I numeri della tombola e le origini della Smorfia

Si avvicina il Natale, e con esso l'immancabile tombolata con la famiglia o con gli amici. Il momento dell'estrazione dei numeri in questo gioco d'azzardo da salotto è sempre un momento di riso e scherzi, specialmente per le associazioni di numeri e significati. Ma da dove derivano queste associazioni?

12404777_10208458986775906_832879730_o“25, Natale!”, “23, ‘o scemo!”, “90, ‘a paura!”. Quante volte durante la tombola natalizia, estraendo le cifre che serviranno al fortunato di turno a completare la scheda del gioco, ci si è trovati ad associare numeri e significati? Ma da cosa derivano queste associazioni? Si tratta della Smorfia napoletana, che traduce in 90 numeri tutto ciò che accade, lo stesso codice che veniva utilizzato da Morfeo per decodificare i sogni, e che da lui prende il nome.

La Smorfia ha radici antichissime, che si perdono nella storia, e che spesso si intrecciano tra loro senza riuscire a distinguerle chiaramente. Già i pitagorici sostenevano che il numero è la sostanza delle cose, il principio della natura, lo strumento di comprensione di ogni cosa. Il ricorso alla logica matematica si identificava come la chiave per risolvere l’intricato mistero che circonda l’uomo, sia nel mondo materiale che in quello metafisico, traducendosi in un incontro con l’irrazionale, andando al di là di ciò che era immediatamente conoscibile. Ma anche prima dei Greci altri popoli come gli Egiziani e i Caldei avevano elaborato teorie che fondevano insieme l’empirismo dei numeri con l’enigma della magia e della religione.

E da questa scienza nasce, nel II secolo a.C., il primo libro sull’interpretazione dei sogni. Il suo autore era proprio un greco, Artemidoro di Daldi, che nel suo libro Onirocritica (Ὀνειροκριτικά) afferma di aver raccolto tutto ciò che era stato detto o scritto al suo tempo riguardo il mondo onirico.

Ma altri studi fanno riferire la Smorfia napoletana alla Cabala ebraica (qabbālā), nata col tentativo di spiegare tutto ciò che si celava sotto le forme esteriori della realtà (in particolare partendo dal presupposto che nella Bibbia ogni cosa debba essere interpretata), cosicché il mondo stesso appaia come un insieme di simboli da decodificare.

Una visione del mondo, quella che lega i numeri a qualsiasi aspetto della vita materiale e non, che ha prodotto opere mistiche e simboliche. E quando all’inizio del ’500 a Genova, in occasione del rinnovo dei membri dei Serenissimi Collegi, il popolo iniziò a scommettere su chi sarebbe stato sorteggiato tra 120 nomi (poi 90), non fu difficile per il popolo come quello napoletano, da sempre impegnato a intrattenere il tempo giocando a tressette, sessaquindici e zecchinetto, incrociare tutte queste tendenze e farle confluire nel gioco del lotto appena nato.

Qualsiasi cosa accada, ci si precipita al bancolotto: ogni cosa viene cifrata e decodificata, e non è raro che il lotto dichiari bancarotta perchè tutti hanno giocato gli stessi numeri legati ad un preciso avvenimento.

Ed è esattamente ciò che accadde nell’estate del 1777, quando la regina di Napoli Maria Carolina dà a Ferdinando I di Borbone il suo secondo figlio maschio, Francesco. Come si poteva mancare la giocata? I napoletani consultarono il Libro de’ Sogni (l’antica versione della Smorfia): 1, il figlio maschio, 16, la regina, 70, il palazzo reale. Tutti in massa a giocare questi numeri! L’affluenza fu così alta che si dovettero chiudere le scommesse, ma la previsione si rivelò più che corretta. Racconta la Gazzetta Universale dell’epoca: “Volle il caso che tutti e tre fossero estratti dall’urna, e in conseguenza ci e stata una vincita di più di 170 mila ducati. L’introito è di circa settantamila ducati e centomila ce li rimette la Regia Azienda.”  Ed ecco che si disse: ” ‘e fatt ‘o terno al lotto!

Camilla Ruffo
Foto: Roberta Montesano

 

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