‘O sole mio: una canzone che divenne inno alle Olimpiadi del 1920

Una domenica mattina passeggiavo per via Caracciolo, mi fermai a vedere un raggio di sole, che trapassava le nuvole per scendere sul mare. Era una giornata nuvolosa e nonostante il cielo coperto, vidi che quel raggio riuscì a passare tra le nuvole. Pensai eccolo là ‘O sole mio. Nei giorni successivi feci una ricerca e scoprii questa bella storia.

Il poeta Giovanni Capurro, scrisse questa poesia nel 1898. Aveva pochi soldi in tasca e non potendo chiedere la musica ad autori affermati e di cartello, si rivolse ad un musicista, bravo e umile come lui, Eduardo Di Capua.

Allora il Di Capua insieme al padre, faceva il posteggiatore, cioè quelli che suonavano nei ristoranti importanti e per quei tempi si spostavano anche per le corti d’ Europa, verso le case dei nobili, che non avendo radio o tv si allettavano le cerimonie e le mense, ascoltando le canzoni dai famosi posteggiatori napoletani. Così qualche giorno prima, che Di Capua partisse per Odessa in Russia, Capurro gli consegnò un foglietto con sopra scritta la poesia “O sole mio”.

Passarono dei giorni, ed una mattina Di Capua lesse e incominciò a musicare la canzone, poi diventata tra le più famose al mondo, sotto un cielo plumbeo, davanti ad panorama grigio in Ucraina. Il musicista collegò il suo violino al nostro sole e diede vita, a questa splendida canzone.

Eduardo Di Capua morì nel 1917  (42 anni), Capurro nel 1920 (61 anni) entrambi non poterono godere della cosa che accadde proprio nel 1920. Infatti ad Anversa in quell’anno ci furono le Olimpiadi ed un Italiano, Ugo Frigerio, tipografo Milanese a 19 anni, vinse due medaglie d’oro, la 3 km. e poi la 10 km. e successe un fatto strano. Alla chiusura delle Olimpiadi, la banda suonava i vari inni dei paesi partecipanti, alla presenza del re Alberto del Belgio. Quando fu il turno dell’inno Italiano allora marcia reale, la banda restò muta, tutti si guardarono disorientati, era stato perso lo spartito, il maestro di musica passò la parola ai musicisti ed intonarono a memoria ” O sole mio ” e così, in dialetti diversi ma con gioia,  fu cantata a gran voce da tutti gli spettatori allo stadio.

 

Storia di Bruno Castaldi

Foto di Federico Quagliuolo 

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