Cronache da Storie di Napoli: il monastero di Santa Maria della Vita

Quadro ubicato all’interno del chiostro, molto particolare: si presuppone rappresenti la Vergine incinta

 

Una calda mattinata di marzo, un buon caffè e una visita nel cuore della Sanità. Un buffo inizio per un’avventura penserete, ma credetemi: le storie possono principiare così in una città come questa.

Mi sono incontrato con Flavio, il mio “contatto”, che gentilmente si è offerto di accompagnarmi nella visita del monastero di Santa Maria della Vita, sito in via Sanità. Dopo avermi offerto un buon caffè ed aver scambiato due chiacchiere circa il luogo da buoni autoctoni, ci siamo incamminati verso un grande cancello circondato da mura per metà romane e per metà di epoca ottocentesca, l’ingresso a quello che era ed è il monastero. Ho osservato con sguardo perso le imponenti mura romane, anzi, acquedotti, fin quando improvvisamente non ho visto passarmi accanto figure vestite in maniera pittoresca, dai volti smunti, vissuti, che ad un primo impatto avrebbero potuto suscitare ribrezzo ma, guardandole, l’unico sentimento contemplato era la compassione. Tristezza. Solidarietà. Flavio da subito mi ha fatto capire che la struttura, abbandonata dalle istituzioni, è adibita a centro di accoglienza per i senza tetto. Siamo entrati nel chiostro e lì abbiamo trovato ad attenderci Nicola, un gentile signore sulla sessantina, un po’ il factotum della struttura, che con pazienza ed un briciolo di tristezza nello sguardo ci ha fatto da Cicerone raccontandoci le vicissitudini di una struttura trasudante storia. Ci ha raccontato di come scavando nel cortile del chiostro lui abbia trovato e salvato cocci di porcellane, in quanto nel 1807 all’interno del monastero era stata inserita una fabbrica di ceramiche. Ci ha raccontato di come lui abbia cercato di salvaguardare la storicità della struttura facendo restaurare le decorazioni ed i quadri di epoca barocca, per la maggior parte rovinati da tentati lavori di rimessa a nuovo. Ci ha raccontato di come molti cimeli ed opere di enorme valore storico, come alcuni dipinti di Luca Giordano, siano stati spostati in altre chiese o messi sotto chiave.

-Perché Santa Maria della Vita?

-Perché si suppone la chiesa fosse stata costruita sulle catacombe dedicate a San Vito… venite!

Dopo aver aperto una porta, ci ha condotti in un immenso scantinato fatto di cunicoli, adibito all’immagazzinamento di diversi utensili d’arredo, tra cui lavandini e cessi. Così, fattaci strada tra quegli adorabili pezzi d’arredamento, ci ha scortato a delle spelonche dalle quali siamo riusciti ad intravedere l’entrata alle catacombe.

-Ecco, vedete? Le vedete le catacombe? Vi voglio raccontare un fattariello curioso: racconta il Galanti che in periodo di festa i monaci del monastero si riunissero all’interno delle catacombe assieme ai monaci delle catacombe di S. Gennaro a cantare la gloria di Cristo. All’inizio, la rivalità tra i due schieramenti si limitava a chi facesse sentire di più la propria voce, a chi cantasse meglio… poi la cosa degenerò. Pugni, mazzate, addirittura fu necessario l’intervento dei priori che si videro costretti a separare con un muro i condotti che collegavano le catacombe. Ovviamente, questa è una delle tante storie che circolano.

Un po’ come le signore a messa, ho pensato ironicamente tra me e me.

-È possibile vedere la chiesa?

-Certo.

Dopo aver perso mezz’ora a rintracciare le chiavi, e credetemi, non potete nemmeno lontanamente immaginare quante chiavi e quante porte possano esserci in un monastero adibito a scopi moderni, siamo riusciti ad entrare nella chiesa. Un luogo abbandonato a se stesso, completamente allo scatafascio, reso un magazzino, ma che nonostante tutto è riuscito a mantenere la sua integrità nei colori e nella struttura. La chiesa venne costruita nel cinquecento sopra i resti di una preesistente chiesa paleocristiana dedicata a San Vito.

-All’altare come vedi mancano dei pezzi. Pure qui c’è una storiella curiosa: devi sapere che questo monastero, verso la metà del seicento, godette dei finanziamenti di un certo Gaspar Roomer, un mecenate fiammingo e collezionista d’arte. Ora si narra che questo Roomer a suo tempo se la intendesse con una monaca di questo monastero, mi segui no? Quando questa monaca morì, egli le fece dipingere un quadro che a suo tempo si trovava vicino l’altare. Roomer poi sai cosa fece? Scelse, prima che giungesse la sua ora, di farsi seppellire al di sotto dell’altare… ora quindi immagina, in mezzo a questo casino, dovrebbe esserci pure Roomer da qualche parte!

Nicola dopo aver chiuso la chiesa ci ha detto “Voglio mostrarvi un’ultima cosa”.

Siamo entrati in un’altra ala del monastero debitamente ristrutturata e qui, su un’intera parete non intonacata e lasciata al suo originario splendore ormai quasi perduto, abbiamo potuto intravedere un affresco molto consumato raffigurante due donne. Due Marie forse. Da ciò che si poteva vedere degli occhi, probabilmente un affresco bizantino.

-Prima si vedeva meglio, ma purtroppo, non siamo mai riusciti a capire di che periodo si trattasse…

Una volta a casa ho avviato le mie ricerche e ho scoperto effettivamente che secondo il Galanti la chiesa preesistente, come le catacombe, aveva subito contaminazioni bizantine nel periodo regnante l’imperatore Costantino e che, molto probabilmente, questa sia stata l’ingresso a migliaia e migliaia di cunicoli che tutt’oggi si estendono e collegano tutta Napoli fino all’antica Puteoli, odierna Pozzuoli: l’ingresso della prima linea metropolitana al mondo.

 

-Alex Amoresano

Author: Alex Amoresano

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