La magnifica storia dei sette castelli di Napoli

Vi raccontiamo la magnifica storia dei sette castelli di Napoli, la città che vanta il primato mondiale per il maggior numero di fortezze in un centro abitato.

La magnifica storia dei sette castelli di Napoli

Il capoluogo Partenopeo, che ha sempre affascinato poeti ed artisti, pullulante di vita e colori, è sempre stato teatro dei paradossi più profondi della nostra civiltà, che l’hanno resa una delle città più complesse e affascinanti del mondo.

Nella tradizione napoletana sono molti i misteri che avvolgono i più importanti monumenti, soprattutto quelli intessuti intorno ai castelli che sorgono nelle zone più strategiche della metropoli e che anticamente fungevano da difesa contro i nemici del mare.

Partiamo però da un dato: Napoli è l’unica città al mondo ad avere 7 castelli nel suo perimetro cittadino. 

 

Primo fra tutti il Castel dell’Ovo, Castrum ovi, in latino, è il castello più antico della città. Sorge sull’isolotto di tufo di Megaride ed è unito alla terraferma da un sottile istmo di roccia.

La nota leggenda che circolava già nel 300 d.C., riconduce il nome del castello al poeta Virgilio, il quale avrebbe nascosto nelle segrete un uovo in grado di mantenere in piedi l’intera fortezza. La rottura dell’uovo avrebbe provocato non solo il crollo del castello, ma anche numerose catastrofi alla città napoletana.

Protettore del suo popolo, il castello  è sempre stato testimonianza del passare del tempo, del passaggio delle dominazioni straniere che lo hanno governato, sottomesso o inorgoglito. Gli svevi, gli angoini successivamente, hanno reso il Castel dell’Ovo simbolo di questa città,che ancora oggi rivendica il suo ruolo nel mondo.

 

 

Un altro grande esempio di ingegneria e raffinata architettura è il famosissimo Castel Nuovo, meglio noto come Maschio Angioino. Il castello che domina la monumentale piazza Municipio, difeso da cinque grandi torri cilindriche, una in tufo e quattro rivestite di piperno (particolare tipo di roccia vulcanica diffusissima a Napoli), fu ricostruito da Alfonso d’Aragona  ed è caratterizzato da un pianta trapezoidale.

L’origine del doppio nome è presto spiegata: il castello francese, costruito da Carlo D’Angiò, era il Maschio Angioino ed era molto più piccolo, in quanto comprendeva solo l’edificio interno. Furono gli Spagnoli che trasformarono il castello nella sua forma attuale, il Castel Nuovo.

Il nome “Castel Nuovo”, però, non bisogna confonderlo: già ai tempi degli angioini era chiamato “Chateau Neuf”! La distinzione fra “Maschio Angioino” e “Castel Nuovo” nacque solo dopo, per distinguere i due castelli costruiti uno sull’altro.

Particolari misteri sono legati ai sotterranei del castello dove venivano segregati e torturati i prigionieri. Famosa è la Cella del Coccodrillo, detta anche del miglio, deposito del grano della corte aragonese. Un’antica leggenda narra di frequenti e misteriose sparizioni dei prigionieri che crearono timore nel popolo e nella corte stessa. Non si tardò però a scoprire che queste scomparse avvenivano a causa di un coccodrillo che penetrava da un’apertura nel sotterraneo e trascinava in mare i detenuti per una gamba dopo averli azzannati. Per ammazzare il coccodrillo si utilizzò come esca una grande coscia di cavallo avvelenata e, una volta morto, venne impagliato ed agganciato sulla porta d’ingresso del castello.

Altra celebre sala spettatrice di un tetro omicidio è la Sala dei Baroni che prende il suo nome dalla congiura di alcuni baroni contro Ferrante I d’Aragona  nel 1487. Questi furono da lui invitati per celebrare le nozze della nipote. In realtà era una trappola: i baroni furono arrestati e alcuni di loro messi a morte.

 

 

Sicuramente meno conosciuto, ma non meno importante è il Castel Capuano, il più antico dopo il Castel dell’Ovo, che sorge in via dei Tribunali.

Eretto dai Normanni nell’antichissimo quartiere della Vicaria, è nato nel 1176 su una fortezza bizantina. Viene così chiamato  poiché situato a ridosso di Porta Capuana, che conduceva all’antica Capua: era proprio da lì, infatti, che venivano i maggiori pericoli per Napoli, con i longobardi alle porte della città. Con Federico II diventò un palazzo reale dagli ambienti austeri e militarizzanti, poi fu destinato, in periodo aragonese, per la prima volta alla funzione di palazzo di giustizia con carceri.

Il portale del castello è decorato da una grande aquila bicipite, stemma della casa reale di Spagna, opera del Sangallo, con vicino le Colonne d’Ercole, che ancora oggi compaiono sulla bandiera spagnola. Superato il portale si accede ad un cortile, quest’ultimo è il vero e proprio cuore di Castel Capuano, il luogo dove avvocati, giudici, imputati e testimoni si riunivano nel discutere di giustizia e libertà fino a pochi anni fa.

