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Il primo bacio a San Martino: la lezione di Fabio

Il primo bacio a San Martino

Illustrazione di Lisa Taiga Nagisa

Il panorama che si ammira da qui è più che abbagliante, una vera e propria forza della natura che ti rapisce dolcemente gli occhi e li dà in pasto al benessere di questa splendida città. I miei sono azzurri, ma a differenza di quanto esposto nelle leggende sentimentali lo sguardo di ghiaccio evidentemente sembra non piacere.
Immortalo tutto con uno scatto. D’altronde, è questo che voglio fare da grande.
Alle mie spalle, il video della festeggiata non è ancora terminato. Un indomabile quanto deleterio miscuglio di banalità, cuoricini, Power Point, buonismo malsano.
Immortalo anche questo.
Le due facce della medaglia.
Ho sempre avuto passione per la fotografia. Un’immagine non è mai davvero ferma se con la fantasia provi a renderla dinamica. E’ come far muovere le lettere di una poesia, animare un disegno, rendere più che realistico un sogno. Timbrare il cartellino e lasciare il segno con un marchio d’autore è la mia priorità. Ma per ogni K2 da scalare ci sarà sempre un percorso pericoloso, impervio, meschino.
Nella fotografia, questo percorso si chiama “festa dei 18 anni”.
Spero che questa sigaretta non finisca mai, altrimenti sarò costretto a tornare lì dentro prima del previsto. Sia chiaro, non si tratta di sentirsi superiore: anche io sono stato ragazzino, ho avuto i miei momenti. Le gioie, le delusioni, gli schiaffi, le botte con gli amici, le interrogazioni storte, la professoressa gnocca. Guardo però una generazione che non mi soddisfa, con occhi pieni di interrogativi e perplessità. Il risvoltino, la maglia sotto al culo, i capelli tutti uguali. Le tredicenni che sembrano ventenni, le frasi fatte, l’ostentazione da social network.
Non è esattamente quello che vorrei per mio figlio, in futuro.
Il mare brilla, accecato dalla luce della luna. San Martino brulica di gente, come al solito, e vorrei fotografare ogni singolo attimo di quella ragazza dai capelli rossi che così bella sta sorseggiando una birra a qualche metro da me. E’ sola, e mi chiedo come un angelo così fatato possa esserlo, in questo mondo colmo di Dei caduti e scritture poco sacre. Dà un’occhiata alla Nikon per un secondo, forse ammaliata dall’idea di poter essere una musa. Ma il lavoro chiama, e la sigaretta è ormai spenta.

 

“Credo che non arriverà mai il momento giusto”.
Fabio ha 17 anni, sembra un ragazzo simpatico. Uno di quelli seriosi, con la testa sulle spalle, ma anche divertente quando è il momento di esserlo. E’ l’unico che si sia degnato di venire a parlarmi per avere una conversazione e non per sfoggiare l’ennesimo falso sorriso da posa pro Facebook. Altro particolare che mi porta a fare il tifo per lui: sembra voler cercare qualcosa di vero nei sentimenti delle persone. Come me.
“Le ho parlato prima ed era così timida. In realtà è da così tanto tempo che parliamo e basta. E’ fin troppo bella per me, non so nemmeno cos’altro potrei dirle!”. Mi indica una ragazzina che suppongo sia una compagna di classe, con un vestito elegante, per niente volgare. Spicca rispetto alle sue coetanee per via dei lunghi capelli mossi e di un’aura magica che sembra attirare tutti i maschietti arrapati del party. Ha il portamento della donna navigata nel corpo di un diamante nascente.
“Non vuol dire un cazzo che è troppo bella”
Mai stato un amante dei giri di parole.
“Se credi che tutte le ragazze decidano in base a criteri di bellezza ti sbagli. Guardala ballare, fa di tutto per allontanare quei pervertitelli fatti col copia-incolla che le si sono azzeccati intorno. Le buone intenzioni, il rispetto, l’originalità, la dolcezza. Queste cose contano, il resto è fuffa”.
Non credo di averlo smosso. Il suo sguardo è la rappresentazione perfetta del disagio generazionale che provavo anch’io in questi contesti: tante cotte che svanivano nel nulla in banchi di nebbia confusionari. E’ abbattuto, quasi distratto. Si sente in torto pur non avendo fatto del male, defraudato di qualcosa che in realtà meriterebbe.
Tendenzialmente me ne laverei le mani. Stavolta sento di non poterlo fare.
“Sei un bravo ragazzo, si vede. Ti conosco appena ma rivedo nei tuoi occhi l’essenza di ciò che sono stato. Ora, per l’amor di Dio, vai da quella ragazza e cerca di non balbettare troppo. Se non crederai tu per primo in quello che sei, non lo farà mai nessun’altro”.
Banale, lo so. D’impatto? Probabilmente, almeno spero.
E’ titubante. Ma stringe il pugno con determinazione. Lo farà.
“In bocca al lupo. Non guardarti indietro. E, soprattutto, sputa la gomma”. La mette in tasca.
Per ora va bene anche così.
Poi si avvicina alla sua bella. Le tende la mano. La sua principessa sorride con lo sguardo, allontanandosi dai tamarrelli infervorati. Sono entrambi imbarazzati, quasi feriti da una finta inadeguatezza. Serve un piccolo stimolo. Mi rivolgo al DJ, rendendogli palese la situazione: “Penso sia arrivato il momento dei lenti”.
Non me lo so spiegare, di Tiziano Ferro.
Poteva andare peggio, e di certo non posso pretendere i Pink Floyd.
Si abbracciano. Non troppo, con una piccola distanza che delimita la timidezza. Gli occhi sono in traiettoria, si uniscono perfettamente. La magia sta per avvenire.
Le accarezza il volto, come fosse un’opera d’arte da sfiorare furtivamente. Un ultimo sguardo. E poi, il motivo per cui tutti esistiamo.
Il miracolo dell’amore. Perché si, se non è amore questo, non so davvero cosa sia.
Questo panorama è ancora più bello. E vale la pena scattare.

