Prospettive diverse: un cuore diviso sul Lungomare

Prospettive diverse: un cuore diviso sul lungomare

LEI

“Hey, a me sta bene così”. Le sue parole sussurrate all’orecchio, tenendomi stretta a sé. E’ dolce, gentile. Ma questo per me non è un abbraccio. E’ una tagliola, una morsa violenta e devastante. Ho bisogno di parlargli.
Ho bisogno di porre fine a tutto questo.
“Non so proprio come dirtelo”…Ma alla fine glielo dico. E la sua reazione è qualcosa di estremamente inaspettato: sembra quasi che l’abbia appena colpito un fulmine. Si ferma di scatto, mi guarda con gli occhi di chi ha capito di dover soffrire. E’ perso, in silenzio, immobile. Provo a stringerlo a me, fa resistenza. Dopo qualche secondo il suo viso è sulla mia spalla ma lui è freddo, impassibile, vuoto. E’ come abbracciare un pezzo di legno, un palo della luce, un pupazzo gonfiabile. Qualcosa che un’anima non ce l’ha.
Forse avrei dovuto farlo prima. Forse. Desideravo provarci, volevo tentare. Volevo capire se potevo dimenticarmi di Te.
Sei sempre qui.
Sei in tutti i miei passi, nel mio respiro, nei gesti più banali, nelle pagine del mio diario. Sei in ogni cosa che fa parte della vita. Sei dappertutto, ovvero nel mio cuore. L’idea di scansarti, allontanarti è una follia. Ci ho provato, davvero. Non riesco a liberarmi di te. E non voglio farlo.
Tutto questo non è razionale, e non lo sarà mai. Gli equilibri sono fatti per essere sconvolti e tu, in questo, sei un vero portento. Mi danni l’anima ma non posso che amarti. Perché, si, io sono innamorata.
Anche se tu non lo sai.
Passeggiamo. Provo a farlo parlare, ma sembra che non voglia. E’ indispettito e deluso. La strada verso l’auto è lontana e il nostro splendido Lungomare sembra cadere sempre più nel grigiore. Non più “liberato” ma incatenato da forze che non ci appartengono. Non meritava questo. Ai sentimenti, però, è impossibile mettere punteggiatura, divieti o lacci. Il mio cuore vola e non posso tarparne le ali. Icaro cadde, io voglio continuare a sognare il sole.
Il viaggio trascorre nel silenzio e nei pensieri, miei e suoi. Mi piace, sul serio. E’ ingiusto, antipatico, forse sbagliato. Solo, è ciò che voglio ora. Vorrei consolarlo, coccolarlo, aiutarlo a digerire questo boccone amaro. Mi rendo perfettamente conto che ogni sforzo resterebbe vano. Un pasto che va di traverso lascia la gola irritata e favorisce la paura di soffocare. Abbasso il finestrino, l’aria cambia. Noi no.
E’ arrivato il momento. Io mi fermo, gli chiedo per l’ultima volta di parlare, di sfogarsi. Di prendere coscienza. E lui, prima silenzioso e sospirante, ora è un fiume in piena. Mi chiede di riprovarci, farebbe ogni cosa. Non sa quanti tentativi ho già fatto con me stessa. Va via senza guardare, con gli occhi lucidi e un’andatura blanda. Ho solo voglia di tornare a casa.
Più tardi si libererà del peso: mi chiama, vuole far parte della mia vita. Prende il suo cuore e lo dona umilmente a me. Io a malapena riesco a gestire il mio. Probabilmente rimarremo amici. In fondo al cuore, so che continuerà ad aspettarmi. Ma d’amore si può anche morire, e io sono disposta a farlo solo per Te, mio Principe Azzurro dal carattere scontroso. Qualcuno ora soffre, altri hanno già sofferto. Io potrei soffrire domani. Però ti amo. E per adesso va bene così.

 

 

