La storia delle millenarie pietre verdi di Ischia

 

Il tufo è pelle, corpo e anima di Napoli: il suo colore giallo e le sue caratteristiche eccellenti per l’edilizia ne fecero le fondamenta dell’intera città.
Ischia, invece, rimase ben fuori dagli sconvolgimenti dei Campi Flegrei che crearono le immense riserve di tufo napoletano: la famosissima pietra di origine vulcanica, rispettando l’etichetta di “Isola Verde” che da sempre è caratteristica di Ischia, assunse proprio un colore verdognolo dovuto al fatto che, dopo l’eruzione del Monte Epomeo di 55.000 anni fa, l’isola finì prima sott’acqua e poi riemerse grazie al riempimento della camera magmatica del vulcano o -non ce ne voglia la scienza- grazie all’arrivo del gigante ribelle Tifeo, costretto a reggere l’Isola.
Il mito romano, in una delle sue tante varianti, spiega anche come l’attività vulcanica sia cessata: Zeus, infatti, perdonò Tifeo e l’attività vulcanica si trasformò nelle benevole acque termali.

Come un ricchissimo satellite di Partenope, è assai mortificante chiamare Ischia “una semplice isola di vacanze”, un ritrovo di tedeschi attempati, di ricchissimi parvenu russi e di fugaci vacanzieri campani: l’isola fu prima prigione di Tifeo, poi sede dei mercanti fenici, dei coloni greci che la chiamarono Pitecusa ed ancora la latina Aenaria, la barbara Iscla e, ultima arrivata, la moderna Ischia.

La terza isola più popolosa d’Italia, grazie alle sue dimensioni generose ed alla sua varietà di ambienti, fu da tempi immemori frequentata da una popolazione stabile (i greci credevano addirittura fossero scimmie, che diedero il nome all’isola) che, nella frugalità e nella miseria di una vita fatta di agricoltura, diedero all’isola una dignitosissima autosufficienza.

 

Ci sono infatti due luoghi più famosi:
Il Borgo del Ciglio

Il nome va preso alla lettera: leggenda vuole che il borgo sia posizionato sulle ciglia del gigante Tifeo. D’altronde, i nomi delle varie frazioni dell’isola ricordano proprio i pezzi del corpo che Zeus sparse sull’isola: Panza, Piedimonte, Bocca, Testaccio e Fontana. Le stesse acque termali, in realtà, sarebbero le lacrime del gigante dopo essere stato smembrato da Zeus. (Un’altra versione del mito, invece, vuole che il gigante si trovi ancora vivo e vegeto sotto l’isola e pianga acqua termale).

La leggenda dello smembramento del mostro fu poi “cristianizzata” e, secondo racconti popolari, il versante del Monte Epomeo che guarda Forio era infestato da un dragone che fu ucciso da San Giorgio (patrono di Testaccio) o San Michele (patrono di Sant’Angelo). Altra tesi più credibile la si fa risalire ad alcuni documenti medievali in cui il borgo è indicato come “Lilium”, riferendosi al fiore Giglio, facilmente trasformatosi in Ciglio.

Dell’antico borgo sono rimaste ancora vivissime le case in pietra, per giunta recentemente restaurate, che oggi ospitano chiese, case ed addirittura suggestivi ristoranti, oltre alla bellissima chiesa di San Ciro.

 

Il panorama dal Villaggio del Ciglio

 

Il villaggio di Pietra sul Monte Epomeo

Non se la passa molto bene il villaggio medievale che si trova nel bosco chiamato “La Falanga”, sul Monte Epomeo. Si trovano anche altre case isolate e sparse lungo tutti i versanti della montagna (sono presenti anche strutture molto grosse, come l’eremo del Monte Epomeo), ma nella Falanga si trova un vero e proprio borgo.

La sua riscoperta fu legata proprio al popolo storicamente più affezionato alle spiagge ed alle strade dell’isola d’Ischia: i tedeschi.
Da “Isola Verde” ad “Isola dei Tedeschi”: se i latini avessero potuto vedere nel futuro quando pronunciarono per la prima volta “nomen omen”, avrebbero senz’altro immaginato la storia di Ischia.
Fu infatti proprio un zoologo di origine teutonica, Paolo Buchner, che acquistò nel 1927 un enorme vigneto ad Ischia in cui decise di costruire una villa per stabilirsi prima per vacanze, poi stabilmente. Fu proprio nel 1944, nel mezzo della II Guerra Mondiale, che Buchner, allora professore dell’Università di Lipsia, decise di dedicarsi allo studio della storia di Ischia, affascinato dalla presenza di un immenso ed abbandonato villaggio di case scavate nella pietra.
Buchner pubblicò anche un libro nel 1939: “Le case di pietra”, le Felsenhäuser, in cui raccontò la storia di queste singolarissime abitazioni scavate in pietre cadute dalle parti più alte del Monte Epomeo.

