Leopardi e i napoletani: intesa o contesa?

Un uomo vestito da poco cammina per via Toledo.
Gobbo, avanza senza fretta accompagnando il suo passo con un bastone. Ogni tanto abbandona con fatica quella scomoda ma inevitabile postura ricurva e alza lo sguardo lasciandosi illuminare il volto dai raggi del mattino. Avrà una trentina d’anni, ma quel portamento da mendicante e quel pallore del viso lo invecchiano non poco. È giunto qui a Napoli proprio per questo: curare il malessere fisico (e morale) che lo domina da sempre.
“Vedrai l’aria di quella città ti farà bene!” gli ha detto il medico e così Leopardi si è deciso, ha lasciato Firenze ed insieme all’amico Ranieri si è trasferito in un appartamento da cui può godere della vista del Vesuvio fino a Posillipo, il luogo della “pausa dal dolore” tanto desiderata.
Il farmaco Napoli sembra in un primo momento fare effetto: le passeggiate in città sono piacevoli, i tramonti mozzafiato, l’atmosfera allegra, i piatti tipici deliziosi. La cura prescritta dal dottore gli vieta di esagerare con i dolci, ma come rinunciare a quei taralli zuccherati o a quei gelati di Vito Pinto? E poi c’è l’odore del mare, la musica, il chiasso, la gente. Quanto sono simpatici i napoletani che ogni volta che lo vedono per strada gli corrono incontro gridando: “Ranavuottolo, ravanuottolo! Dacci i numeri da giocare al lotto!” e gli danno una pacca sulla spalla…
Peccato che il povero Leopardi non sappia che a Napoli toccare la gobba porta fortuna.
Forse lo scopre, fatto sta che dopo qualche tempo il poeta comincia a essere insofferente alle piazze affollate, a quel turbinio di voci e di risate, tornando scontroso e inavvicinabile.
I napoletani, uomini “dall’indole amabile e benevola”, come scrive in un primo momento nelle lettere al padre, divengono “lazzaroni e pulcinelli, tutti ladri e bifolchi”. Con un componimento arriva a criticare anche l’amore per i maccheroni che egli stesso nei primi mesi di soggiorno in città amava gustare sul lungomare.

tutta in mio danno
s’ama Napoli a gara alla difesa
de’ maccheroni suoi; ch’ai maccheroni
anteposto il morir troppo le pesa.

Ma Napoli risponderà con i versi della “Maccheronata” ad opera di Gennaro Quaranta:

E tu fosti infelice e malaticcio
O sublime Cantor di Recanati,
che, bestemmiando la Natura e i Fati,
frugavi dentro te con raccapriccio.
Oh mai non rise quel tuo labbro arsiccio,
né gli occhi tuoi lucenti ed incavati,
perché… non adoravi i maltagliati,
le frittatine all’uovo ed il pasticcio!
Ma se tu avessi amato i Maccheroni
più de’ libri, che fanno l’umor negro,
non avresti patito aspri malanni…
E vivendo tra pingui bontemponi,
giunto saresti, rubicondo e allegro,
forse fino ai novanta od ai cent’anni.

Eppure ancora una volta Leopardi non sembra reagire bene all’ironia napoletana, ma continua a disprezzare quegli abitanti, ancor di più la padrona dell’abitazione che ha in affitto: delle notti gli sembra di vederla intrufolarsi in camera sua, frugare tra i suoi strumenti da barbiere e portarne via qualcuno. “Ladra!” Urla il poeta sobbalzando nel sonno in preda all’angoscia. Le sue condizioni fisiche peggiorano a tal punto che la donna vuole cacciarlo di casa temendo che sia portatore di tubercolosi.
Leopardi morirà a Napoli nel 1837.

Oggi la sua tomba si trova nel Parco Virgiliano, custodita dai napoletani per render onore a quell’illustre ospite di cui si presero cura nella speranza di fargli tornare il buon umore.

testo di Laura d’Avossa

Author: Laura d'Avossa

Studentessa del liceo classico Jacopo Sannazaro. Amo tutto ciò che è espressione di se stessi: la scrittura, il disegno, il teatro, la danza. Napoli per me è casa, forse dopo essere nata qui non potrei vivere in nessun altro luogo. Per questo viaggiare sí, ma tornare sempre.

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