La Grotta del Cane nella conca di Agnano

La Grotta del Cane si trova nel cratere quiescente della conca di Agnano. Conoscevate il luogo, e l'usanza che dà origine al suo particolare nome?
La Grotta del Cane
La conca di Agnano in una stampa dell’Ottocento.

La Grotta del Cane nella conca di Agnano

La conca di Agnano è un grande cratere quiescente dei Campi Flegrei. I fenomeni vulcanici che interessano tutta la zona sono ovviamente presenti anche in questo affascinante luogo, che un tempo, come dimostrano antiche testimonianze e stampe d’epoca, presentava un gelido lago.

Una delle particolarità di questo sito è la cosiddetta Grotta del Cane. Si tratta di una grotta accessibile tramite un corridoio di circa dieci metri, ampia trentadue, citata per la prima volta da Plinio il Vecchio, e da lui definita Mortiferum Spiritum exalans proprio per via del fenomeno delle cosiddette mofete.

Le mofete sono delle semplici emissioni di anidride carbonica presenti da sempre nel territorio flegreo, notoriamente vulcanico. La particolarità di questo fenomeno naturale, che ha poi dato il nome alla grotta, è che la mofeta, essendo più pesante dell’aria, ristagna a pochi centimetri dal suolo.

Pertanto, se, ipoteticamente, un uomo vi entrasse non patirebbe alcun danno poiché non correrebbe il rischio di esalare l’anidride carbonica; viceversa, l’altezza di un cane è quella ideale per subire le conseguenze nauseabonde dei vapori.

Quando nel ‘700 Napoli divenne una delle mete più amate e più quotate del Grand Tour, ossia il viaggio che intellettuali e artisti di tutta Europa intraprendevano lungo il vecchio continente, numerosi furono i personaggi che rimasero affascinati dalla zona flegrea, sicuramente unica al mondo, e che perciò citarono poi nei loro scritti il curioso fenomeno della Grotta del Cane: due, tra i tanti, e sicuramente i più autorevoli, furono Goethe e Dumas padre.

Proprio a beneficio dei visitatori, spesso venivano liberati all’interno della grotta, e loro malgrado, dei cani, che, poi, venivano tratti in salvo e immersi nelle gelide acque del lago per rinsavire attraverso lo shock termico.

Un personaggio curioso come il fisico Pasquale Panvini decise di provare sulla propria pelle gli effetti delle mofete, entrando nella grotta e ponendosi con la testa quasi al suolo. È lui che ci dà l’unica testimonianza di come l’effetto di queste esalazioni agisca sul fisico di un uomo: pruriti, formicolii e un senso generale di debolezza.

La Grotta del Cane è, insomma, uno dei tanti luoghi, unici nel loro genere, che dimostra ancora una volta la sorprendente varietà della nostra terra, anche – e forse soprattutto, se fu questo che nei secoli fece gola a conquistatori d’ogni sorta – per quanto riguarda le peculiarità e le caratteristiche fisiche e naturali.

Beatrice Morra 

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