Cappella Sansevero : Raimondo, nobile e curioso

Cappella Sansevero, luogo rinomato e conosciuto dai più per le cosiddette “statue velate”: il Disinganno, il Cristo e la Pudicizia (scolpite rispettivamente da Francesco Queirolo, Antonio Corradini e Giuseppe Sammartino). Tuttavia, nonostante la fama della Cappella, non tutti conoscono i suoi numerosi misteri. Si potrebbe parlare del fatto che gli scultori moderni, anche avvalendosi delle odierne tecnologie, non sappiano spiegarsi la tecnica di esecuzione utilizzata per creare le “statue velate”. Come è stato possibile rendere simili effetti?

Ma non voglio annoiarvi con questo, c’è ben altro.

Però, prima di raccontare la strana, macabra e sconvolgente storia che ci interessa, facciamo la conoscenza degli antichi proprietari della Cappella Sansevero. Questi sono i Di Sangro, un’antica e nobile famiglia di origine francese con svariati possedimenti nel regno di Napoli. Molti dei membri di questa casata ricoprirono importanti cariche sia ecclesiastiche che statali. E come in ogni famiglia che si rispetti, anche i Di Sangro avevano tra le loro file dei personaggi quantomeno singolari, tra i quali spicca la figura di Raimondo Di Sangro. La sua vita è durata circa 61 anni, dal 1710 al 1771, e fu quella che oggi chiameremmo una vita piena. Il nostro Raimondo si è occupato di poesia e alchimia; fu inventore e letterato, filosofo e militare… davvero una gran persona!

Ah sì, tra le sue passioni c’erano anche l’occulto e il soprannaturale, hobby di poco conto. Già.

Ma vi ho detto che Raimondo spicca in quanto a particolarità: come mai? Beh, come potrei farvi capire se non attraverso un aneddoto. Semplificando, la leggenda narra che un bel giorno il nostro Di Sangro preferito si è svegliato convinto di aver scoperto un elisir portentoso, capace di ridare la vita ai morti! Certo, questo ritrovato così miracoloso andava provato. E quale miglior cavia se non lo stesso Raimondo?! Dunque egli diede istruzioni ad un suo servo di fare a pezzi il suo cadavere e di riporre detti pezzi in un baule all’interno del quale sarebbe avvenuto il processo di rigenerazione. Dopodiché prese l’elisir e si tolse la vita. Il buon servo fece come il suo padrone gli aveva ordinato e, a quanto pare, la cosa stava funzionando! Se non che dei parenti troppo curiosi aprirono il baule quando ancora il processo di rigenerazione non era completo, trovando gli organi e le membra di Raimondo solo parzialmente ricollegate. Vi lascio immaginare lo splendido spettacolo.

Tutto da rifare. Chi si offre?

Bene, a questo punto il personaggio è presentato come si deve. Ma in tutto ciò cosa c’entra la Cappella Sansevero? Dunque, i più informati sapranno che oltre alle meravigliose statue, nella Cappella Sansevero è conservata anche un’altra sorpresa. Parlo delle “macchine anatomiche”, ovvero di due corpi umani, un uomo ed una donna, completamente scarnificati, che mettono in evidenza un quasi perfetto apparato circolatorio: vene, venuzze, arterie e capillari. Fantastico! In tempi recenti scienziati e dottori hanno esaminato queste opere d’arte, rilevando due cose: gli scheletri sono proprio scheletri, cioè, autentici; l’apparato circolatorio sarebbe fatto da fil di ferro e cera d’api. Un lavoro faticoso e dettagliato che, all’epoca, sarebbe stato svolto da un medico palermitano, tale Giuseppe Salerno, su commissione di Raimondo.

Ma, cari lettori, è di Raimondo Di Sangro che stiamo parlando, di uno che si sarebbe ammazzato e poi (quasi) ridato vita. Ce lo vedete il nostro amico, nel ‘700, con il cervello probabilmente in pappa, a fare una ricostruzione così minuziosa del sistema circolatorio umano? I dubbi sorgono spontanei. E allora andiamo a vedere cosa ci dicono le vecchie fonti, le voci e le leggende sul conto di queste “macchine anatomiche”. Innanzitutto, com’è stata realizzata una così fedele riproduzione di vene e affini? Nella Breve Nota, guida settecentesca alla Cappella Sansevero, emerge la parola “iniezione”. Dunque si è ipotizzato che Raimondo abbia creato una particolare sostanza che, iniettata nel sistema circolatorio, fosse in grado di metallizzare i vasi sanguigni, rendendoli perfettamente visibili. Ma affinché questa sostanza potesse raggiungere ogni angolo del corpo umano era necessario che il sangue scorresse per le vene e i capillari, il che vuol dire che quando l’iniezione e il processo di metallizzazione sono avvenuti, l’uomo e la donna (che ora sono le “macchine anatomiche”) erano ancora in vita. Tutto questo ha alimentato la cosiddetta leggenda nera su Raimondo Di Sangro, secondo la quale egli avrebbe sperimentato i suoi ritrovati su due suoi servi. Per quanto riguarda la tecnica usata per scarnificare i loro corpi, c’è ancora il mistero.

Ma non è tutto.

Dalla Breve Nota emerge che ai piedi della donna era posto “il corpicciuolo d’un feto”. In effetti è tutt’ora possibile notare i resti della placenta, mentre non è rimasta alcuna traccia del feto (probabilmente rubato qualche decennio fa). Dunque la serva di Raimondo era incinta… il particolare macabro che mancava alla nostra storia.

Quindi che dire, forse sarebbe stato meglio che gli interessi del nostro caro amico si fossero limitati alla letteratura. O forse no. Perché, a ben vedere, sono queste storie fantastiche e misteriose a rendere ancora più preziosa la nostra città, facendoci immergere più a fondo in un luogo magico e pieno di bellezze che ci accudisce come una nonna fa con suo nipote, raccontandogli di vicende spettacolari.

Andrea Morra

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