi: una “pittora” a Napoli

La pittura italiana popola i musei di tutto il mondo, ma  è raro trovare un nome femminile tra le targhette che ci aiutano a identificare la data di nascita dell’opera e il titolo della stessa.

In un periodo in cui le donne erano bandite dagli atelier, tra il 1500 e il 1600, Artemisia Gentileschi fece sentire la sua voce entrando a pieno titolo tra la schiera di pittori italiani della scuola caravaggesca.

Nata a Roma nel 1593, e a seguito della morte della madre, nel 1605, la piccola Artemisia seguì le orme del padre pittore, esercitandosi in casa ricopiando opere altrui. Il padre Orazio notò subito il suo talento e andando contro il pensiero dell’epoca decise di aiutare sua figlia a migliorare e ad affermarsi nel mondo della pittura.

Nel 1611, la giovane diciottenne, venne affidata alla guida di Agostino Tassi, uno dei pittori che il padre Orazio ammirava maggiormente, con la speranza di far eccellere ulteriormente Artemisia nelle Belle Arti. Ma purtroppo la visione d’avanguardia del padre, che faceva della figlia non solo una donna ma anche una giovane artista, non fu condivisa da Agostino che in lei vide solo una donna da sedurre. Al seguito di numerose vicende spiacevoli, e al seguito di un processo per stupro, la ragazza lasciò Roma, violata nel corpo e nell’animo, spostandosi a Firenze e in seguito a Venezia.

Ma fu a Napoli dove un’Artemisia ormai matura, a trentasette anni, trovò la sua nuova casa. Per la prima volta le furono commissionati dei dipinti per una chiesa, la cattedrale di Pozzuoli:

         “San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli”

 

E riuscì finalmente ad avere un ruolo tutto suo nel campo dell’arte. Dopo Napoli passò un periodo a Londra, dove approfondì il suo legame con la pittura e con se stessa:

Autoritratto come allegoria della Pittura

In seguito ritornò a Napoli dove trascorse gli ultimi anni della sua vita, morì nel 1653, e fu sepolta nei pressi dell’antica Chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini nell’antico Rione Carità, ma la sua lapide con la semplice scritta “Heic Artemisia” andò perduta con la demolizione della chiesa negli anni ’50 che vide la ricostruzione della stessa nel quartiere del Vomero.

La figura di Artemisia Gentileschi, soprattutto la sua figura di artista,  fu oggetto di numerose controversie. Numerosi critici misero al primo posto il suo stupro, trascurando le sue qualità di artista. Le sue opere passarono in sordina, la satira la dipinse come una prostituta, ma Artemisia non si perdette mai d’animo, continuò a dipingere, a trasmettere la propria arte, dimostrando al mondo che l’arte è universale e che la figura della “pittora” non è poi così diversa da quella del “pittore”.

 

Autoritratto come martire

 

Disegno in copertina della bravissima Claudia Cerulo

 

 

 

Author: Roberta Montesano

Studentessa di Ingegneria Edile-Architettura. Sarebbe scontato dire che amo Napoli, più in generale, amo viaggiare e scoprire le culture del mondo. E quale modo migliore per imparare e ricordare nuove cose se non con la fotografia?

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