Sant’Anna alle Paludi, l’affettuosa mamma della Zona Industriale

Quella di Sant'Anna alle Paludi è una delle ultime feste di quartiere sopravvissute a Napoli, con una tradizione antichissima e secolare

 

 

 

Sant’Anna alle Paludi, l’affettuosa mamma della Zona Industriale

“Sant’Anna, vecchia e putente!”

Dalle parti della Stazione Garibaldi c’è un quartiere chiamato “le case nuove“, un nome evocativo, una parola che rende ancora giovani dei palazzacci che di anni ne hanno ormai 150.

Le “case nuove“, infatti, furono quelle costruite inizialmente dai Borbone durante la bonifica delle paludi dell’antica Via Stella Polare, l’attuale Corso Arnaldo Lucci, che, durante il 1850, era la zona più vicina alle mura di Napoli ed era fra le più malsane: sembra che le paludi non fossero altro che le ultime tracce del corso dell’antichissimo Fiume Sebeto, scomparso già da centinaia di anni.
Il Risanamento, poi, completò l’opera, portando alla costruzione dei palazzi che ancora adesso si trovano ai lati della strada.

In un contesto così nuovo, in un luogo nato grazie al progresso ed all’industria di fine ‘800,  sorge ancora una chiesa del 1300, ultima testimone delle più antiche tradizioni napoletane: Sant’Anna alle Paludi. Era un luogo così amato e frequentato dai fedeli che, addirittura, fu esplicitamente stabilito di non demolirla durante i lavori di risanamento della città.

 

La tradizione di Sant’Anna, infatti, è una delle più amate nel quartiere, una festa rimasta superstite alle rivoluzioni culturali, allo scetticismo della tecnologia verso i miracoli, al mercato che ha trasformato ogni cosa in denaro: Sant’Anna è rimasta genuina, figlia di un amore del popolo verso una donna che non solo è madre di Maria, ma anche madre del quartiere, addirittura diventata patrona di un piccolo circondario della città.

Spesso, infatti, le anziane del quartiere hanno affermato di conversare in sogno con Sant’Anna, anzi, che la stessa ha dato loro consigli in momenti difficili. Alcuni affermano di averla sentita bussare alla porta di notte, mentre altri semplicemente si confidano con lei in preghiera, come una dolcissima madre alla quale affidarsi in ogni momento.

Sant’Anna è dipinta come una anziana signora dallo sguardo buono ed affettuoso

E così, con lo sguardo al crocifisso, comincia una preghiera in napoletano, quasi come se 150 anni non fossero mai passati in quella chiesa, come se l’Italiano, nobile e risanatore, in questo piccolo luogo non sia mai riuscito a sconfiggere la lingua Napoletana del popolo:

Vuje ca site ‘a mamma da Maronna: chesta grazia ‘a cerco, ‘a spero e ‘a voglio!’

La festa dura una giornata intera ed è un momento di gioia per tutto il quartiere: dai balconi colorati di verde e di giallo, i colori della santa, alla chiesa che di notte si illumina a festa e dà luogo ad uno spettacolo di fuochi d’artificio. 

La tradizione vuole poi che durante la festa siano realizzati una serie di dolci ed altre cose da mangiare da parte dei fedeli.

 

La triste Zona Industriale, per una notte, dimentica il degrado e l’abbandono che hanno devastato la zona con una folle legge del 1904. Un felice ricordo degli antichi tempi in cui il quartiere era solo un piccolo ritrovo di contadini ai limiti della città.

E così Sant’Anna per Napoli non è solo una festa: è un momento fuori dal tempo; è una anziana mamma che consola gli animi dei ultimi napoletani affogati dalle case nuove, dai mostri del progresso, dalla devastazione di una cultura secolare.

 

E Ferdinando Russo, l’ultimo custode dell’anima napoletana, dedicò proprio a questo luogo una poesia:

A Sant’Anna ‘e pparule

Mmiezo ‘a terra, ‘a siè – Nnarella

ca n’ha viste che n’ha viste,

fila e guarda. E penza ‘o tiempo

ch’è passato e ha da passà!

Mo’ s’è fatta vicchiarella,

ma da llà nun s’è scustata!

So’ trent’anne e nun ha fatto

quatte passe int’ ‘a città!

 

Quanno vede passà ‘o treno

se fa ‘a croce e murmurèa:

“Signò, scanzece d’o nfierno

So diavule, o che so!

E po’ dice cha stu fummo

ll’arruvina e ppummarole!

E po’ torna a farse ‘a croce:

“arrecogliame, signò!”

 

-Federico Quagliuolo

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