Sant’Eligio: il guardiano del Tempo

Nell’intricata ragnatela dei vicoli del Borgo Orefici, un po’ prima che questa fitta rete di strette stradine si arresti per lasciare il posto a quella che, in opposizione alle piccole dimensioni delle viuzze, è l’immensa piazza Mercato, si trova la Chiesa di Sant’Eligio Maggiore con il suo famoso orologio.

Si data la sua costruzione intorno al 1270 per il volere di tre importanti cortigiani di Carlo I d’Angiò: è la più antica chiesa eretta dagli Angioini nella nostra città e sorge sul luogo in cui, solo pochi anni prima, era stato decapitato Corradino di Svevia, nipote di quell’imperatore Federico II, fondatore dell’Università statale più antica del mondo che rese grande il Sud dell’Italia.

L’edificio fu inizialmente dedicato ai santi Eligio, Dionisio e Martino, ma il suo nome è collegato solo al primo dei questi tre. In passato era affiancato da un ospedale e all’interno di quest’ultimo nel XVI secolo, sotto la dominazione spagnola,  Don Pedro de Toledo istituì il Conservatorio per le vergini, nel quale ad alcune giovani ragazze venivano insegnati i precetti dell’attività infermieristica.

Sant’Eligio è il protettore degli orafi, dei numismatici, dei maniscalchi e dei veterinari. Le prime due arti di cui è custode sono collegabili ad avvenimenti della sua vita: prima di diventare vescovo della diocesi francese di Tournai e Noyon fu orafo di corte, maestro della zecca e tesoriere reale. Per le altre due, invece, bisogna ricordare un miracolo che lo vede protagonista: si narra che una volta gli si fosse presentato un uomo con un cavallo privato di una zampa a causa di un incidente e che il santo, grazie all’intervento divino, fosse riuscito a riattaccarla.

Ed è proprio dopo questo straordinario evento che cominciò a diffondersi una tradizione:  Eligio veniva invocato dal popolo per la guarigione di cavalli infermi e, se ottenuta la grazia, i padroni degli stessi provvedevano ad appendere al portone della chiesa i ferri delle bestie curate.

Ma altrettanto affascinante è l’arco eretto nel ‘400 che collega il campanile della chiesa all’edificio adiacente.

Esso è a due piani: leggenda vuole che sul secondo si trovasse una stanza in cui i condannati a morte trascorrevano le loro ultime ore aspettando l’esecuzione.

Il primo piano, invece, è occupato in entrambe le sue facciate da un orologio. Su una facciata, però, questo strumento è privo di una lancetta.

La ragione di questa mancanza è stata individuata nell’esplosione della nave Caterina Costa il 28 marzo 1943, la stessa che lasciò una profonda ferita nel Maschio Angioino. Una lamiera distrusse uno dei due indicatori ed arrivò fino agli ingranaggi fermando l’orologio che segnò, almeno fino al 1993, anno in cui fu riportato in funzione, l’ora del terribile evento.

Ma non è l’unica storia che si nasconde dietro quei quadranti. Infatti, osservando con attenzione, si possono scorgere sul lato inferiore dell’arco due piccole teste scolpite: una maschile, dallo sguardo torvo e dalla folta barba ed una femminile, docile e spaesata.

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In dettaglio: le due sculture

Una leggenda del ‘500 tramandata da Benedetto Croce vede come protagonisti delle due raffigurazioni il duca Antonello Caracciolo (forse parente di quella Giulia Caracciolo coinvolta negli omicidi di Sant’Arcangelo a Baiano?) ed una sua vassalla, Irene Malerbi.

Il duca, invaghitosi della giovane, incontrò le resistenze della ragazza ed architettò un sottile ricatto: fece infatti imprigionare il padre di lei accusandolo ingiustamente di omicidio e chiese, per la sua liberazione, una notte con Irene.

Ella cedette alla violenza. Ma non appena suo padre fu libero, i due si recarono alla corte di Isabella d’Aragona per ottenere giustizia.

La regina, commossa, fece arrestare Caracciolo. Per risarcire la ragazza, lo obbligò a sposarla per fornirle una ricca dote e, subito dopo le nozze, lo fece decapitare a piazza Mercato, la stessa in cui avvenne la rivolta di Masaniello e vide la morte Eleonora Pimentel Fonseca.

Come monito per il futuro fece quindi scolpire i due visi sul campanile di Sant’Eligio, affinché nessuna donna dovesse più sottoporsi a simili oltraggi.

Ma se Isabella potesse vederci oggi, capirebbe che quasi nulla è cambiato.

E che, fiero e maestoso, l’orologio di Sant’Eligio è ancora lì a scandire le vite di ignari passanti sperando che, ogni tanto, qualcuno si fermi per scoprire la sua storia.

-Federica Russo

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