LUI

“Alzati, parliamo”. Accetto di buon grado e le sorrido, perdendomi in quegli occhi affamati di affetto e considerazione. E’ bella come un’alba radiosa e senza nuvole d’intralcio. Poche cose mi rendono pazzo come il suo odore, il profumo degli Dei che piomba sulla stirpe umana per ammaliare e conquistare. Camminandole accanto posso ammirarne il sontuoso profilo, con un naso sbarazzino che le dona un volto grazioso e armonioso. Ogni tanto mi fermo e, semplicemente, osservo: la bellezza necessita di una certa tempistica per essere pienamente venerata.
Ha bisogno di confessarmi qualcosa. Ed io sono pronto ad ascoltarla.
O almeno così credo.
“Questa è l’ultima volta che ci vediamo”.
Che rumore fa un cuore che si sgretola?
Mi fermo di nuovo, stavolta di scatto. Non posso crederci, è del tutto inaspettato persino per uno come me, abituato a subire angherie e delusioni continue da parte di quei dolci misteri chiamati donne. Eppure ero convinto di aver fatto tutto per il verso giusto, almeno una volta. Si alza il vento ma dentro io brucio. Vuole abbracciarmi, io neanche la guardo in faccia. E’ davvero accaduto di nuovo? Mi tocca ricominciare da zero per l’ennesima volta? L’avvenenza è un’amante focosa quanto crudele.
Avrei tante cose da dire. Eppure restano dentro di me. Ho voglia di piangere, anche solo per aver creduto realmente che potesse funzionare. Dicono che un uomo vero non piange mai.
Non esistono uomini veri in questo mondo.
Perlomeno non dovrebbero.
L’amore è una bestia feroce che ti attrae con delicatezza e poi ti sbrana violentemente, masticando le tue membra con ingordigia e gusto. Coppie felici intorno a noi si baciano, si abbracciano, si tengono per mano. Parlano, discutono, fanno pace, si scopano con gli occhi e si sfiorano nel profondo. Ma io guardo solo dinanzi a me. Il problema è che non vedo nulla.
Sono arrabbiato, frustrato come mai prima d’ora. Ma non con lei. Non merita la mia rabbia: d’altronde era tutto chiaro sin dal primo istante. Sono una bomba ad orologeria, il mio dovere è proteggerla dall’esplosione.
Così vicino ad una parvenza di felicità. Così lontano da questa certezza.
Voglio solo arrivare alla macchina il prima possibile. Il suo volto è preoccupato, pensieroso, appare come se provasse rimorso. Alla mia sinistra una coppia ride di gusto dividendo un cono gelato pericolosamente colante. Un evento semplice, effimero ma al tempo stesso reale. Qualcosa che io non ho mai avuto.
Un picnic improvvisato. Una sessione di shopping. Condividere il letto. Un viaggio in Spagna, un abbraccio al cinema, il suo fiato sul collo dopo aver fatto l’amore.
La normalità è un po’ come una donna: non andrebbe mai sottovalutata e data per scontata. I miei desideri rimarranno tali, ancora. Il dejà vù più sgradevole di sempre.
Le strade sono ormai vuote, mai più di me. Ogni tanto, lo confesso, non posso che guardarla: emana sicurezza mentre si concentra nella guida, mani strette al volante, testa alta. Tante frazioni di secondo nelle quali non trovo mai il coraggio di parlare. Le luci gialle dei lampioni dominano la scena, oscurando la notte stellata di una Napoli sempre splendida. E come all’ombra di un pianeta io mi sento ignorato, nascosto, sconosciuto.
Ci siamo. Spegne l’auto. Non posso più aspettare. Le parole, in vero, mai sono servite realmente a qualcosa. E, difatti, anche stavolta falliscono nell’intento. Il suo cuore appartiene ad un altro. E quando è il cuore a parlare il resto è gioco forza silente. Le auguro il meglio e vado via, senza girarmi: sarebbe troppo dura rendermi conto di quanto mi mancherà. Pochi passi e i piedi si piantano in terra. Devo girarmi, è mio dovere ammirare quei capelli e quelle labbra un’ultima volta.
Non lo faccio.
La solitudine di casa mia è la colonna sonora perfetta per le macerie a cui do asilo nel petto. Ma io non sono così, non lascio mai le cose a metà.
Le telefono. La sua voce è come una fiamma che scalda l’esistenza nel mezzo di una tormenta di neve. Non posso perderla e non lo farò. Saremo amici, e non sarà un dettaglio. Ci sarò, nessuna falsità. Spero lei possa fare lo stesso. In futuro potrei avere una seconda chance, in fondo le piaccio davvero. Il mio mestiere, però, non è mai stato quello di un avvoltoio pronto a gettarsi sulla carne morta. L’importante, adesso, è che lei faccia parte di ciò che sono. La tensione si allenta. Il letto è bollente come una brace.
Da domani l’alfabeto riparte nuovamente dalla A. E’ lungo, è spossante come scalare il K2. Mi farò trovare pronto. Per arrivare ad una fine c’è sempre bisogno di un punto d’avvio. Ripetere il viaggio per l’ennesima volta mi renderà più esperto. Inaspettatamente sorrido.
E, finalmente, piango.

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