Istituto Bianchi: custode di storie dimenticate

CarloMaestoso e inquietante, presso la Calata di Capodichino si erge l’ Istituto psichiatrico Leonardo Bianchi, attorniato da una fitta e altrettanto inquietante vegetazione. Ora non è altro che un edificio vuoto; prima era un luogo di dolore e di disperazione, dove venivano “accolti” e “ospitati” tutti coloro che erano considerati pazzi. Le scalinate e i corridoi sembrano avere voce e sembrano suggerire alla mente immagini di quella che doveva essere la vita lì dentro, se di vita si può parlare. Foto in bianco e nero affisse ai muri custodiscono la storia della persona ritratta, ormai divenuta anonima.

Nascosta tra la vegetazione, cresciuta anche dentro l’ edificio abbandonato, si trova una foto vecchia e sciupata; rappresenta un uomo fin troppo magro, seduto, con i gomiti appoggiati alle ginocchia e le mani che reggono la testa.

La storia racchiusa in questa foto non può essere dimenticata.

“Dove volete portarmi?” “In un castello bellissimo, potrete starci tu e i tuoi genitori” “Ed Enrico?” “Enrico verrà con te” “Lui sta sempre con me”.

 

Dal diario di Carlo; 10/4/1953

Caro Diario,

Oggi, essendo domenica, Enrico ed io come sempre siamo stati nel parco chiacchierando e guardando i bambini giocare; la temperatura era tipicamente primaverile. A ora di pranzo entrambi abbiamo avvertito un certo languorino e quindi ho proposto di andare a mangiare nel ristorante dove ero stato ieri a Enrico che ha acconsentito volentieri. Durante il tragitto verso il ristorante abbiamo incontrato dei miei amici a cui ho presentato Enrico che subito è riuscito simpatico; alla fine siamo andati a pranzare tutti insieme. Che bello! Sono tornato a casa la sera a ora di cena, dopo aver passato il resto del pomeriggio girovagando per le strade della città con Enrico. Ad accogliermi c’erano i miei cari genitori ed una tavola imbandita con i miei piatti preferiti. Pur essendo stata una giornata piacevole, però, devo ammettere di essere molto stanco. Credo proprio che ora andrò a dormire nel mio morbidissimo letto matrimoniale!

 

Dal diario di Carlo  11/4/1953

Caro Diario,

oggi sono venuti dei signori a casa mia. Quando li ho visti mi sono molto impaurito. “Dove volete portarmi?” “In un castello bellissimo, potrete starci tu e i tuoi genitori” “Ed Enrico?” “Enrico verrà con te” “Lui sta sempre con me”.

Ci hanno portati tutti su di un’ auto e vi siamo ancora dentro; io sono seduto accanto ad  un signore molto gentile che si chiama Armando Ruggiero.

Chissà se mi piacerà questo castello …

 

 

Rapporto del dott. Ruggiero; 11/4/1953

Oggi, 11 aprile 1953,la mia troupe ed io abbiamo prelevato il soggetto Carlo Russo dalla sua casa per portarlo nel manicomio della città. Il paziente, infatti, soffre di allucinazioni: è convinto che i suoi genitori siano vivi e che vivano con lui in una villa sfarzosa. Inoltre, è convinto di conoscere un certo Enrico, affermando che questo sia il suo migliore amico sin dall’ infanzia. Ne sono testimoni tutti i suoi conoscenti i quali spesso lo vedono parlare da solo, presentare il suo amico a persone appena conosciute e così via. Ma la realtà è ben diversa: i genitori di Carlo sono morti trentadue anni fa ossia quando il soggetto aveva sedici anni a causa di un incidente stradale a cui egli è riuscito a sopravvivere. Dopo l’incidente tornò a casa e continuò ad abitarci, riducendo l’ abitazione in stato di decadenza, non essendo in grado di badare a se stesso. Anche il suo fisico ha subito un processo di decadenza a causa del logoramento dovuto al suo mal nutrimento (l’ unico cibo per Carlo sono i resti trovati per strada). Per quanto riguarda Enrico, si pensa possa essere unicamente frutto della sua mente, malata sin dalla nascita.

 

 

Dal diario di Carlo; 11/5/1953

Caro Diario,

è passato solo un mese da quando sto qui e già sono stufo. Questo castello non mi piace per niente. E’ buio, non mi fanno stare con i miei genitori, il cibo fa schifo ed io mi sento molto solo, triste e … disperato!  Meno male che c’è Enrico …

 

 

 

Dal diario del dott. Armando Ruggiero; 11/5/1953

A ora di pranzo ho portato il cibo al paziente Carlo Rossi ed è successa una cosa inaspettata.  Sono entrato nella sua stanza e gli ho porto il piatto ma lui lo ha allontanato da sé e poi in un momento di lucidità: “ Non mi piace questo castello”. Non sapevo che dire e l’ ho lasciato parlare: “E’ sporco e squallido, ci maltrattano, siamo tutti soli e tristi qua dentro, siamo esclusi dal mondo e dalla vita perché, essendo noi diversi, siete convinti che siamo pericolosi. Siamo pazzi e quindi diversi da voi e per questo non potete accettarci per quello che siamo. Fareste meglio a riflettere sul fatto che però, alla fine, voi siete i nostri carnefici e non viceversa”. Poi lentamente ha voltato la testa verso di me e ha fissato i suoi occhi sui miei. Ma quello sguardo … faceva impressione, era uno sguardo pieno di odio, tagliente: “sei sicuro che siamo noi i pazzi?” e subito dopo ha ripreso a parlare con Enrico come se non fosse accaduto nulla.

Scuotendo la testa sono uscito dalla stanza. Appena fuori, mi sono ritrovato di fronte un uomo che guardava immobile Carlo, allora mi sono avvicinato a lui cercando di attirare la sua attenzione in tutti i modi ma, niente, lui continuava a fissare la stanza di Carlo. Allora incuriosito gli ho chiesto: “Chi è lei?”. Lui ha fissato i suoi occhi nei miei: “Sono Enrico”.

 

-Roberta De Masi

Disegno di Alessandro Amoresano.

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