Il Novizio impossessato dal Diavolo

Un manoscritto ritrovato nella Biblioteca della Chiesa dei Girolamini a Napoli racconta un episodio terrificante. Il novizio Don Carlo Maria Ulcano subì persecuzioni e angheria da parte dei Diavolo in persona per spingerlo a lasciare l'abito monacale. A nulla valsero preghiere ed esorcismi.

E’ il 1857 e tra i sessantamila volumi conservati nell’immensa Biblioteca dei Girolamini, viene ritrovato un manoscritto antico, sul quale è riportata una vicenda terrificante. L’autore è ignoto, ma l’abbondanza di particolari e collegamenti a personaggi realmente esistiti,  lascia presagire che dietro questo spaventoso episodio, ci sia più verità di quanta ne saremo mai in grado di accettare.

Il complesso dei Girolamini o di Filippo Neri,  nacque dall’ insediamento in città di un gruppo di religiosi, detti appunto Girolamini, residenti a quel tempo nella Chiesa di San Girolamo della Carità di Roma. I seguaci di San Filippo Neri erano inoltre noti anche con il nome di “Oratoriani“, per via del fatto che essi erano membri della Congregazione dell’Oratorio fondata dal santo toscano.

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Veduta esterna Chiesa dei Girolamini

L’episodio narrato dal manoscritto è incentrato attorno alla figura di un giovanissimo novizio: Don Carlo Maria Ulcano, Cavaliere della città di Sorrento e Nobile della città di Napoli. Fin dalla più tenera età infatti il ragazzo era stato spinto alla vita ecclesiastica per sfuggire alla tentazioni e alle mollezze della vita.

Tutto ebbe inizio nella notte del 4 Maggio 1696. Quando Don Carlo fu svegliato bruscamente da un rumore assordante. Apparvero dall’oscurità della stanza alcune ombre raccapriccianti, che lo spaventarono a tal punto da scappare e ad invocare aiuto.

Il maestro di novizi Gerolamini: Niccolò Squillante, si precipitò immediatamente dal ragazzo per confortarlo e convincerlo a dare la colpa agli incubi di quella burrascosa notte. Ma le apparizioni non ebbero tregua e ogni notte, da quella nefasta sera, Don Carlo fu perseguitato da fenomeni inspiegabili e agghiaccianti.

Il manoscritto racconta di mobili rotti all’improvviso, lanci di pietre, urla nella notte e furti di oggetti.

I Padri Gerolamini tentarono ogni forma di esorcismo, lo portano addirittura davanti alle Sacre Reliquie, ma le vessazioni continuano con angosciante insistenza. In una seduta spiritica riuscirono perfino a dialogare con l’entità stessa, che si rivelò essere Satana in persona. Il motivo di queste spaventose angherie fu presto dichiarato: Tormentare Don Carlo, fino a spingerlo a lasciare l’abito monacale.

Perché quest’accanimento?

 

Si narra che una sera, Don Carlo fosse intento a cenare con la madre ma che mangiasse con una voracità innaturale, la stessa donna ne rimase stupita, quando all’improvviso giunse alla tavola il figlio , e mentre la figura davanti a lei scomparve, la madre di Don Carlo comprese di aver cenato con il Demonio stesso.

La situazione diventò ben presto insostenibile, e dopo circa un anno di tormenti continui finalmente si decise di allontanare il giovane novizio e mandarlo lontano a Capri, nel Convento di SS. Salvatore.  Lì fu affidato alle cure di Madre Serafina di Dio, personalità enigmatica del mondo caprese, la giovane donna in passato era stata accusata infatti di fattucchieria e calvinismo. Subì addirittura un processo per il quale su segregata nella propria cella per quasi sei anni.

Anche sull’Isola però, il ragazzo non fu risparmiato, il martirio incombeva senza sosta mietendo vittime anche tra gli stessi residenti del convento.

Piatti furono ridotti in cocci, alcuni cibi sparirono dalla dispensa, una volta si persero perfino  tutte le chiavi delle porte e nel chiarore della luna piena molti giurarono di aver sentito ridere Belzebù in persona, con una risata capace di far gelare il sangue.

Don Carlo non riuscì a sopportare oltre, Il Diavolo aveva vinto, decise così di gettare alle ortiche l’abito e rientrare nel bel mondo.

Le persecuzioni finalmente terminarono e il ragazzo potè finalmente dormire notti tranquille.

Che sia frutto della fervida fantasia dell’autore o di monaci facilmente impressionabili, possiamo affermare senza dubbio di trovarci di fronte ad una delle storie più inquietanti del tardo Seicento napoletano.

-Arianna Giannetti

 

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