“De rimedi naturali che sono nell’isola di Pithecusa”, di Giulio Iasolino
Si vede benissimo il gigante Tifeo sotto l’isola

Si trattava infatti di enormi pietre, un po’ come quelle dei Flintstones, con al loro interno scavati in modo rudimentale interi appartamenti, con più stanze, mobili, scaffali, camini ed altre comodità che rendevano quelle pietre una dimora eccellente per i contadini che, salendo sulle vette dell’Epomeo durante la stagione del raccolto, si stabilivano in loco per questione di comodità: sembra infatti che alcune case siano nate come dimora temporanea, mentre altre siano state proprio stabilmente abitate da famiglie di contadini.
Anche la fattura delle case era assai variabile ed andava da abitazioni rurali molto curate, con porte di legno, mobili e stanze scavate nella roccia, a vere e proprie grotte che venivano chiuse con un masso fatto rotolare di fronte all’ingresso, a mo’ di uomini della pietra.

A ben vedere, le case disponevano di quasi tutti gli attrezzi rurali più importanti, oltre ad un ingegnoso sistema di raccolta delle acque piovane all’interno di cisterne, dato che, fino alla fine del secolo passato, il più grande dramma per Ischia era l’approvvigionamento di acqua. Ed ancora rudimentali stalle, depositi di grano ed utensili per la lavorazione dell’uva.
Si sa per certo che, fino agli inizi del XX secolo, questo villaggio era ancora abitato da pochi contadini, che abitavano nelle stesse case scavate dagli avi di oltre sei secoli prima. Poi, grazie alla nascita del turismo di massa, Ischia fu lentamente riconvertita in terra di svago, rimanendo comunque, fra Capri e Procida, senz’altro l’isola con vocazione più agricola.

Il tufo verde e l’origine vulcanica dei terreni, per giunta, garantiva una estrema fertilità dei terreni ischitani, che erano facilmente coltivabili con la garanzia di abbondanti messi. A livello ingegneristico, invece, è il materiale ideale per la casa: fresco d’estate e caldo d’inverno, quando rilascia il calore assorbito durante i mesi più torridi dell’anno.

La scoperta del villaggio portò poi, nei seguenti sviluppi degli studi, a risultati assai consistenti: ogni manifestazione di quella roccia dal colore verde pastello che si trova in tutta l’isola, dalle coste alla punta del Monte Epomeo, è in realtà collegata allo stesso, immenso, edificio roccioso che ha le sue fondamenta al di sotto del mare. Altre forme emerse di questa roccia vulcanica sono il famosissimo Fungo e gli scogli degli innamorati di Forio.

Alfred Rittmann, lo scienziato svizzero fondatore della vulcanologia proprio nell’Istituto di Mineralogia di Napoli, spiegò in un suo studio che queste case di pietra in realtà sono addirittura più antiche della stessa Ischia: la pietra tufacea verde, infatti, nacque diversi millenni prima dell’emersione di Ischia e solo con il passare del tempo fu sospinta a valle da titaniche forze.

 

Le Parracine

Un esempio di antiche parracine di Punta Imperatore: abbiamo esplorato gli anfratti più nascosti dell’isola grazie alla nostra fedelissima Vespa!

Non bisogna salire in cima al Monte Epomeo o percorrere la suggestiva strada panoramica di Serrara Fontana per trovare tracce di questa simbiotica integrazione fra uomo e pietra: Ischia è infatti caratterizzata da centinaia e centinaia di sentieri, terrazzamenti e strade con ai lati lunghissimi muri di pietre verdi, le “parracine”.

Sembra che l’origine del nome sia addirittura greca e, in effetti, quello delle parracine è un sistema utilizzato da migliaia di anni per realizzare sentieri e strade: dovrebbe venire dal verbo “parakeimai”, che significa “star vicino”. L’uso della parola greca è perfetto, in quanto questi lunghissimi muri servono esattamente a delimitare sentieri, costruire rudimentali recinti per il bestiame, terrazzamenti per le vigne e realizzare confini fra fondi.
Ancora oggi le parracine sono elementi estremamente frequenti nell’architettura ischitana, realizzate con cemento e sistemi di costruzione più moderni e sicuri. A Serrara Fontana, Barano, Punta Imperatore e nei luoghi che hanno mantenuto una vocazione più rurale, invece, c’è chi ancora costruisce rudimentali parracine con quel tufo verde ischitano, eterno compagno della vita isolana.
Così, mentre Ian Fleming, il padre di James Bond, salutò Napoli dicendo che “non esiste nulla di più vuoto, disgustoso e senz’anima della lava e del tufo”. l’esistenza stessa di Ischia dimostra il contrario: l’Isola Verde è il luogo in cui lava, uomini e rocce condividono la stessa anima in un unico e vivissimo corpo.

 

-Federico Quagliuolo

 

Author: Federico Quagliuolo

Ex studente del Liceo Sannazaro, ora studio Giurisprudenza all'Università Federico II. Amo i gatti, la fotografia, la Vespa e il Napoli. Finalista nel 2011 e 2012 per il premio nazionale di giornalismo Alboscuole, ho poi lavorato per diversi giornali, fra cui Il Denaro e l'Inchiesta Napoli, oltre ad aver diretto il magazine della facoltà di Giurisprudenza. Innamorato delle storie e delle leggende antiche, sono convinto che raccontarle sia un atto d'amore verso la nostra città. Il mio sogno è poter diventare un giorno un bravo scrittore: mi ispirano infatti le Vite di Guccini ed i racconti di Ferdinando Russo.

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