 

Il Castel  Sant’Elmo, fortezza medievale che dalla collina del quartiere Vomero sovrasta la città, altissimo e imponente, oggi museo ricco di opere d’arte e storia. Durante la Rivoluzione Napoletana del 1799 fu spettatore di terribili scontri, animati dalle idee della Rivoluzione Francese. Il popolo napoletano, inferocito e guidato dagli intellettuali dell’epoca, riuscì a riconquistare la fortezza, ma alla caduta della Repubblica divenne la prigione dei più importanti protagonisti della rivoluzione: Eleonora Pimentel De Fonseca, Francesco Pignatelli ,Giustino Fortunato e Domenico Cirillo .

Il Castello del Carmine , edificato nel 1382 da Carlo III di Durazzo, l’edificio fu eretto all’angolo meridionale della cinta muraria cittadina come baluardo difensivo, in Piazza Mercato. Ebbe una storia tormentatissima: durante la rivolta di Masaniello, infatti, vide le ultime battaglie fra il popolo e gli Spagnoli. Una volta morto Masaniello, poi, diventò la casa del suo successore, Gennaro Annese.
Uomo di poco polso e dai modi prepotenti e bruschi, non capì che fare una guerra significava anche far politica: dopo essere passato al potere, un modesto armaiolo del porto si trovò a confrontarsi con raffinatissimi ambasciatori Francesi, Spagnoli e Papali, tutti interessati al controllo di Napoli. Dopo pressioni, alleanze e confusioni, alla fine, in questo castello si celebrò l’ultimo atto della rivolta napoletana, con il cardinale Ascanio Filomarino che entrò trionfale nel Carmine per catturare Annese e portarlo in un altro castello, quello Capuano, per processarlo e condannarlo a morte.

Proprio cent’anni dopo, durante la rivoluzione napoletana del 1799, il castello vide lo stesso copione: dopo battaglie sanguinose, con resistenze francesi e spagnole che da sempre hanno provato a conquistare Napoli, arrivò trionfante un altro cardinale, Fabrizio Ruffo, con il suo esercito della Santa Fede: trasformò il castello in un carcere per tutti i rivoluzionari del 1799 e li fece trucidare dopo atroci torture. 

Dopo l’unità, fu abbattuta nel 1864 parte del castello per far spazio alla nuova Via Marina, poi, dopo essere scampato al folle Risanamento, nel 1906 fu rasa al suolo l’intera struttura, per far spazio a Corso Garibaldi.
E fu così che, dopo rivoluzioni, resistenze, battaglie, sangue e sogni di giustizia, il castello fu lasciato nel più totale abbandono, fino agli anni ’90, in cui furono costruite delle modeste recinzioni.

 

Sorto su Nisida, isolotto dell’arcipelago delle isole Flegree il Castello di Nisida risale alla prima metà del Cinquecento, quando Giovanni Piccolomini, nipote di Giovanna d’Aragona, decise di costruire il castello sul punto più alto dell’isola. Solo in seguito, durante il periodo Angioino, grazie alla regina Giovanna fu eretta la Torre di Guardia che fu adibita a casino di caccia. Nel XVI secolo il viceré Don Pedro de Toledo, dopo una attenta ed accurata restaurazione, rese il castello uno strategico punto di difesa contro i saccheggi del celebre “pirata Barbarossa” sulle coste napoletane ed ischitane.

E’ sotto il dominio borbonico che l’edificio perse l’utilità difensiva per trasformarsi definitivamente in un carcere, dove inizialmente venivano rinchiusi i soli criminali e prigionieri politici ed attualmente è uno dei pochissimi Penitenziari Minorili d’Italia.

 

La  Fortezza Vigliena, situata nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, è così chiamata perché fu costruita nel 1706 da uno degli ultimi viceré di Napoli: Giovanni di Zuniga, conte di Villena, una piccola cittadina catalana vicino Valencia

Fu un forte assai particolare, quasi unico in Europa per la sua forma: era infatti alto solo 6 metri proprio per essere invisibile dal mare ed evitare bombardamenti dal porto.

L’importanza storica della fortezza è soprattutto legata ad un episodio che vide scontrarsi i sostenitori della Repubblica Partenopea e le forze sanfediste del Cardinale Ruffo che distrussero gran parte del forte. Poi, l’abbandono fu la condanna del forte, quasi come una damnatio memoriae per aver sostenuto i repubblicani del 1799.

Durante il Risanamento fu progettato l’abbattimento anche di questa fortezza, ma Pasquale Villari e Matteo Renato Imbriani riuscirono, disperatamente, a salvare la struttura, dopo battaglie feroci in parlamento. Dopo la loro morte, però, nel 1906, non ci fu nessuno a difendere delle mura che avevano perso ogni significato per gli amministratori dell’epoca: fu demolita gran parte del castello, con un danno eterno alla Storia della città.

Nonostante le siano stati attribuiti gli importantissimi titoli di “edificio storico della città” e “monumento nazionale“, oggi versa in un profondo stato di abbandono.

Degrado, illegalità e corruzione hanno contribuito a rendere la restaurazione di questo sito quasi impraticabile e oggi le proposte di recupero si orientano verso la realizzazione di un parco archeologico.

 

-Arianna Giannetti

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