La lettera del soldato

 

 

Napoli, 1945

 

Claudicante si trascinava di giorno e di notte senza pace per le strade di Napoli, in mano una lettera sgualcita. Continuava a indossare la divisa militare nonostante la guerra fosse finita, ancora si potevano vedere le macchie di sangue su di essa.  “La guerra non è mai una cosa buona: porta distruzione e dolore, ti segna dentro, ti toglie la pace e non ti permette di ritornare a essere lo stesso di prima” ripeteva ogni volta gli si chiedeva: “Come stai?”. In effetti, da quando era tornato a casa era completamente diverso: logorato dalle crudeltà a cui era stato costretto ad assistere, era stato svuotato di tutte le emozioni positive che lo avevano caratterizzato e non tornò mai più ad essere l’uomo che era. “Scusatemi dottò, sapete dove abita Gioia Coppola?” chiedeva quando non sapeva dove andare . “Gioia Coppola”, questo nome lo tormentava.

Tutti credevano fosse diventato pazzo.

La moglie era disperata.

Dopo dieci mesi dalla fine della guerra si ammalò gravemente e dopo due mesi morì, tra le sue cose trovarono una lettera indirizzata alla moglie:

 

Amore Mio,

non immagini – fortunatamente – gli orrori che ho visto in questi anni, la sofferenza, la bassezza che può raggiungere un essere umano. Mi rendo conto che da quando sono tornato sono cambiato e molto probabilmente tutti voi mi credete pazzo, forse è vero, forse lo sono diventato … o forse no. Ora che sto per morire voglio dirti che mi dispiace, mi dispiace di non essere stato un marito sufficientemente presente, mi dispiace di averti fatto soffrire, mi dispiace che, ossessionato dalla ricerca di Gioia Coppola, ho trascurato te che sei la cosa più bella che mi sia mai capitata.

Ora, però, prima che sia troppo tardi, voglio raccontarti questa storia.

C’ erano morte e sofferenza ovunque attorno a me e pian piano stavano iniziando a impossessarsi anche del mio cuore. Sentivo che la mia anima ormai era diventata nera, solo il tuo ricordo riusciva a far spuntare un raggio di luce dentro di me. Una notte, però, toccai il fondo e tentai di suicidarmi gettandomi da sopra a un ponte ma, per fortuna (o forse per sfortuna?), in quel momento passò un uomo che mi vide e mi salvò; da lì le cose iniziarono migliorare, se così si può dire. E’ proprio vero che a volte bisogna toccare il fondo per rialzarsi. Quell’ uomo si chiamava Gennaro Coppola e diventammo molto amici, riuscivamo a farci forza a vicenda, in mezzo a quell’ orrore riusciva a farmi ricordare che in fondo in questo mondo esistono anche cose belle.

Un giorno, durante uno scontro armato, un soldato nemico (esistono soldati nemici o siamo tutti vittime di un nemico comune e più grande di noi: la Guerra?) puntò contro di me la sua arma e sparò. Io non mi accorsi di niente ma Gennaro sì, così si buttò addosso a me spingendomi a terra e salvandomi. Quando mi fui rialzato gli presi una mano cercando di aiutarlo a rialzarsi ma non ci riuscii: lui emise un gemito e si accasciò ancora di più  a terra e fu proprio allora che mi accorsi del sangue che sgorgava dal suo addome. La prima cosa che feci fu trascinarlo in un luogo sicuro; una volta lontani dalla baraonda, mi inginocchiai accanto a lui e, chiamando soccorso, iniziai  ad armeggiare per tentare di curare la sua ferita ma fu tutto inutile: i soccorsi non arrivavano e il sangue non si fermava. Lui aveva capito di essere in fin di vita ed è per questo che mi fece fermare: “Ascoltami, Gigì” disse con voce flebile e tremolante “io ora me ne vado e ti lascio solo ma tu non fare stronzate. Pensa a tua moglie, Gigì, pensa a  lei e vedrai che troverai la forza. Prima che me ne vada, Gigì, promettimi una cosa: dai questa lettera a mia figlia, è la mia lettera d’addio.  Promettimi che gliela darai, Gigì, promettimelo”. Io annuii prendendo la lettera e mettendola al sicuro nella mia tasca. “La chiamai Gioia come augurio di un carattere allegro e sereno e di una vita felice, al contrario della mia. Ti  voglio bene, Gigì, ti voglio bene” e mentre diceva questo, spirò.

Amore Mio, pensare a te era l’ unica cosa che riusciva a farmi andare avanti in quel luogo di disperazione. Sì, forse sono diventato pazzo, non sarebbe potuto essere altrimenti dopo tanto orrore. La guerra ti segna dentro. Ma tu, anche se non sono più lo stesso di prima, anche se probabilmente sono uscito pazzo, non dubitare mai che il mio amore per te è sempre lo stesso dal primo giorno che capii di amarti e, così come è, lo porterò con me nella tomba.

Voglio che tu mi  prometta una cosa: io non sono riuscito a mantenere la promessa, mantienila tu, porta la lettera a Gioia.

Infine, voglio che tu faccia una cosa: vai avanti, costruisciti un’ altra vita, sii felice e porta a termine con un altro uomo tutti i sogni che non siamo riusciti a portare a termine insieme.

La moglie non volle costruirsi una nuova vita assieme ad un altro uomo, piuttosto preferì dedicarsi interamente alla promessa che gli aveva fatto: cercò Gioia fino alla fine dei suoi giorni senza mai riuscire a trovarla e quando si rese conto che la vita stava per abbandonarla, strinse tra le mani la lettera di suo marito e quella di Gennaro, nella speranza che qualcuno trovandole e leggendole, avrebbe proseguito la ricerca.

Si narra che l’ anima del soldato vaghi per le strade di Napoli e che nel silenzio della notte ancora si senta una voce: “Scusatemi dottò, sapete dove abita Gioia Coppola?”.

Disegno di Lisa Nagisa

-Roberta De Masi-

 

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