Sebeto, la leggenda greca del fiume innamorato di Napoli

Vesuvio Vesevo Tramonto

Napoli e l’acqua sono legate da un legame quasi d’amore, una unione inscindibile, un nodo di passioni e sentimenti che si perde in un passato antico e sconosciuto, un tutt’uno che fonde Storia e fantasia, verità e leggenda, segreto e magia.

Va però sfatato un mito: Napoli nacque sulle rive di un fiume. 

Il Golfo non è infatti il padre generoso della città, anzi, l’entroterra napoletano era bagnato da numerose acque dolci: chi o cosa erano, infatti, Bellaria, Sebeto e Rubeolo? Ed ancora, che fine ha fatto il fiume di Via Chiaia? Ed il Ponte della Maddalena, costruito sulla spiaggia, a cosa serviva se non a superare un corso d’acqua?

Già i libri di scuola, infatti, raccontavano che tutte le civiltà antiche nacquero attorno a fiumi e Napoli non fu da meno. Così, se Babilonia aveva il suo Eufrate; gli Egiziani adoravano il Dio Nilo ed i Romani l’aureo Tevere, il dio protettore napoletano si chiamava Sebeto ed era l’antagonista di un nome familiare: Vesevo, quello di cui parlerà Leopardi tanti anni dopo.

 

Questi due nomi sono protagonisti di una antica leggenda greca ambientata sulle antiche coste fiorite della Marina, precisamente all’altezza dell’attuale Castello del Carmine: in tempi remoti si incontravano proprio qui Sebeto e Vesevo, due giganti antichi più potenti degli dei romani, più forti dei titani greci.
I loro incontri erano tutt’altro che pacifici: Vesevo lanciava fuoco e fiamme, mentre Sebeto rispondeva scagliando macigni dal mare. Poi, dopo lunghe battaglie feroci, i giganti si ritiravano sotto terra e, nei periodi di tregua fra l’eterna lotta il fuoco e l’acqua, sorgevano nuove civiltà proprio sui terreni teatro delle battaglie.

(Sembra che Colapesce, altro personaggio misteriosissimo, sia una versione “evoluta” proprio del mitico gigante Sebeto).

 

Un’altra versione, invece, vede Vesevo e Sebeto come due uomini innamorati in competizione per il cuore di Leucopetra, la bellissima figlia napoletana di Nettuno.
Sebeto era il figlio della sirena Partenope e Vesevo era il figlio del dio Vulcano.

Dopo numerosi duelli a suon di corteggiamenti, però, la bellissima ragazza teneva entrambi i pretendenti sulle spine, forse presa dall’indecisione, forse imbarazzata dalla grande insistenza dei due innamorati.
Un giorno, però, mentre Leucopetra stava sulla spiaggia della Marina a raccogliere conchiglie, si presentarono Vesevo e Sebeto dinanzi a lei, litigando furiosamente. 
Decisero di fare una gara: chi avrebbe per primo afferrato la fanciulla, avrebbe vinto anche il suo cuore. Non era dello stesso avviso la ragazza, che cominciò a scappare in mare, invocando il padre Nettuno, che la trasformò nel faraglione più grande e bello di Capri, per sottrarla ai litigi dei due corteggiatori: Leucopetra, infatti, in greco significa “Pietra bianca“, proprio il colore dei faraglioni.

Il Sebeto fu chiamato col suo antico nome solo grazie a Sannazaro e Petrarca, perché per i Romani era conosciuto come Rubeolo, che in latino significava "piccolo fiume"
Il Sebeto fu chiamato col suo antico nome solo grazie a Sannazaro e Petrarca, perché per i Romani era conosciuto come Rubeolo, che in latino significava “piccolo fiume”.  Altri credono invece che il Rubeolo sia un fiume diverso dal Sebeto, dato che il leggendario fiume era già sparito ai tempi di questa iscrizione a Corso Umberto.

Vesevo impazzì di rabbia e giurò vendetta verso la donna amata che non si sarebbe mai concessa a lui.

Il fuoco dell’amore che lo muoveva si trasformò infatti nel fuoco del vulcano Vesuvio, con la promessa che un giorno avrebbe distrutto Napoli: tutti dovranno vivere il dolore di un amore mai fiorito e, attorno a lui, nessuno dovrà godere degli abbracci e dell’affetto di una donna.

Sebeto era invece distrutto dal dolore. Si recò alle pendici del vulcano furioso e pianse talmente tanto da far nascere un fiume che avrebbe potuto curare e proteggere la città, sperando che un giorno, con le sue acque dolci e fresche, avrebbe garantito la felicità di tutte le future future figlie di Napoli, la stessa che lui non poté mai provare.

 

Dopo migliaia di anni dal triste avvenimento, il fiume Sebeto è scomparso misteriosamente, anche se sicuramente in passato si trovava dalle parti del Centro Direzionale ed i vari toponomi lo confermano: “Sant’Anna alle Paludi” la dice lunga. Non si sa però quale sia stato il percorso del Sebeto all’interno della città: sembra che si dividesse in due rami: uno che arrivava fino a Via Chiaia e, dopo essere finito sotto terra, ha alimentato tutti i pozzi degli acquaioli di Santa Lucia; l’altro ramo era chiamato Rubeolo ed arrivava fino al Ponte della Maddalena, nella zona chiamata, appunto, “Paludi“.

Poi, dopo il ‘400, il fiume sparì, finendo sotto terra. E, di lì, trionfarono i tempi del disincanto, della disillusione, dell’arroganza delle nuove conoscenze che pretesero di ignorare i nomi dei padri di Napoli: il Sebeto diventò solo una fantasia di studiosi e, nel frattempo, i mille caotici lavori di edilizia in città annientarono quel che rimaneva del corso del fiume in superficie, che oggi è testimoniato in una piccola targa dietro Corso Umberto che indica il punto in cui passava l’acqua del Rubeolo.

 

E così, fra i rigurgiti d’acqua che ogni giorno affaticano le pompe idrovore del Centro Direzionale, l’antico gigante Sebeto respira ancora negli inferi in cui volle sparire, osservando deluso gli Uomini che promise di proteggere e che, in risposta, lo degradarono a misera fantasia di qualche poeta dell’antichità.

 

 

P.S.

Dall’altro lato del Vesuvio c’erano altri due fiumi, il Dragone ed il Veseri, sepolti dalle eruzioni del vulcano furioso. Il Sarno invece ha solo modificato il suo corso, ma esiste ancora.

-Federico Quagliuolo

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