Lo Scoglio di Rovigliano: dalle fatiche di Ercole al fantasma della torre

Scoglio di Rovigliano

 

Oggi ci spostiamo in provincia, in particolare al confine tra Torre Annunziata e Castellammare di Stabia.

Nei pressi della foce del fiume Sarno troviamo un isolotto, conosciuto da molti come lo Scoglio di Rovigliano. Da lontano, guardando verso l’orizzonte, si scorge questo ammasso di rocce, con una piccola torre diroccata. In molti affermerebbero che si tratti di una banale e comune fortezza caduta in rovina, ma in realtà questo luogo nasconde e racconta molto più storie di quante si possa pensare.

Riguardo l’origine ci sono due versioni. La prima narra che molti e molti anni fa, il grande e potete Ercole, di ritorno da una delle sue dodici fatiche, salì sul monte Faito e staccò un pezzo di roccia, non sapendo cosa farsene decise di buttarlo in mare, creando così questo famoso scoglio. La versione un po’ più scientifica suppone invece che in realtà l’isolotto non sia nient’altro che la vetta di un’antica montagna scivolta pian piano negli abissi.

Ma il nostro ospite di oggi è collegato anche ad uno dei personaggi più famosi della storia della letteratura. Difatti lo scoglio è anche conosciuto come Pietra di Plinio, poiché si racconta che nei pressi di questo luogo il famoso scrittore, Plinio il Vecchio,  trovò la morte durante l’eruzione che colpì Pompei, Ercolano e Stabie, quest’ultima che deve anch’essa ad Ercole la sua nascita, andò perduta totalmente durante l’eruzione.

A rimanere nel mistero non è solo l’origine del luogo, ma anche l’origine del nome. Difatti anche qui ci sono varie tesi che conducono al nome Rovigliano. La prima, collega l’isola ad un’antica famiglia romana, la gens Rubilia,o ad un antico console Rubelio, a cui si attribuisce l’antica proprietà del luogo. La seconda invece ha sempre un fondo scientifico, che si oppone alla fantasia a volte troppo estesa degli storici, che vuole attribuire l’origine del nome all’antico termine latino robilia che indica una tipologia di piante conosciute oggi da noi come le cicerchie.

Ed è proprio tra queste piante, cresciute in maniera incontrollata, che si nasconde un pezzo di muro in opus reticulatum attribuito all’antico tempio di Ercole che un tempo sorgeva sull’isolotto. Tempio andato perduto, ma testimone nei secoli degli innumerevoli cambiamenti subiti dallo scoglio. In particolare, fino al 1500, l’isola ospitò vari complessi monastici, ma poi nel 1564, ormai abbandonata dagli ecclesiastici divenne fortezza militare in cui  fu costruita una torre di avvistamento a difesa delle incursioni saracene. Legata alla torre c’è una leggenda: si narra che al tempo delle invasioni dei Longobardi, un gruppo di soldati, guidati da un conte e sua moglie, occuparono la torre di avvistamento. Un giorno all’orizzonte comparve una nave Saracena e con essa numerosi pirati che sbarcarono sull’isola e uccisero tutti i soldati compresi il conte. Anche la povera donna fu colpita, ma non morì. Il racconto, riportato nelle Chronica Monasterii Casinesis non è ben chiaro, ma la fantasia corre veloce e da questo episodio è nata la storia di un fantasma, il fantasma di donna Fulgida, che ancora oggi si aggira per l’isola.

Ancora molte sono le storie legate a questo scoglio, che oggi in solitudine scorge la fine invisibile del mare e che al tramonto si staglia sui magici colori del cielo. Un pezzo di storia dimenticato in mezzo al mare che chiede aiuto, ma il suo grido è debole e si confonde con il rumore delle onde.

 

Si ringrazia Alessandro Genovese per la foto

 

 

 

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