 

Sono andati via quasi tutti, e la memoria della macchina fotografica ormai chiede pietà. Ci sarà a stento uno slot libero. Guardando intorno vedo Fabio che saluta la donzella, pronta a salire nella macchina del papà. La segue con gli occhi anche quando non può più vederla. Il cavaliere ha fatto breccia nel cuore della dama. Mi avvicino e lui quasi arrossisce. E’ contento, fa bene ad esserlo.
“Ti faccio vedere una cosa”. Gli mostro l’attimo che resterà immortalato per sempre nella sua storia.
“Stampala, e appendila in camera tua. O regalala a…”
“Daniela. Si chiama Daniela”
“Ne farò due copie”.
Nei suoi occhi c’è riconoscenza. Abbozza un sorriso. Ci salutiamo, con una stretta di mano che sa di patto interminabile. Poi, mentre va via, d’improvviso si volta:
“Quello che hai fotografato era il mio primo bacio. Ed è il primo passo più bello della mia vita, il momento che non dimenticherò mai. Grazie per avermi spronato”.
“Grazie per aver creduto”, gli rispondo. Prende la sua strada, sul serio questa volta.
Fabio, hai salvato la tua generazione.
Le stelle sono sempre più luminose, ed è tempo di un’altra sigaretta. A 24 anni pensavo di non avere più nulla da imparare in fatto di sentimenti. Invece, per fortuna, ho capito di poter ancora vivere sensazioni impagabili. La scoperta di sé stessi, il mettersi in gioco, l’importanza di comprendere il proprio valore. L’apparente incoscienza di rischiare il capitombolo, per tornare a casa con il trofeo più ambito. Non posso perdere di nuovo tutto questo, commettere ancora l’errore. Ho voglia di essere come Fabio, almeno un’altra volta nella vita.
Ed in effetti, nessuno mi vieta di poterlo essere. Nessuno, nemmeno io.
Ne ho fumate troppe oggi. Spengo la sigaretta.
Corro come mai prima d’ora. La piazzetta infuria di anime, risate, sorrisi.
Lei è ancora lì. Senza la sua birra. Ed è decisamente più bella di prima.
Mi fermo di scatto. Mi nota, ho il fiatone. Sorride imbarazzata. Non me ne curo, devo controllare una cosa.
Sono fortunato. Quello slot è ancora libero.
Alzo lo sguardo verso di lei. E’ senz’altro il panorama migliore della serata.
E scatto la foto. Quella che oggi ho ancora nel mio studio. Perché, in fondo, mi ripeto: anche questo, tutto sommato, è amore vero.

 

-Claudio Agave

Author: Claudio Agave

Studente di Scienze Motorie per sbaglio, giornalista pubblicista con furore. Racconto storie, faccio cose, vedo gente.

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