L’amore di una madre nella chiesa dei Santi Severino e Sossio

Ippolita Sanseverino madre

 

L’amore di una madre, si sa, è quanto di più grande ed inestimabile possa esser donato ad un figlio. Ed è proprio una storia di amore quella che si legge in una iscrizione tanto rovinata da essere quasi illeggibile:

 

Visitatore, di una misera deplora il miserevole abbandono.

Sono io quella Ippolita Monti che fu sposata da Ugo Sanseverino, da lui ebbi tre figli dal futuro eccellente. E loro -oh, che scelleratezza!- nella famiglia stessa, vinti il timore, la cupidigia, la pietà, la follia, furono avvelenati e morirono fra i dolori dei miserevoli genitori. E pochi anni dopo morì anche il mio consorte, ucciso dal cordoglio.

Superstite di tante morti, non mi rimane altra quiete che le tenebre, non altro conforto che le lacrime, non altra cura che il sepolcro.
Le tombe che qui intorno vedi, io le eressi come ricordo di eterno dolore ed eterna memoria di giovani traditi.
Ippolita de’ Monti, Anno 1547

Queste parole si trovano nella chiesa dei Santi Severino e Sossio, quella che nel ‘700 fu chiamata “la più bella delle chiese napoletane“: c’è un piccolo anfratto in cui sono ben visibili tre tombe con su seduti dei ragazzini di pietra con dei libri fra le mani, riuniti in un muto dialogo che dura cinque secoli.

I loro volti sono scolpiti come sereni, spensierati, tipici dell’adolescenza. I libri fra le loro mani e le armature, inoltre, denotano bene la loro origine nobile e raffinata, che li avrebbe potuti rendere un giorno servitori del Re spagnolo o, chissà, a sconfiggere un giorno il Conte di Lautrec, che sarebbe arrivato a Napoli proprio qualche decennio dopo. Si chiamavano Giacomo, Ascanio e Sigismondo ed erano gli ultimi eredi di uno dei rami più ricchi dei Sanseverino.

 

Lo zio, Girolamo, era però assai desideroso di poter arraffare tutte le fortune che sarebbero spettate in eredità ai nipoti: cent’anni prima, infatti, Re Ladislao ordinò lo sterminio della famiglia Sanseverino e, nel ‘500, erano rimasti ormai pochi rappresentanti di quella che fu un tempo una delle famiglie più ricche e potenti di Napoli. Era il momento perfetto per eliminare gli ultimi eredi e radunare l’intero patrimonio della famiglia nelle mani di un solo esponente dei Sanseverino.

Fu così che, con serpentesca costanza e dolcezza, frequentò la famiglia di Ippolita de’ Monti e Ugo Sanseverino, crescendo i tre nipoti maschi quasi come se fossero stati figli. Si avvicinò poi l’età della loro adolescenza e, conservato immutato per tanti anni il desiderio di morte, Girolamo invitò i nipoti ad una battuta di caccia al ritorno da un viaggio dalla Puglia.

Fu questione di qualche ora: dopo essere tornati a casa, per festeggiare la bella giornata, offrì ai nipoti delle coppe di vino avvelenate con una pozione realizzata segretamente dalla moglie, Sancia Dentice del Pesce.

Chiesa dei Santi Severino e Sossio

La salute dei tre ragazzi peggiorò di giorno in giorno ed il più giovane, di appena 13 anni, fu il primo ad essere colpito dagli effetti del veleno, rimanendo paralizzato. Ippolita chiamò i migliori medici di Napoli e, una volta constatata la certezza della morte, con dolcezza di madre, provò a tranquillizzare, curare, assistere tutti i figli nei loro ultimi giorni, nascondendo reciprocamente la malattia l’uno dell’altro, confortandoli e provando a far vivere i loro ultimi momenti di vita con il minor dolore possibile.

Quali siano i tormenti vissuti dalla donna durante quei giorni, probabilmente, solo pochi sfortunati potranno comprenderli davvero.
Quegli ultimi attimi assieme ai figli, però, furono sufficienti per ricostruire l’avvenimento che portò alla loro morte: il colpevole era proprio lo zio, guidato dalla sua fame cieca di ricchezze.

Ippolita domandò più e più volte al marito di punire con ferocia il fratello, riducendolo in prigionia e torturandolo, ma Ugo Sanseverino preferì la via della giustizia per evitare una faida di famiglia: portato in tribunale il fratello per l’omicidio dei tre ragazzi, fu realizzato un lungo processo, che si concluse con una assoluzione per insufficienza di prove di Girolamo e condanna al carcere per Sancia. Girolamo se la cavò con un breve periodo di carcere durante il processo, mentre Sancia Dentice fu liberata immediatamente, per effetto delle leggi dell’epoca che permettevano il pagamento di una cauzione. Di lì a poco, distrutto dal dolore, morì in circostanze misteriose anche lo stesso Ugo Sanseverino, lasciando di fatto l’intero patrimonio della famiglia in mano al perfido fratello Girolamo. Ed Ippolita fu sola. 

 

 

Il fato fu però ancora più feroce con lei: dopo aver perso figli, marito e giustizia, la sua vita continuò in eterno dolore per altri quarant’anni. Prima di morire, dispose la sua sepoltura lontano dalla tomba che le sarebbe spettata come esponente della ricca famiglia dei Sanseverino e chiese di riposare assieme ai suoi figli.  Le altre due figlie, Beatrice ed Aurelia, invece, non raggiunsero la madre dopo la morte, in quanto sposarono ricchissimi esponenti dei Carafa e furono sepolte con i mariti.
Il posto di Ippolita era proprio lì, vicino alle persone che non ebbe mai avuto modo di amare abbastanza e che invece più di tutti meritarono il suo amore: la sua statua la raffigura nel pieno del sonno, con un vestito da notte e lo stesso libro dei figli fra le mani. Il suo sepolcro fu poi messo in una posizione insolita, ma strategica: senza rinunciare all’istinto materno, infatti, solo dalla sua tomba è possibile osservare assieme tutte le statue dei tre fratelli in un unico colpo d’occhio. (a patto che non si arrivi dall’esterno, ovviamente).

E così, dopo anni di pena, finalmente Ippolita poté trovare un sonno sereno, con la consapevolezza di avere attorno a sé le persone alle quali diede vita e, per sempre, accompagnò nella morte.

Nel 1700 fu poi posizionato un altare che coprì il suo sepolcro, ma, pur calpestata da migliaia di scarpe e persone negli ultimi 300 anni, lei è ben felice di continuare a far compagnia ai suoi figli.

 

 

Federico Quagliuolo

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