La seconda città: i sotterranei di Napoli

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Passeggiando per il centro storico, su quei sampietrini che caratterizzano vicoli e vicoletti, nessuno si aspetterebbe mai di non avere sul serio i piedi per terra.

Sotto le strade di Napoli, infatti, si estende una seconda città di quasi due milioni di metri quadrati, fatta di cunicoli e gallerie che un tempo erano raggiungibili solo attraverso pozzi che si trovavano nei cortili dei palazzi.

Per capire come ciò sia possibile, bisogna cominciare con qualche nozione di mineralogia: la parte sottostante il livello terreno della nostra città è costituita dal tufo, un materiale calcareo molto friabile e, per questa caratteristica, anche facilmente scavabile.

I primi ad accorgersene furono i Greci, fondatori di Neapolis: essi capirono di poter sfruttare il sottosuolo della nuova città sia per recuperare del materiale minerario con cui costruire templi ed abitazioni, sia come cisterne per raccogliere l’acqua piovana.

Come in molte altre cose, i Romani seguirono la scia lasciata dai loro predecessori ampliando e migliorando i cunicoli fino a trasformarli in un vero e proprio acquedotto. E tale rimase fino alla fine del diciannovesimo secolo, quando una violentissima epidemia di colera spinse i cittadini alla costruzione di un nuovo acquedotto che ancor’oggi porta acqua potabile nelle nostre case.

Proprio all’utilizzo del sottosuolo come acquedotto dobbiamo la creazione della figura del munaciello.

Questo ‘spirito’ è infatti da identificare nella figura dei ‘pozzari’. Questi erano uomini, spesso di bassa statura ed abbigliati con un saio simile a quello dei monaci, che si calavano dai pozzi delle case per scendere nelle gallerie ed occuparsi della pulizia dell’acqua. La discesa avveniva attraverso delle scanalature sulle ripide pareti delle cisterne: inutile dire quanto fosse pericoloso questo mestiere che, talvolta, costava la vita a coloro che lo praticavano.

C’erano, però, anche dei vantaggi: i cunicoli permettevano di arrivare indisturbati fino alle più nobili e ricche case della città nelle quali giovani donne, ammaliate dal fascino di queste misteriose figure, ne diventavano spesso le amanti. Queste, per coprire il loro adulterio ai mariti che domandavano da dove venissero nuovi gioielli e altri sfarzosi regali, inventarono l’esistenza del ‘munaciello’,  uno spirito della casa che faceva loro dei doni. O, nel caso in cui la relazione clandestina fosse finita in maniera burrascosa, innumerevoli dispetti.

Al di là del suo ruolo di acquedotto, che contribuì notevolmente all’aumento delle gallerie, la vera svolta nella crescita della Napoli sotterranea si ebbe a partire dal periodo Angioino.

L’espansione urbanistica della città ‘al di su’ influenzò enormemente anche quella della città ‘al di giù’: nascendo dalle proprie viscere, i palazzi sorgevano accanto alle cave da cui era stato prelevato il materiale per la costruzione. Cave che in seguito, inglobate nell’impianto acquifero, portavano a quegli stessi palazzi acqua potabile.

Dopo il colera del 1885 e la conseguente costruzione di un nuovo acquedotto, il sottosuolo venne abbandonato.

Ma durante la seconda guerra mondiale, quando i bombardamenti devastavano la città senza sosta, l’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) diede nuova vita agli antichi cunicoli trasformandoli in rifugi antiaerei. Molte famiglie trascorrevano giornate intere in quelle umide caverne che, nonostante il tremolio che le attraversava ogni qual volta una bomba toccava terra, non crollavano. E sui muri che li circondavano, ognuno incideva le proprie paure, speranze o una semplice preghiera, lasciando ai posteri una traccia indelebile del dolore e della paura che li attanagliavano. Per accedere ai rifugi di solito ogni palazzo aveva il suo ingresso proprio dove un tempo sorgevano i pozzi utilizzati dai pozzari.

