Il giardino di Babuk nel cuore di Napoli

Un gatto nel giardino di Babuk.

Un gatto del giardino di Babuk

Sopra la trafficata e brulicante via Foria si inerpica una strada stretta e lunga, a due passi dal Real Orto Botanico: via Giuseppe Piazzi. Il numero 55 di questa via è un palazzo grande e antico, di quelli che costellano l’intera mappatura cittadina.

Un palazzo apparentemente come tanti che nasconde però uno sconosciuto e splendido tesoro: il Giardino di Babuk.

Non siate severi con voi stessi, se non lo avete mai sentito nominare: neppure noi eravamo a conoscenza di questa preziosissima perla della nostra città, prima che ce la mostrasse il professor Gennaro Oliviero (al quale vanno i nostri ringraziamenti per le chiacchiere e l’ospitalità).

Un tempio disegnato su di una parete: non si sa se sia la riproduzione di un edificio realmente esistito Fotografia di Beatrice Morra
Un tempio disegnato su di una parete: non si sa se sia la riproduzione di un edificio realmente esistito
Foto di Beatrice Morra

Il Giardino di Babuk è un antico giardino alle spalle del palazzo fatto edificare dalla famiglia dei Caracciolo del Sole, che decise di costruire questa piccola oasi di tranquillità a pochi passi dalla cappella di San Giovanni a Carbonara.

Tra gli alberi di limone e i fiori del giardino si aggirano, eleganti e silenziosi, una ventina di gatti. Seguendo cautamente i passi di uno di loro, ci avventuriamo tra il verde e lo zampillio delle fontane.

Quasi al centro del giardino, scruta imponente i pochi visitatori un antichissimo faggio, i cui ceppi più antichi, ancora visibili nel terreno, permettono di datarne la nascita intorno al XIV secolo.

Questo vecchio e misterioso ospite del Giardino di Babuk ha visto languire all’ombra delle sue fronde i più nobili personaggi della nostra storia. E le sue radici conoscono anche i più turpi segreti della nostra città.

Nella bruna terra del giardino (che allora non era ancora stato intitolato allo splendido gatto Babuk) furono seppelliti, infatti, gli infanti delle monache del Convento dei Saponari, rimaste incinte per la brutalità dei soldati francesi che entrarono a Napoli al seguito di Championnet nel 1799.

Oggi la pace del giardino sembra aver annichilito il terribile ricordo dell’evento, e taciuto definitivamente altre probabili storie di sangue e dolore. In superficie, rimane solo l’odore acre degli alberi di limone.

Uno dei muri tufacei che a stento contiene il rigoglio di questi alberi presenta un piccolo incavo che forma un portico naturale. Al centro del portico campeggia un affresco, risalente alla fine del ‘600, e realizzato secondo l’ingannevole tecnica del trompe-l’oeil: lo sguardo perde l’impressione di sfiorare un muro e segue le colline affrescate in lontananza.

Ma il più inaspettato e prezioso tesoro che il giardino nasconde è l’imponente Ipogeo.

[caption id="attachment_5271" align="aligncenter" width="1024"]La discesa nell'ipogeo Foto di Federico Quagliuolo La discesa nell’ipogeo
Foto di Federico Quagliuolo

Si accede attarverso un cancello alle spalle del giardino che si presenta come la porta degli inferi: chiuso, arrugginito, muto come se avesse quasi paura di rivelare il segreto che nasconde.

In effetti, quello che si trova sotto il giardino di Babuk è davvero un gran mistero: una cavità naturale che ha ben poco da invidiare alle più famose grotte della Sanità, composto da quattro caverne collegate da piccoli ed angusti cunicoli un tempo facenti parte di una immensa cisterna, come testimoniano le scale dei pozzari lungo le pareti.

Quale sia la sua storia negli ultimi 500 anni è difficile scoprirlo,  l’intero luogo è disseminato di tracce che raccontano brevi e profondi attimi delle vite che ha ospitato: gli ultimi sopravvissuti della guerra raccontano con orrore i momenti in cui, suonata la sirena,  da bambini si accalcavano, camminavano stretti e si rannicchiavano nelle profondità della grotta, sperando di poter sfuggire ai bombardamenti di Napoli proprio in quel paradiso terrestre che solo gli aeroplani potevano violare.

La stanza più grande dell'ipogeo Fotografia di Federico Quagliuolo
La stanza più grande
Fotografia di Federico Quagliuolo

Sulle pareti, infatti, ancora oggi si riescono ad intravedere graffiti di epoca recente, testimonianze della paura degli uomini che videro le proprie vite salvate nel grembo di Napoli, protetti da quella cavità naturale.

Quei graffiti, però, non sono gli unici: a ben guardare, si trovano dipinti millenari di salamandre, tritoni ed altri animali dal significato esoterico, studiati da numerosi esperti che non hanno mai capito la reale datazione e la funzione di questi elementi all’interno della grotta: lungo le scale che portano nel punto più profondo dell’ambiente, infatti, si trovano numerose nicchie vuote.

Reperti trovati nella spazzatura scaricata cinquant'anni fa Foto di Federico Quagliuolo
Reperti trovati nella spazzatura scaricata cinquant’anni fa
Foto di Federico Quagliuolo

La ricerca storica deve però sempre scontrarsi con quegli anni in cui l’uomo, senza alcun senso se non quello del denaro, cominciò a devastare e distruggere palazzi e luoghi storici della città, cementando le cavità e, quando le cose vanno bene, trasformandole in depositi: dopo aver ospitato riti misterici ed aver salvato le vite dei bambini napoletani, negli anni ’50 e ’60 l’ipogeo di Babuk fu trasformato in una discarica per materiali di risulta ed altra spazzatura, solo recentemente ripulito grazie agli sforzi di Gennaro Oliviero, attuale proprietario del giardino.

Beatrice Morra e Federico Quagliuolo

P.S. Ringraziamo di cuore Giovanni e Antonio Sodano per averci fatto scoprire questo meraviglioso luogo!

PER VISITARLO:

Attualmente il giardino è privato, tuttavia è visitabile dietro prenotazione. I contatti sono i seguenti:

Tel: 081 5499250
E-mail: [email protected]

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