Il falso mito del “Tribunale della camorra” alle Fontanelle

Si scende attraverso la concavità con il cuore in gola.

L’aria è umida e appiccicosa e si percorrono piano le scale che penetrano silenziose nella storia stagnante di questi luoghi, essi sembrano così lontani dalla quotidianità, dalla tecnologia, dal futuro. Ci si ritrova in un passato rancido e raffermo del quale forse non se ne ha più nemmeno memoria.

Il  contrasto con il quartiere pullulante sulle nostre teste è impressionante, eppure ci troviamo a quindici metri al di sotto del livello stradale, ma sembra di essere giunti in un altro mondo!

Crani ammassati al Cimitero delle Fontanelle. Napoli

Si narra che alla fine dell’800 giacessero in loco ben otto milioni di cadaveri, molti dei quali, a causa delle frequenti alluvioni, venissero trascinati all’esterno, lungo le vie della Sanità.

Eccoci nel Regno della Morte, perché, se ne esiste uno; è qui e vi stiamo entrando.

Tra le tante iscrizioni e antiche leggende che vestono il mistico Cimitero delle Fontanelle una in particolare colpisce, riuscendo a toccare quel tasto dolente che brucia nel cuore di ogni napoletano: esso è il Tribunale della camorra.

La famosa zona del macabro Ossario viene ricordata ancora oggi così perché anticamente le ossa tappezzavano la parete di gialla roccia tufacea fino a quasi ricoprirla del tutto, dando l’impressione di trovarsi al cospetto di una vera e propria Corte.

Cimitero delle Fontanelle- Museo dal 2006.

Il Tribunale della camorra era il luogo dove i vertici della malavita si riunivano, per stipulare amicizie, condannare gli ignavi e giurare fedeltà al clan. Si emettevano condanne a morte per i traditori, si accoglievano i nuovi adepti e in gran segreto si decidevano le sorti del Quartiere: le future collaborazioni e i nuovi mercati, i nemici e i nuovi alleati, il tutto presidiato dai morti, che assistevano quieti quieti il concludersi di queste importanti riunioni.

Alla luce di lanterne e fiaccole i giovani aspiranti attendevano il terribile responso e come si vede nel film di Pasquale Squitieri: I guappi del 1974, colui che desiderava ricoprire il ruolo di Picciotto, veniva portato al cospetto dei capi, dichiarando di voler farsi Servo dei camorristi e di voler “vivere col miele in bocca e con il rasoio nel cuore.”

Con una lama gli veniva lacerato il labbro, e il ragazzo con la bocca insanguinata doveva baciare le mani del Capintesta.

 -Mò si frate nuostro carnale, p’ ‘a vita e p’ ‘a morte.-

Ecco come si svolgeva uno dei riti di iniziazione più macabri e antichi della Bella Società Riformata così chiamata la Camorra dell’Ottocento, quando si occupava prevalentemente di estorsioni e tangenti. Un’alternativa allo Stato e alle sue Politiche, un ruolo sociale intriso di violenza e becera sopraffazione, un’attività imprenditoriale che con prepotenza e soprusi incenerisce ogni fiore su questa terra arida e spenta.

Che sia un reale avvenimento di cronaca o sfrenata fantasia non ci è dato saperlo con certezza, nella fiumana inarrestabile di storie che circolano insidiose sul Cimitero delle Fontanelle questa rimane certamente una tra le più seducenti ed interessanti che ci siano mai state raccontate.

Sorge però una domanda: Avrebbe mai potuto un camorrista della Sanità oltraggiare così l’eterno riposo delle anime del Purgatorio?

Ma ecco infine che tra i grandi racconti della società malavitosa il Mito di Fondazione eccelle e risalta sprezzante: esso è legato alla storia dei tre cavalieri: Osso, Mastrosso e Carcagnosso, fuggiti da Toledo nel 1400 dopo aver rivendicato l’onore di una sorella. Essi approdarono sull’Isola di Favignana, dove si nascosero per ben ventinove anni, undici mesi e ventinove giorni. Poi d’improvviso, consci di non poter più sopravvivere in quel tugurio, decisero di separarsi e partire alla volta di un unico e nefasto scopo: Osso rimase in Sicilia e fondò cosa nostra, Mastrosso approdò in Calabria dove istituì la ‘ndrangheta e Carcagnosso infine, pronto ad imbrattare la metropoli partenopea diede vita alla camorra.

Arianna Giannetti

 

Author: Arianna Giannetti

Diplomata al liceo classico Adolfo Pansini, studentessa di Ingegneria Biomedica all'università di Napoli Federico II. Amo leggere e la scrittura è sempre stata una delle mie passioni più intime e forti. E' un onore per me, poter far scoprire a tutti coloro che ne avranno voglia, aspetti e sfumature nuove o preziosamente antiche, di questa incredibile città.

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