Lo Stadio San Paolo: il gigante di Fuorigrotta

STADIO SAN PAOLO, IL GIGANTE DI FUORIGROTTA

Bistrattato e al tempo stesso amato, rinnegato ma comunque vissuto, lo stadio San Paolo è ormai una vera e propria istituzione per Napoli e i napoletani. E lo sarà per sempre.

“Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate” a Napoli non è solo un passo dell’Inferno dantesco ne La Divina Commedia, bensì un importante monito posto dai tifosi a ridosso dell’ingresso dello stadio San Paolo, il teatro dove gli attori della squadra azzurra consumano gli spettacoli più belli ed esaltanti davanti al pubblico pagante. Spesso invalicabile e inviolato ma anche temuto e rispettato, l’impianto di Fuorigrotta rappresenta un grande quanto sofferto colpo di fulmine per i napoletani oltre che uno spauracchio per chi quello stadio lo vive solo da avversario.

In tal senso, le parole del calciatore del Manchester City Yaya Touré rendono bene l’idea di cosa significhi questo gigante di ferro per Napoli e la sua gente: “La mattina (prima di una gara di Champions League, ndr) andammo a fare riscaldamento al San Paolo. Tevez mi parlava di questo stadio ma io che ho giocato nel Barcellona mi dicevo: ‘che sarà mai’. Eppure quando misi piede su quel campo sentii un qualcosa di magico, di diverso. La sera quando ci fu l’inno della Champions, vedendo ottantamila persone fischiarci mi resi conto in che guaio ci eravamo messi… Qualche partita importante nella mia carriera l’ho giocata, ma quando sentii quell’urlo fu la prima volta che mi tremarono le gambe. Bene, fu lì che mi resi conto che questa non è una solo squadra per loro, questo è un amore viscerale, come quello che c’è tra una madre ed un figlio. Fu l’unica volta che dopo aver perso rimasi in campo per godermi lo spettacolo”.

Sorto nel 1959 come “stadio del Sole”, cambiò presto denominazione per via della sua posizione geografica: proprio a Fuorigrotta, infatti, il futuro San Paolo mise per la prima volta piede in Italia. A vederlo adesso, un po’ stanco e provato dal tempo, non si direbbe ma il San Paolo agli albori rappresentava una vera e propria eccellenza in fatto di impianti polisportivi: tutt’ora lo stadio ospita palestre varie e una pista di atletica caduta per lo più in disuso, consumata da corridori, intemperanze meteorologiche e una nostalgia sempre più strisciante. Nella sua vita il San Paolo ha potuto contenere un numero di spettatori variabile: ora il massimo non arriva a 64.000 ma in passato furono registrate affluenze anche di 90.000 persone. La costante importanza assunta da Fuorigrotta nell’economia cittadina e, dunque, il rilevante e conseguente aumento demografico della zona hanno da sempre portato problematiche di traffico e di inquinamento acustico. La passione, però, è dura da disunire, ed in particolare per il tifoso partenopeo il San Paolo è un po’ come una compagna di vita ormai invecchiata: le rughe riempiono il viso, sottolineandone l’incedere dell’età. L’amore, però, è puro e resta per sempre.

Cambia e si evolve il tempo, dunque cambia anche il San Paolo: tante ristrutturazioni, come quella che valse l’aggiunta della copertura per i Mondiali del 1990, o quelle recenti per la dismissione del terzo anello. Attualmente, il San Paolo è vittima di speculazioni enormi da ogni dove: c’è chi vorrebbe rifarlo da zero, chi ne rallenta i tempi di modernizzazione appoggiandosi alla burocrazia, chi ancora preme per costruirne un altro di stadio, sputando in faccia al sudore, alle gioie, alle lacrime e alla voce di chi in quell’angolo di Paradiso ha trascorso anni di vita per un atto di fede. Perché il “problema” vero del San Paolo è che se non lo senti tuo non puoi capirlo: il boato che ti attraversa le vene, il calore del tifo, l’impronta impressa nella storia. Uno spettacolo a cui qualsiasi profano potrebbe non saper resistere. E magari, nella sua vecchiaia, a molti apparirà di una bruttezza stantia. Ma l’identità del Napoli, della città e dei suoi abitanti risiede anche in questo stadio, simbolo imponente di un fuoco ardente destinato a non spegnersi mai.

Claudio Agave

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