Giuditta Guastamacchia: la terribile storia del ‘fantasma degli avvocati’

castello

Castel Capuano, uno dei sette castelli di Napoli,  oggi ex- sede della sezione civile del tribunale, fu utilizzato già dagli inizi del 1500 come palazzo di giustizia: ed è proprio in questo luogo che, esattamente duecento anni dopo,  la Gran Corte della Vicaria giudicò Giuditta Guastamacchia ed i suoi complici, autori di un terribile omicidio degno di uno dei telefilm polizieschi dei nostri giorni.

Giuditta, come le cronache dell’epoca raccontano, erano una donna tanto bella quanto crudele.
Rimase vedova giovanissima con un figlio piccolo da accudire, in quanto suo marito fu giustiziato per aver frodato il Regno. Suo padre, però, non disponeva di risorse economiche tali da permettergli di mantenere entrambi:  decise così di chiuderla in un convento.

Ma ella aveva da qualche tempo una storia d’amore con un prete che, per salvare le apparenze, si spacciava per suo zio. Quando cominciarono a circolare delle voci sospette, egli la portò via dal monastero. Come copertura, le diede in sposo un suo nipote di Bari appena sedicenne: ciò permise ai due di vivere nella stessa casa e di continuare a coltivare indisturbati il loro lussurioso amore.

Il ragazzo, però, si rese subito conto dell’inganno di cui era stato vittima e, minacciando di rivelare tutta la verità sugli scandali che avevano luogo in quella dimora, tornò in Puglia dai suoi parenti.
Giuditta era consumata dall’apprensione: bisognava dar fede alle parole dell’ingenuo giovane o le sue intimidazioni erano solo uno sfogo momentaneo?

Ma dopo un’iniziale indecisione si decise ad agire: doveva eliminare il suo sposo adolescente.

Rivelati i suoi progetti all’amante, il prete si mostrò fin da subito indeciso ma, persuaso dalla malvagia donna, acconsentì. Giuditta riuscì ad avere, con una bugia, anche suo padre fra i complici dell’efferato assassinio: gli raccontò, infatti, di essere stata ripetutamente maltrattata e derubata dal marito. A completare la macabra compagnia, si aggiunsero un chirurgo ed un barbiere, che si trovavano ospiti presso il suo amante.

Il piano fu organizzato fin dei minimi dettagli ed il giovane fu richiamato a Napoli con la scusa di una riappacificazione. La sera del delitto, però, il prete ebbe dei ripensamenti ed uscì per fare una passeggiata.
Ma Giuditta aveva le idee ben chiare su ciò che doveva fare: dopo aver messo dell’acqua a bollire in un pentolone, propose al giovane uomo di farsi acconciare i capelli dal barbiere ma, non appena il giovane si sedette, questo gli cinse una fune intorno al collo per strozzarlo. Poiché non riusciva a soffocarlo del tutto, la donna accelerò la morte del ragazzo comprimendogli il petto con le ginocchia.

In seguito fu il turno del chirurgo: per far sparire il cadavere, cominciò a tagliarlo in minuscoli pezzetti che Giuditta immergeva nel calderone, al fine di bloccare la fuoriuscita del sangue.
Mentre erano in corso tutte queste azioni il prete ritornò e, varcando la soglia, assistendo a quella scena, gridò: “Che cosa avete fatto!“. Ma oramai era troppo tardi. Il barbiere fu incaricato di portare fuori città i resti del malcapitato, ma fu fermato dalle guardie che gli chiesero il contenuto della grossa borsa che portava sulle spalle. Egli abbozzò delle scuse ma  i gendarmi, diffidenti, aprirono il sacco e si trovarono di fronte ad un atroce spettacolo.

Nel frattempo i suoi complici, non vendendolo tornare, si diedero alla fuga verso Capodichino; ma furono ben presto catturati: il barbiere, sotto tortura, aveva parlato.

Dopo un sommario processo furono tutti condannati alla forca tranne il prete: egli ebbe l’ergastolo, in quanto non era stato esecutore materiale del delitto ed aveva riconosciuto quanto fosse stata orribile l’azione commessa.

Ma la pena non finì qui: dopo l’impiccagione, ai colpevoli vennero amputate la testa e le mani. Queste furono poi esposte sulle mura della Vicaria, dietro i graticci di ferro, come prevedeva la legge dell’epoca.

I teschi dei quattro assassini sono stati studiati dalla fisiognomica criminale, una scienza che associa i lineamenti del volto a caratteri psicologici deviati. Attualmente sono conservati al Museo Anatomico.

Ma si narra che non sia stato solo il cranio di Giuditta a rimanere ‘nell’al di qua’: leggenda vuole che un’ombra, soprannominata il ‘fantasma degli avvocati’, si aggiri fra i corridoi di Castel Capuano, che si lamenti, che urli e strepiti ogni 19 aprile, anniversario dell’esecuzione della sentenza di questo terribile omicidio.
E forse, potrebbe proprio essere la sua.

Federica Russo
Il disegno è della bravissima Claudia Cerulo!

Tags from the story
, , ,
Written By
More from Federica Russo

Cronache da Storie di Napoli: i 42.265 passi

Cronache da Storie di Napoli: i 42.265 passi   Non so perché...
Read More