Con la fine del conflitto le gallerie che sino a poco prima avevano protetto la cittadinanza vennero trattate da essa con ingratitudine: i sotterranei vennero abusivamente occupati dalle macerie dei vecchi palazzi, alcune entrate vennero sigillate mentre altre, rimaste aperte, non erano nient’altro che discariche.

E tutta la storia che il sottosuolo custodiva, sepolta, cadde nel dimenticatoio.

Alla fine degli anni ’60, però, in tutta la città cominciarono ad aprirsi delle voragini: alcuni malfunzionamenti delle fogne e dell’acquedotto fecero ritornare l’attenzione sull’esistenza dei sotterranei.

Circa 10 anni dopo diverse associazioni hanno iniziato a ripulire il sottosuolo in diversi punti di Napoli per riportarlo al suo antico splendore.

Precursori di queste esplorazioni furono i fratelli Quaranta, due speleologi definiti i ‘Caronte del 2000’ e fondatori dell’associazione LAES, i quali  iniziarono ad occuparsi della zona intorno piazza Trieste e Trento.

Subito dopo, sotto la guida di Enzo Albertini, fondatore dell’Associazione Napoli Sotterranea, altri volontari iniziano a riportare alla luce delle gallerie situate sotto via dei Tribunali.

  Queste due associazioni negli anni ’80 hanno iniziato ad organizzare visite guidate per far conoscere a turisti di tutti il mondo ed agli stessi napoletani il patrimonio culturale sotto i loro piedi.

Un’altra celebre galleria del sottosuolo della nostra città è il Tunnel Borbonico.

Accomunato alle altre gallerie sotterranee solo dall’essere stato utilizzato come rifugio durante la seconda guerra mondiale, esso fu fatto scavare non per essere un acquedotto o una cava ma per scopi militari.

Come si può evincere dal nome fu voluto nel febbraio del 1853 da Ferdinando II di Borbone il quale, temendo per l’incolumità della famiglia reale dopo i moti del 1848, chiese all’architetto Errico Alvino di progettare un viadotto sotterraneo che collegasse Palazzo Reale con piazza Vittoria, una posizione strategica in quanto vicina sia al mare per un’eventuale fuga sia alle caserme dove stazionavano le ingenti milizie del re in caso ci fosse stato bisogno del loro intervento al Palazzo.

I lavori di costruzione iniziarono due mesi dopo e durarono circa 3 anni: lo scavo fu eseguito con picconi, martelli e cunei e il sito era illuminato esclusivamente da torce e candele.

Il viadotto, però, venne presto abbandonato: erano decenni tumultuosi per la politica e solo pochi anni dopo la fine degli scavi il dominio dei Borbone cessò.

Come per le altre gallerie, dopo un periodo di abbandono, tra il 1939 e il 1945 anche l’imponente scavo fatto eseguire dal monarca e altre vecchie cisterne limitrofe furono usati come ricovero per i civili.

Dopo la fine della guerra, la sorte del tunnel continuò a differenziarsi rispetto a quella degli altri cunicoli, anche perché durante i bombardamenti esso era stato dotato di un impianto elettrico e le sue pareti erano state ricoperte di calce per favorire la tenuta del tufo: fino agli anni ’70 fu quindi adibito a Deposito Giudiziale Comunale nella quale venivano immagazzinati tutti gli oggetti recuperati dalle macerie dei bombardamenti. A questi si aggiunsero anche quelli provenienti da crolli, sfratti e sequestri.

L’opera di rivalorizzazione del tunnel, eseguita interamente da volontari, è iniziata nel 2005 e nell’ottobre del 2010 esso è stato aperto ai visitatori dall’associazione Borbonica Sotterranea.

Ma i ritrovamenti non sono terminati con l’apertura del sito: in seguito sono infatti stati ritrovati il monumento funebre del fondatore del partito fascista napoletano Aurelio Padovani e un nuovo rifugio antiaereo in prossimità del palazzo Serra di Cassano, lo stesso nel quale ha trovato rifugio l’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano.

-Federica Russo
Il disegno è di Lisa Mocciaro!

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