Il culto dei morti a Napoli

Il culto dei morti a Napoli

Il culto dei morti a Napoli

Napoli, si sa, è una città unica al mondo perché fonde bellezza, storia, leggende e tradizioni ormai quasi del tutto dimenticate. Tra le tantissime credenze popolari ce n’è una in particolare che è ancora molto praticata: il culto dei morti.

A Napoli, da tempo immemore, si è sempre avuto un rapporto molto particolare con i defunti. Infatti, secondo il credo popolare, gli uomini dopo la morte conservano i rapporti con i loro cari, continuandoli a proteggere dall’oltretomba proprio come se fossero ancora vivi.

E non solo questo!

I morti riescono anche ad esaudire i loro desideri, visitando di tanto in tanto il loro mondo, chiedendo in cambio soltanto preghiere per loro anima. E’questo il motivo per cui i napoletani fanno spesso visita alle tombe dei propri antenati.

Tra le tante richieste, la più frequente è sicuramente quella di poter ricevere i numeri giusti per vincere al lotto, gioco molto amato dai napoletani.

Ma come fanno i morti a comunicare col mondo dei vivi?

Durante la notte, i trapassati, riescono ad entrare nei sogni dei propri cari, facendo capire all’interessato, attraverso simboli ed elementi da interpretare, i numeri vincenti del lotto (come accade anche nella divertentissima commedia di Eduardo de Filippo “Non ti pago). Molto spesso i sogni sono mal interpretati causando l’ira del vivo che non riesce a concretizzare al meglio una così grande occasione per arricchirsi.

A volte capita che non siano i parenti defunti a comparire in sogno, ma le anime del Purgatorio, dette “anime purganti” o “anime pezzentelle”. Si tratta per lo più di morti in guerra, di peste, stranieri o sconosciuti, i cui resti umani, ancora non identificati, si possono trovare soltanto nelle catacombe napoletane e negli ipogei di alcune chiese: il Cimitero delle Fontanelle, la Chiesa di Santa Maria del Purgatorio, la Basilica di San Pietro ad Aram, le catacombe di San Gaudioso e perfino la chiesa abbandonata di Sant’Agostino alla Zecca.

 

Il culto dei morti a Napoli
Foto scattata all’interno del “Cimitero delle Fontanelle”

 

Il culto di queste anime, che riescono a prevedere il futuro meglio di tutte le altre, ha origini risalenti alla metà del XVII secolo e strettamente connesso con la peste del 1656 che causò un fortissimo impatto sulla popolazione. Questo rito si basa sull’adozione di un teschio anonimo di cui ci si deve prendere cura, pregando per lui affinché la sua anima possa abbandonare il Purgatorio ed essere così purificata. In cambio vengono concessi all’assistente numerosi favori e, una volta ottenuti, il teschio viene messo in una teca (scarabattolo), lontano dalle altre ossa, per potergli concedere una nuova identità e renderlo un vero e proprio spirito protettore. Qualora questo non accadesse il patto tra il vivo ed il morto si scioglierebbe ed il vivo morirebbe immediatamente.

Questo è quello che successe a due promessi sposi che osarono sfidare l’anima purgante del “Capitano”. Infatti si racconta che una giovane ragazza si recasse tutti i giorni al Cimitero delle Fontanelle perché ossessionata dal teschio di un vecchio capitano di vascello. Un giorno il suo promesso sposo, forse geloso delle attenzioni della ragazza verso il teschio, decise di sfidare il capitano conficcandogli un bastone nell’occhio e deridendolo lo invitò al suo matrimonio. Arrivato il gran giorno il capitano non si fece attendere e alla richiesta degli sposi di identificarsi, mostrò loro il suo corpo scheletrico, uccidendoli in un sol colpo. Le loro ossa sono ancora oggi conservate all’interno del cimitero delle Fontanelle.

Il legame tra il mondo dei vivi e quello dei morti è anche visibile passeggiando tra i vicoli di Napoli grazie alle edicole votive, le teche-altare, le candele accese e le ghirlande di fiori dedicate ai defunti, che si possono ammirare in tutti i quartieri della città.

Valerio Iovane

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